Alla notizia della scomparsa di Brian Wilson, alcuni fra i più grandi autori di canzoni del nostro tempo (Bob Dylan e Paul McCartney, tanto per dire) hanno reagito tributando un sentito omaggio all’illustre collega: fra i tanti messaggi, però, spicca un breve testo di Carole King, la songwriter di maggiore successo della seconda metà del secolo scorso, la donna che ha firmato capolavori come You’ve Got a Friend e (You Make Me Feel Like) A Natural Woman. Scrive King: «Brian Wilson era un mio amico e un mio fratello nella scrittura. Avevamo una sensibilità simile, come evidenziato dall’esecuzione di un accordo di IV sopra un accordo di V sotto l’aaaah della sua Good Vibrations, proprio come nella mia I’m into Something Good. Una volta abbiamo discusso su chi l’avesse usata per primo, ma alla fine abbiamo deciso che non aveva importanza». Questo post scritto di getto da Carole King sul suo profilo Facebook è forse la migliore chiave di accesso se si vuole ragionare sull’arte segreta o mestiere di Brian Wilson, fuori da qualsiasi retorica su genialità, tormento, capacità di segnare un’epoca, leggerezza e altre ovvietà che possiamo reperire praticamente ovunque. Proviamo allora a vedere quali varchi ci può aprire questa chiave tanto preziosa.
Partiamo da una considerazione largamente condivisa e poi mettiamola in discussione: la riconoscibilità di un qualsiasi brano dei Beach Boys si deve anzitutto agli arrangiamenti per tre o più voci, in cui Brian Wilson solitamente interpreta (in falsetto) la parte acuta. In questo senso, il suo repertorio si direbbe quello di un ingegnoso melodista, capace tanto di invenzione lineare quanto di disposizione complessa delle linee melodiche a disegnare finanche strutture contrappuntistiche. Ma si farebbe torto a uno dei più grandi compositori del XX secolo se non si prestasse la dovuta attenzione alla scrittura accordale che è alla base di tutto il lavoro di Wilson. Come dichiarato più volte dal musicista durante la sua lunga carriera, egli parte sempre dalla progressione armonica, a partire dalla quale elabora le linee melodiche, per chiudere con i testi; per essere precisi, Wilson si esprime in questi termini: «Gli accordi ispirano la melodia, la melodia ispira i testi» (Lambert 2016, p. 64), il che assegna all’armonia il ruolo di principio generatore dell’intera idea musicale. In particolare, l’uso dei block chords o accordi a blocchi, ossia suonati all’unisono con la melodia, è uno dei pilastri della poetica wilsoniana.
Le tre principali fonti della costruzione armonica dei brani scritti da Brian Wilson per i Beach Boys sono di matrice afroamericana: il rock’n’roll degli anni cinquanta, il doo-wop degli anni quaranta, il jazz vocale nella versione dei Four Freshmen. Sulle strutture armoniche tipiche di questi generi, il compositore lavora per variazioni incessanti; ad alcuni adoratori di Wilson resta impressa la cadenza evitata che contraddistingue l’inciso del brano Little Deuce Coupe, che Frank Zappa definì «un importante passo avanti facendo un passo indietro» (Zappa 1989, p. 187).
Naturalmente Wilson è anche artista influenzato dai grandi della propria epoca: le progressioni circolari introdotte da Phil Spector nella celeberrima hit Be My Baby (The Ronettes, 1963) inducono il Beach Boy a lavorare in quella direzione scrivendo ben tre canzoni a stretto giro, fino a far diventare questa progressione un’altra “firma segreta” che lo accompagna in tutto il corso della carriera. Stessa cosa si può dire degli effetti su Wilson dell’ammirazione per Burt Bacharach, e in particolare per l’uso della cadenza ausiliaria in brani come Walk on By, riscontrabile nella traccia Let Him Run Wild dall’album Summer Days (and Summer Nights!!) del 1965.
Un’altra passione armonica di Brian Wilson riguarda gli accordi rivolti, passione che mette soprattutto nella scrittura delle parti di basso elettrico, lo strumento che suona nei Beach Boys; è proprio il fascino dei rivolti a rendere le sue parti così apprezzate da un altro grande innovatore del basso elettrico, Paul McCartney, che a sua volta influenzò notevolmente l’approccio di Wilson alla scrittura. A livello di immaginazione armonica, il musicologo Philip Lambert, insigne esegeta di Charles Ives e teorico della musica post-tonale, non esita a sostenere che Brian Wilson sta alla seconda metà del XX secolo come George Gershwin sta alla prima.
Per il famoso turnista Don Randi, che suona le parti di pianoforte in Good Vibrations e in God Only Knows, Brian Wilson è invece paragonabile a Bill Evans, proprio in virtù della predilezione per i block chords. La fuga costante dal centro tonale, e gli improvvisi ritorni, rendono la musica dei Beach Boys così speciale ed enigmatica anche dopo centinaia, migliaia di ascolti. Qualsiasi melodia in sé, nell’accumulo degli ascolti, si consuma; la progressione armonica che sostiene quella melodia può renderla eterna. Questo è accaduto alla musica dei Beach Boys e, in mezzo a tanto generico cordoglio, Carole King ha avuto il merito di ricordarcelo.
Riferimenti bibliografici
C. L. Granata, Wouldn’t It Be Nice. Brian Wilson and the making of Pet Sounds, Chicago Review Press, Chicago 2017.
P. Lambert, a cura di, Good Vibrations: Brian Wilson and the Beach Boys in Critical Perspective, University of Michigan Press, Ann Arbor 2016.
F. Zappa, The Real Frank Zappa Book, Poseidon Press, New York 1989.
Brian Wilson, Inglewood, 20 giugno 1942 – Los Angeles, 11 giugno 2025.