Uno degli insegnamenti più profondi e pervasivi della cultura visuale è che, indipendentemente dalle nostre personali credenze e dal nostro posizionamento rispetto a questioni teologico-dottrinali, il solo fatto di aver aperto gli occhi in un’Occidente tramato dall’immaginario cattolico ha in qualche modo contribuito a plasmare il nostro sguardo. Vedere significa, che la cosa ci piaccia o no, anche scende a patti con questo corpus di riferimenti, anche soltanto per distanziarcene o per dichiarare la nostra non appartenenza. Ugualmente, ed in senso contrario, i pontefici della contemporaneità sono, loro malgrado, una sostanza del nostro ecosistema visivo, un oggetto fra gli altri che non esitiamo a remixare, riplasmare, memare.
Ciò è tanto più vero nel caso del pontificato di Papa Bergoglio, che si è affacciato a San Pietro nel 2013 e ha in qualche modo accompagnato una delle stagioni sinora più produttive per la visualità, complice anche una serie di eventi e mutamenti tecno-estetici la cui portata non può naturalmente essere sottostimata. Così, se i funerali di Francesco e il Conclave hanno contribuito in maniera forte a suggerire metafore mediologiche non sempre indovinate, l’intero percorso di Bergoglio è stato accompagnato da una vera e propria esplosione di immagini, che nella loro assoluta eterogeneità si presentano al contempo come un archivio della contemporaneità e dei processi che la caratterizzano. Nell’impossibilità di essere onnicomprensivi, converrà ricordare almeno alcune delle più interessanti intersezioni fra l’immagine di Bergoglio e la visualità contemporanea.
Marzo 2023: una fotografia di Papa Francesco che passeggia indossando un vistoso cappotto bianco di Balenciaga. Poco dopo si capisce che si tratta di un prodotto dell’Intelligenza Artificiale generativa, che proprio in quei mesi si andava imponendo come una presenza costante nel dibattito pubblico e nell’immaginario collettivo. La possibilità di costruire immagini fotorealistiche prive di un referente reale a partire da un determinato prompt ha in qualche modo rivoluzionato il modo in cui facciamo esperienza del fotografico (Eugeni 2024 pp. 36-52; Ritchin 2025). L’introduzione di sistemi algoritmici di miglioramento dell’immagine nei nostri smartphone è in questo senso solo il fronte d’onda di un processo di più generale ripensamento di cosa significa fotografia, che trova all’estremo opposto le pratiche di creazione di immagini false (non solo del Papa, si ricordino le preconizzazioni dei funerali di Silvio Berlusconi).
Ci sarebbe da interrogarsi sui motivi per i quali quel fake è divenuto così virale, che hanno forse a che vedere con il fatto che quell’aura di ostentata ricchezza strideva con l’estetica della semplicità che Francesco aveva programmaticamente adottato, o forse perché quell’immagine costitutiva a suo modo l’estremizzazione di un atteggiamento pop, fuori dal protocollo, che pure il Pontefice aveva sempre in qualche modo sposato. Sono state diverse le occasioni in cui determinati atteggiamenti sono divenuti virali proprio per la loro iconicità gestuale, come quella del pugno stretto o la reazione scomposta di fronte all’eccessivo entusiasmo di una fedele cinese, poco prima della diffusione del Covid-19.
Questa associazione del tutto incidentale ha contribuito in maniera imprevista ad accrescere la carica memetica del momento, che è presto rimbalzato sulla rete ed è divenuto il materiale di base per una serie di appropriazioni creative. Nel suo vagare fra gli spazi della rete, l’immagine viene decostruita, ridotta in frame, remixata, senza mai perdere il suo riferimento originale. Così, mentre l’episodio continua ad essere perfettamente riconoscibile, acquisisce nuove stratificazioni di senso (a seconda dei casi più o meno parodiche) sino ad intrecciarsi, come ricordato, con la linea narrativa pandemica. È un caso emblematico perché vi ritroviamo esplicitati tutti i caratteri distintivi della memetica (Tanni 2020): le immagini valgono qui più per la loro capacità virale che per il loro contenuto specifico (Fontcuberta 2018), perché quest’ultimo è sempre mobile e rivedibile, mai definitivo.
La carica memetica della figura del Pontefice non è stata un’esclusiva di Francesco, se si ricorda che già Benedetto XVI era stato in qualche modo vittima di un tentativo di trashizzazione digitale ante-litteram quando uno dei suoi Angelus era divenuto virale suo malgrado, a causa della sua pronuncia germanofona (“Pasta con le straci, pasta con le violenze, pasta con l’odio in Iraq”). Tuttavia, è senza dubbio con Francesco che il corpo stesso del Papa si è fatto immagine, sino a tramutarsi in una vera e propria ossessione iconica in absentia nei suoi ultimi mesi di vita. Ricoverato nel febbraio 2025 al Policlinico Gemelli per un’infezione alle vie respiratorie, Francesco è rimasto sottratto alla vista dei fedeli per un tempo insolitamente lungo e le poche immagini (o registrazioni audio) hanno contribuito ad una vera e propria paranoia digitale sulle sorti del Santo Padre.
