Chi lo avesse incontrato seduto sul bordo della “vasca”, la fontana posta davanti al Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell’Università di Roma Tre dove insegnava Filosofia del linguaggio, senza conoscerne già la fisionomia – lo sguardo azzurro e ironico, i tratti del volto decisi, la statura al di sopra della media – difficilmente avrebbe riconosciuto nell’uomo assorto nella sua eterna sigaretta l’autore di Convenzione e materialismo (1986), Parole con parole (1995), Grammatica della moltitudine (2002). Dietro quell’atteggiamento dimesso e quel fare appartato, che però si accendeva in un impeto polemico durante le sue infuocate lezioni su Marx, Saussure o Wittgenstein, così come si colorava di un irresistibile e dissacrante umorismo nelle situazioni più impensate, si faceva fatica a immaginare uno dei pensatori contemporanei più originali e influenti sulla scena filosofica internazionale. 

Paolo Virno ci ha lasciato. Ed è difficile – impossibile – cercare di consegnare a qualche rapida pennellata una quantità di ricordi, circostanze, dialoghi, e ancora di più cercare di rievocare i temi, i problemi teorici, la complessità del pensiero di un filosofo comunista che, quasi suo malgrado divenuto professore universitario, si muoveva in realtà su un piano di elaborazione irriducibile alle circostanze esteriori (ecco il suo richiamo anti-spiritualista allo “spirito”, negli ultimi lavori) e al contempo saldamente materialista. 

Celebrato all’estero per le sue penetranti analisi sul lavoro linguistico nel capitalismo post-fordista e sulle forme di vita contemporanee, ma noto anche come rivoluzionario, figura di spicco di Potere Operaio, fu tra gli intellettuali coinvolti nel cosiddetto “Processo 7 aprile” 1979, che gli valse alcuni anni di detenzione prima dell’assoluzione nel 1987. Prima, durante e dopo quell’evento di spudorata repressione che segnò profondamente la storia politica italiana – e le biografie dei suoi protagonisti – fu animatore di diverse riviste, oggi considerate di culto, come MetropoliLuogo ComuneForme di vita, e redattore delle pagine culturali de Il manifesto.

Ma quando lo conobbi a Roma Tre, dove mi formai e lavorai sotto la sua direzione per diversi anni, l’impegno politico e la critica del presente erano già state declinate in un vasto programma di ricerca capace di coniugare «linguaggio e natura umana», come recita il sottotitolo del suo Quando il verbo si fa carne (2003), ovvero «logica e antropologia», sottotitolo di un altro volume del 2010, E così via, all’infinito. In altri termini, pur rimanendo un “militante rivoluzionario senza pentimenti” – come si legge nel ricordo pubblicato su Il manifesto – il suo impegno teoretico era già approdato a un altro piano, e lo avrebbe condotto alla scrittura di volumi sorprendenti e fulminanti come Saggio sulla negazione. Per un’antropologia linguistica (2013), L’idea di mondo. Intelletto pubblico e uso della vita (2015) fino all’ultimo dittico, Avere. Sulla natura dell’animale loquace (2020) e Dell’impotenza. La vita nell’epoca della sua paralisi frenetica (2021).

Il suo stile filosofico, se ha senso provare a fornire qualche tratto distintivo, come in una sorta di ideale identikit, non concedeva nulla alle tortuosità autoreferenziali del gergo accademico né era appesantito dalla grandeur della posta in gioco, che pure era ogni volta assolutamente di prim’ordine: il significato antropologico del regresso all’infinito; il distacco dell’animale umano dall’immediatezza dei suoi istinti; l’individuazione come esito di un processo che prende le mosse dal comune; la dimestichezza con la modalità logica del possibile.

Ma soprattutto era in grado di tenere insieme l’alto e il basso, l’argomentazione serrata delle tesi più rarefatte con la concretezza materiale di alcune “parolette’” come spesso diceva, umili e quotidiane come la negazione “non”, il verbo “avere”, la locuzione “eccetera”, il pronome “io”, le preposizioni (di, a, da…), delle quali riusciva a illuminare la profondità filosofica. Tutto ciò con uno stile vivacissimo, sarcastico, aggressivo e poetico, traendo dalla vita quotidiana (e personale) esempi che rivelavano una profonda capacità d’osservazione e un’acutissima sensibilità, solo apparentemente in contrasto con la logica ferrea e stringente delle argomentazioni o con la vibrante radicalità della sua vis polemica.

