Ciò che ha scritto Federico Leoni su queste pagine sulla Flotilla come mito d’oggi è vero e permette una leggibilità migliore di ciò che sta accadendo. A questo bisogna aggiungere che la Flotilla ha esplicitato, nella reazione diffusa e planetaria che c’è stata al momento dell’abbordaggio dei militari israeliani, di essere anche un rito, un rito rigenerativo e diffuso, mediato dall’uso della tecnologia, capace di occupare quello spazio simbolico in cui alla morte diffusa attraverso l’uso smisurato e impari della forza, e alla forza esibita come progetto e come missione, fa corrispondere il gesto, altrettanto forte, del “donare cibo” e del “difendere la vita”, arrivando dal mare. La Flotilla mostra la forza capace di convertirsi in gesto, in forma, in rito, e dunque di generare comunità.
La partecipazione planetaria a tale evento testimonia della necessità di tale rito, che sembra l’unica strada per rigenerare uno spazio pubblico precipitato in una dimensione ancestrale mascherata da dogma ideologico e da uso della forza come unico strumento di governo: è quello che accade a destra. A sinistra vediamo, invece, la colpevolizzazione di ogni forza, la trasformazione della presenza stessa al mondo come colpevole, segnata dall’abuso effettivo o potenziale dell’altro, e dalla costruzione sistematica della “vittima” (cultura woke).
La sinistra si è collocata nel cul de sac del rendere colpevole la presenza stessa della forza (che è un contrassegno di vita, di presenza al mondo), negandola del tutto. Per questo non le resta nulla, non sa dove prendere le energie, se non attaccando la brutalità dell’uso della forza a destra.
Alla forza bisogna saper dare forma, ritualizzarla, renderla rigenerativa. È questo che ci dice la Flotilla, e questo che spiega la grande emozione collettiva che ha accompagnato tale missione, che non è stata mai una missione veramente umanitaria, ma un vero e proprio rito con un forte valore simbolico. Le irrisioni a destra confermano il timore di tale forza simbolica rigenerativa e collettiva, che mina alla radice l’uso autoritario e violento del potere.
Perché la Flotilla ci dice che la forza non va espunta, ma le va data una forma, condivisa e collettiva, rituale e simbolica, politica ed artistica allo stesso tempo. E questa è un’operazione che richiede forza e coraggio. Come tutti quegli uomini e quelle donne che stanno su quelle barche.