La via meno battuta

di LUCA BANDIRALI

In ricordo di Jean-Claude Carrière.

In un saggio intitolato Le film qu’on ne voit pas, lo sceneggiatore Jean-Claude Carrière riflette su un punto fermo e ineludibile per chiunque si sia avvicinato alla prassi del cinema: il rapporto con la realtà. Sostiene Carrière: «In questa inevitabile, spesso ossessiva, talvolta persino insormontabile relazione con la realtà, il cinema si è trasformato in un inganno, in modo da aggirare gli ostacoli che la realtà innalza. Alcuni dei suoi trucchi ricorrono così di frequente da costituire una seconda realtà che è scivolata dentro la prima».

Ponendo come condizione espressiva del medium cinematografico un qualche rapporto con la realtà, ne deriva – secondo un paradigma evidenziato da Roberto De Gaetano – una contrapposizione storica tra un’ontologia dell’azione (cinema hollywoodiano) e un’ontologia della vita oltre l’azione (cinema italiano). Meno frequentata è una terza via, quella del surrealismo, non solo e non tanto inteso come avanguardia storica, ma come opzione di configurazione del reale, sia attraverso la messa in scena, sia attraverso la costruzione del campo narrativo, con un gusto per le storie «anomale» (Villa, Panelli, Longhi 2015); anomale proprio perché concepite al di fuori del perimetro delle due principali ontologie del cinema. Di questa scrittura non conforme ai modelli di riferimento del cinema occidentale, Jean-Claude Carrière è stato maestro indiscusso, soprattutto per aver contribuito strutturalmente ai film francesi di Luis Buñuel, tutti prodotti da Serge Silberman: Il diario di una cameriera (1964), adattamento di un romanzo di Octave Mirbeau, già portato sullo schermo da Jean Renoir nel periodo americano; Bella di giorno (1967), adattamento del romanzo di Joseph Kessel; tre sceneggiature originali per La via lattea (1969), Il fascino discreto della borghesia (1972) e Il fantasma della libertà (1974); e infine Quell’oscuro oggetto del desiderio (1977), ispirato al romanzo La donna e il burattino di Pierre Louÿs.

Carrière e Silberman si considerano gli artefici della “buñuelizzazione” di Buñuel stesso, che si materializza nei film sopracitati: «Spingemmo Buñuel a essere Buñuel. Perché… il grande difetto di Buñuel era che qualche volta poteva risultare realistico. Allora, con l’approvazione di Silberman, io dovevo spingerlo il più possibile lontano da lì». L’obiettivo di Carrière è far coincidere la “buñuelizzazione” con l’inganno, l’aggiramento del reale; e un caso in cui l’obiettivo può dirsi raggiunto è senz’altro La via lattea, un film con cui lo sceneggiatore si propone di «annientare il continuum spazio-temporale» che è il pilastro del realismo cinematografico.

Il programma narrativo del film sembra essere il movimento nello spazio, perché la prima immagine è una mappa che illustra l’itinerario del pellegrinaggio a Santiago de Compostela, mentre sui titoli di testa scorrono le immagini di un grande snodo autostradale; ma è una falsa pista, perché il film mette in scena una serie di dispute teologiche avvenute nella storia del cristianesimo, utilizzando i due pellegrini protagonisti come paradossali testimoni di qualcosa che non avviene di fronte ai loro occhi. L’aggiramento del reale si può apprezzare in una scena che esemplifica la fusione totale tra spazio psichico e mondo esterno. Durante la messa in scena di un argomento teologico in forma di recita scolastica, il più giovane dei pellegrini è assorto nei propri pensieri e immagina che un corteo di anarchici armati si rechi da un generico pontefice per fucilarlo; ma il rumore degli spari (che avvengono nella fantasticheria del pellegrino, dunque nella sua mente) è avvertito anche da un uomo che siede vicino al pellegrino e chiede: “Che succede? C’è un poligono qui intorno?”; al che il pellegrino risponde: “No, no, ero io. Immaginavo che fucilavano un papa”.

La via lattea (Buñuel, 1969)

La linea di una fusione spinta tra realtà esterna e realtà psichica (la seconda realtà che scivola nella prima) ha già avuto un esito molto potente nel complesso finale di Bella di giorno, in cui saltano le funzioni convenzionali delle marche di enunciazione: «Più lavoravamo insieme», spiega Carrière, «più sviluppavamo l’idea che la “realtà” non è più reale o vera dell’immaginario. Siamo fatti di tutte e due le cose. La nostra immaginazione è tanto reale e tanto potente quanto ciò che chiamiamo “realtà”».

Il rapporto con Buñuel è così profondo da portare anche alla realizzazione del volume autobiografico Dei miei sospiri estremi (pubblicato in Francia nel 1982), ultimo prodotto della collaborazione con Carrière, prima della morte del regista. Durante gli anni settanta, lo sceneggiatore francese, sebbene molto assorbito dal processo creativo buñueliano, lavora anche con registi molto diversi, da Jacques Deray (Borsalino, La piscina) a Marco Ferreri (La cagna); e la sua produzione aumenta e si diversifica ulteriormente nei decenni successivi, quando avvia una lunga collaborazione con Peter Brook (con cui realizza il Mahabharata) e prosegue quella con Miloš Forman avviata con Taking Off.

Il suo concetto di sceneggiatura, nonostante i numerosi adattamenti letterari realizzati, è rimasto sostanzialmente anti-letterario; la scrittura per il cinema, secondo Carrière, è un lavoro che si fa in previsione e al servizio della messa in scena; lo si evince in particolare dall’approccio ai dialoghi, come spiega lo stesso Carrière in una delle sue ultime interviste:

Un buon dialogo dovrebbe essere conciso. Ad esempio, quando ho iniziato a lavorare con Jacques Deray a “La piscina”, lui aveva appena girato un film con Michel Audiard. E mi ha detto quanto segue: “Quando si gira un copione di Audiard, le vedettes sono le parole. E ti ritrovi a filmarle, sia quando vengono dette sia quando vengono ascoltate”. Invece per “La piscina”, i cui dialoghi sono lunghi complessivamente nove pagine, mi ha detto che meno parole inserivo, più lo costringevo a lavorare davvero come regista. Questa frase mi è rimasta impressa per tutta la vita.

Il fantasma della libertà (Buñuel, 1974)

Riferimenti bibliografici
L. Buñuel, Dei miei sospiri estremi, Rizzoli, Milano 1983.

J. Carrière, Le film qu’on ne voit pas, Plon, Paris 1996.
R. De Gaetano, Cinema italiano. Forme, identità, stili di vita, Pellegrini, Cosenza 2018.
R. Stone, J. Gutiérrez-Albilla, A Companion to Luis Buñuel, Wiley-Blackwell, Chichester 2013.
F. Villa, M. Panelli, L. Donghi, Percorsi dell’avanguardia, in G. Carluccio, L. Malavasi, F. Villa, a cura di, Il cinema. Percorsi storici e questioni teoriche, Carocci, Roma 2015.

Jean-Claude Carrière, Colombières-sur-Orb 1931 – Parigi 2021.

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