Come scriveva Deleuze (autore con il quale entrava in contrasto, quasi fosse un collega della porta accanto, riconosciuto ma avversato), la filosofia è creazione di concetti, e Paolo molti ne ha fabbricati, reinventati, sviluppati: basti pensare alla sua ripresa del concetto moderno di moltitudine; all’idea del parlante come virtuoso, artista esecutore; al ruolo chiave affidato al General Intellect, teorizzato da Marx nel Frammento sulle macchine; e ancora la nozione teologico-politica di esodo, la rielaborazione – in polemica con Giorgio Agamben – del concetto di uso, la valorizzazione dell’idea (derivante dalla biologia e poi dall’antropologia filosofica) di neotenia, la riflessione sulle istituzioni. 

In questo incessante lavoro di pensiero, che era lavoro meticoloso e cesellato di scrittura, un posto di assoluto rilievo veniva riservato al corpo a corpo con gli autori classici, affrontati per così dire a mani nude, che davano vita a un catalogo vertiginoso e disparato, come testimoniato dalle bibliografie dei suoi libri, in cui si trovavano assieme Aristotele e Hegel, Duns Scoto e Kant, De Martino e Schmitt, Eckhart e Benveniste, oltre alla triade Marx-Saussure-Wittgenstein già evocata, e a una miriade di altri giganti del pensiero, sempre passati a contropelo, come amava ripetere citando Benjamin. Rileggeremo in tanti i suoi saggi ma lascio ad altri l’incombenza dell’esegesi e della filologia, davanti alle quali Paolo avrebbe sorriso, fustigando con ironia e un pizzico di perfidia l’acribia accademica, “buona al massimo per vincere un concorso universitario”, come avrebbe detto con una battuta.

Scelgo di concludere questo ricordo riprendendo in mano uno dei suoi ultimi libri, Avere, e rileggendone il capitolo dedicato al tema dell’amicizia. Un’idea ben poco convenzionale, radicata proprio nell’antropologia che si coagula nel verbo avere, verbo del distacco da sé, espressione della caratteristica distintiva dell’essere umano di potersi riflessivamente relazionare con la sua stessa vita, avendola, appunto, e non coincidendo con essa. «Lo scarto rispetto alla propria essenza e alla propria biografia, stravagante blasone del primate che ha percezioni e parole e passioni, rende possibile l’amicizia con i nostri simili» (p. 59) ma un’amicizia che non presuppone la familiarità, l’intimità di chi riconosce una congenialità tra sé e l’“altro sé stesso”, bensì tutto al contrario un rispecchiamento che si fonda sulla non coincidenza di ciascuno con la propria vita, i propri affetti, il proprio linguaggio: 

Il sentimento dell’amicizia si radica nella relazione che l’animale umano intrattiene con le sue prerogative essenziali (facoltà del linguaggio, neotenia ecc.)  e le sue esperienze biografiche (lavori, abitudini, amori, fallimenti ecc.). Una relazione caratterizzata dallo scarto duraturo che separa i termini correlati. Una relazione di non-identità, che trova nel verbo ‘avere’ il suo portavoce. L’animale che ha un’essenza e una biografia, non coincide mai con la prima né con la seconda. Chi vuole, parli pure di una innegabile somiglianza tra i phíloi, ma sia così accorto da aggiungere che questa somiglianza riguarda soltanto il distacco di ciascun phílos da sé medesimo. Ciò che accomuna gli amici è la scarsa consustanzialità con la vita, i pensieri, le passioni di cui si avvalgono. Lungi dal celarlo l’uno all’altro, Paolo e Mario mettono in mostra lo spazio vuoto tra il proprio Io e qualsiasi gesto eseguano o proposito covino in seno, ravvisando in questo intervallo che non viene mai meno la risorsa più preziosa cui può attingere il loro sodalizio (pp. 77-78).

Questo spazio di manovra, di non coincidenza con sé stessi, è quello in cui molti hanno incontrato Paolo come amico, nella sua bizzarra e preziosa idea di amicizia dotata di un preciso stile, vale a dire del modo peculiare e idiosincratico in cui i due amici vivono il proprio distacco da sé stessi e lo condividono con l’altro. In questo spazio hanno conosciuto la sua radicalità, la sua generosità, l’esuberanza del suo pensiero. Ed è là, nel suo non coincidere con la sua stessa vita, con le sue opere e i suoi giorni, che lo penso con gratitudine e nostalgia.

Riferimenti bibliografici
P. Virno, Avere. Sulla natura dell’animale loquace, Bollati Boringhieri, Torino 2020.

Paolo Virno, Napoli, 27 giugno 1952 – Roma, 7 novembre 2025.

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