Il gioco dei figli neri

di ALESSANDRO CAPPABIANCA

High Flying Bird di Steven Soderbergh. 

HFB_Soderbergh_FMWEBUna piccola vertigine temporale e identitaria: verso la fine di High Flying Bird (2019) sembra che il dottor Edwards di The Knick (Aimiel e Bleger, 2014-2015) incontri il dottor Edwards autore del libro The Revolt of the Black Athlete (1969, ma ripubblicato nel 2017 in occasione del cinquantenario). In realtà l’uno si chiamava Algernon, medico chirurgo e personaggio di finzione, l’altro Harry, attivista per i diritti civili e scrittore, tuttora vivente, ma la vertigine nasce dal fatto che Soderbergh ha chiamato lo stesso attore (André Holland), a distanza di tempo, per interpretare l’avvocato Ray Burke, procuratore sportivo e appassionato di basket, dopo avergli dato il ruolo del dottor Edwards di The Knick. Il possibile equivoco è alimentato da un’altra mossa maliziosa del regista, che fa incontrare i due in campo lungo al di là d’una porta a vetri che subito si chiude, mentre non si capisce bene, sul momento, chi pronunci la frase «Dottor Edwards! Grazie di essere qui» (anche se, ovviamente, a pronunciarla non può essere altro che Ray).

Un film sul basket? Sì, ma gli appassionati del gioco rischiano di rimanere molto delusi. Non si vede un incontro, neppure quello non ufficiale uno contro uno tra due atleti rivali, destinati a giocare nella stessa squadra, che si svolge durante la lunga sospensione del campionato per un blackout. Di questa sfida singola, su cui altri registi avrebbero puntato le carte spettacolari del film, vediamo solo alcune immagini confuse, riprese col telefonino da uno dei ragazzi presenti. High Flying Bird è più d’un film sull’universo affaristico-speculativo che ruota attorno al basket e sfrutta la passione di tanti giovani, soprattutto afroamericani, per questo sport. Se il film parla di basket (e se ne parla parecchio, anche tramite lunghi dialoghi a due) in realtà è per continuare il discorso sulla questione del razzismo nei confronti dei neri, che la storia del chirurgo Algernon Edwards già incarnava in The Knick.

Dico che Ray Burke è un procuratore sportivo, ma non so neppure se sia il termine esatto: è avvocato e lavora per un’agenzia che, in concorrenza con altre, cura (dietro compenso) gli interessi di molti giocatori, li tutela (o dovrebbe tutelarli), provvede ad assicurarli contro gli infortuni ecc. Per Ray e per la sua agenzia in cattive acque economiche (gli hanno bloccato la carta di credito aziendale, tolto l’efficiente segretaria Samantha, e perfino lo stipendio è in pericolo) si tratta di non perdere clienti durante lo sciopero dei giocatori e fare di tutto per acquisirne di nuovi, anche muovendosi con una certa dose di cinismo. Non esita, dunque, a blandire il giovane Erick Scott, promessa emergente del basket (che vorrebbe cambiare agenzia), e cerca di strappare alla concorrenza il già affermato Jamero Umber — ma c’è un intoppo: la sua passione per il basket è vera e, al di là dei soldi, vorrebbe trasmetterla ai suoi protetti. Vorrebbe, in particolare, che essi non perdessero mai l’amore per il gioco, visto che parecchi anni prima suo cugino, ottimo cestista, aveva distrutto se stesso proprio dopo aver abbandonato il basket per una serie di ragioni (una delle quali legata a un drammatico tentativo di acting out). Ray non ama che gli si parli di questa storia. Forse si sente in colpa.

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Soderbergh ha girato il film interamente con l’iPhone (ma la qualità è perfetta), immergendo i personaggi in una geometria di spazi astratti, immersi nella luce fredda di modernissime architetture disumanizzanti, di acciaio e cristalli, parquet e ascensori silenziosi, dotati di televisore incorporato, dove i corpi sembrano essere sempre in lotta per non perdere esistenza e consistenza. L’agilità del dispositivo si riflette piuttosto nel frequente disprezzo verso regole canoniche del montaggio cinematografico, come quella dei 180°, platealmente violata già nella prima sequenza, durante il colloquio al ristorante tra Ray e Erick Scott, in cui, con un cambio d’inquadratura improvviso, Ray che era inquadrato a sinistra passa a destra, e Scott da destra a sinistra.

Qui, alla fine della scena, Ray consegna a Scott una busta che dovrà aprire in seguito e che contiene, dice, una Bibbia (non “la” Bibbia), ossia il libro di Edwards sulla rivolta degli atleti neri. Non c’è il gioco, dunque, né spettacolarità narrativa, ma libertà di operare tramite lunghe scene dialogate, e credo che proprio questo abbia indotto Soderbergh ad affidarsi a Netflix (lo fa anche Ray, per invogliare i giocatori a non andarsene dalla sua agenzia), saltando – come per Unsane (2018) – tutte le tradizionali, defatiganti mediazioni della produzione cinematografica hollywoodiana.

Cosa diventa allora il basket? Maschera del cinema, ha detto qualcuno, ed è vero, ma soprattutto tentativo di riappropriazione della base etnica d’un gioco che i neri un tempo giocavano benissimo da soli, sul quale l’affarismo bianco (ma anche nero), in nome dei soldi, ha costruito un altro gioco, un gioco su un gioco, retto da regole spietate, come confermano anche alcuni giocatori nel ruolo di se stessi, intervistati durante siparietti tra una sequenza e l’altra.

Al fondo, resta la questione razziale. Spence, il vecchio coach nero, amico di Ray, dirige con pochi mezzi una palestra, dove ogni anno, nel Black Count Day, si recano le star della Lega professionisti per incoraggiare i giovani. Nonostante il blocco, Ray interviene, parla, ricorda il dramma di suo cugino, fa intervenire Scott. Poi arriva anche Umber, e ha luogo la sfida a due. Spence ha una regola: se qualcuno, sul suo campo, tira in ballo i tempi della schiavitù, deve recitare una frase espiatoria, come una preghiera: “Amo il Signore e tutti i suoi figli neri”. Durante una riunione nell’ufficio di Myra, manager nera della Players Association, costei parla del “campo neutro” che esisteva un tempo a New Orleans, uno spazio all’interno del quale gli schiavi potevano vendere qualcosa ai bianchi. Spence la interrompe, pretende che la donna reciti la frase di rito. Lei, arrabbiata, caccia tutti dal suo ufficio. Anche tra neri, per Soderbergh non può esistere campo neutro.

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Riferimenti bibliografici
H. Edwards, The Revolt of the Black Athlete, University of Illinois, Illinois 2017.

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