Man mano che la degenza si protraeva si è sollevato un coro di voci dubbiose, che hanno costruito una vera e propria teoria del complotto, che ha avuto una certa risonanza nel dibattito social soprattutto grazie agli interventi di Fabrizio Corona. Il fotografo, divenuto una presenza fissa in vari podcast dove si incaricava di rilevare dettagli segreti su coppie del mondo dello spettacolo (si veda la lunga odissea sulla crisi fra Fedez e Chiara Ferragni) o di profetizzare su eventi futuri, ha dedicato molta attenzione alle condizioni del Papa, facendosi portavoce di un pensiero diffuso secondo cui Francesco sarebbe morto poco dopo il suo arrivo in ospedale, mentre la sua morte sarebbe stata tenuta nascosta per motivi più o meno oscuri (una variante di questa interpretazione, particolarmente fortunata su TikTok, aveva a che fare con la cosiddetta Profezia di Malachia sull’ultimo Papa).
Dal verbo profetico di Corona alle azioni di alcuni complottisti il passo è stato decisamente breve e sono diversi i contenuti ancora presenti sui social che testimoniano di tentate irruzioni al Gemelli, con la certezza che qualcosa stesse venendo nascosto, come se soltanto alla materialità del corpo potesse ancorarsi la prova ultima di una vita non ancora estinta. L’immagine del Papa, tanto quella esposta quanto quella mancata, si fanno così terreno di un dibattito ermeneutico acceso, del confronto fra posizioni diverse e fra tecniche di accertamento della verità. Così, se Corona sembra richiedere ai suoi spettatori un vero e proprio atto di fede, altri content creator cercano di accertare la verità con la propria presenza fisica nello spazio. È anche possibile cercare all’interno delle immagini frammenti di senso utili alla propria posizione, come attesta il caso dell’ultima uscita pubblica del Papa, dove il gesto di un attendente impegnato a “pizzicare” la nuca di Francesco è stato sottoposto ad una vera e propria attenzione forense alla ricerca dei segni della facies hippocratica.
Al di là della sensatezza di queste operazioni, è interessante notare come siano l’ennesima applicazione di procedure del dire (o cercare) il vero che si esprime in delle operazioni di analisi, rimontaggio, confronto e commento che non fanno che confermare come l’immagine sia di per sé insufficiente ad attestare la verità, ma debba essere inserita in un processo di elaborazione complesso, capace di suturarne, almeno in parte, la costitutiva incompletezza (Montani 2010). Quest’opera di completamento dell’immagine può assumere dimensioni più o meno filologiche a seconda dei casi e spesso, almeno nel caso di Papa Francesco, è diventata il pretesto per elaborare varie teorie del complotto. Oltre a quelle già viste, un filone piuttosto fortunato è quello che ha avuto a che fare con la messa in dubbio dell’autorità del Pontefice, che precederebbe addirittura la sua elezione.
Così, il discorso con il quale Benedetto XVI annunciava le sue dimissioni diventa oggetto di una vera e propria dissezione, atta a mostrare che la rinuncia al potere di Ratzinger non sarebbe stata integrale e che quindi l’intero pontificato di Francesco sarebbe in qualche modo illegittimo. Più ancora, è l’intera esistenza visiva di Bergoglio a essere messa al microscopio, per cercare segni vuoi della sua appartenenza alla Massoneria, vuoi del suo essere un antipapa, vuoi della sua vera natura di Anticristo. L’apparizione di Leone XIV sembra aver in qualche modo spento i riflettori sull’esistenza visiva del Papa, anche se è di pochi giorni fa la notizia di un presunto burnout del Santo Padre, che ha subito acceso la creatività della Rete (chi siamo noi per non essere esauriti, se perfino il Pontefice lo è?). La memizzazione è, d’altronde, una strada senza ritorno.
Riferimenti bibliografici
R. Eugeni, Algoritmi, in B. Grespi, F. Villa, a cura di, Il postfotografico. Dal selfie alla fotogrammetria digitale, Einaudi, Torino 2024.
J. Fontcuberta, La furia delle immagini. Note sulla postfotografia, Einaudi, Torino 2018.
P. Montani, L’immaginazione intermediale. Perlustrare, rifigurare, testimoniare il mondo visibile, Laterza, Roma-Bari 2010.
F. Ritchin, L’occhio sintetico. La trasformazione della fotografia nell’era dell’intelligenza artificiale, Einaudi, Torino 2025.
V. Tanni, Memestetica. Il settembre eterno dell’arte, NERO, Milano 2020.