E così, il mito sembra essersi materializzato al nostro orizzonte, in mezzo a quel grande mare attorno al quale abitiamo noi vecchi, vecchissimi europei. È da tempo immemorabile che quel mare e quelle nostre terre erano disertate dalle sue apparizioni. Per tante buone e cattive ragioni, ovvero per tante buone ragioni diventate nel tempo cattive, o almeno dubbie. 

Allo statuto del mito, la Global Sumud Flotilla sembra candidabile per più motivi. È una creazione impersonale, un’invenzione collettiva. Non nasce da un progetto o da un progettista, semmai coagula un’esigenza plurale, frammentata, inaggirabile. Allo stesso modo, si traduce in una quantità di immagini e racconti e azioni proliferanti, e le varianti di quelle immagini, le reinvenzioni, le contraddizioni e financo le falsificazioni sono il suo corollario mitologico necessario. Del mito la flottiglia ha un’altra caratteristica decisiva, fa precipitare nel presente e grazie ai materiali che il presente offre in ordine sparso qualcosa di eterno. Rende fruibile a molti quel rapporto tra eternità e attualità altrimenti indisponibile. Ne fa un’esperienza e un’opera comune.

Quali siano i materiali offerti dal presente, in questo caso lo vede chiunque. La guerra, lo scontro tra forze e popoli sproporzionati. Le case e le terre contese, invase. I corpi devastati degli uomini, delle donne, dei bambini. L’ambiguità per cui le carte del male e del bene si mischiano in modo tale che il male abbia sempre in sé qualche particella di bene, e il bene qualche particella di male. E queste barche, barchette, navigli di ogni genere, disuguali, precari, tutti insieme orientati a est, persi nel blu del mare, peraltro popolati di gente quasi qualunque, che fa qualcosa che quasi ognuno di noi potrebbe fare, e che allo stesso tempo fa infinitamente di più di quanto quasi chiunque di noi abbia mai fatto.

Quanto all’elemento eterno, è altrettanto evidente quale sia, anzi è così strettamente intrecciato a quello presente e precario e pericolante che lo abbiamo già nominato. È la sopravvivenza, che infatti la piccola sgangherata flotta porta nel nome, questo significa in arabo “sumud”. È la vita che vuole vivere, e che nel bel mezzo della distruzione rimane indistruttibile o quasi indistruttibile. Del resto, nelle cose umane tutto è dell’ordine del quasi, e niente quanto la sopravvivenza partecipa di quell’ordine incerto e approssimativo. È l’incontro con la distruzione a far brillare al cuore della distruzione qualcosa che finché non è distrutto appare indistruttibile. Anche questo nodo della distruzione e dell’indistruttibile appartiene alla grammatica del mito e introduce la flottiglia nell’ordine del mito.

Scrivo e penso queste cose, e mi prende una certa vertigine. Mi sento di colpo un po’ fascista. Da dove viene questa sensazione? Ma è chiaro, il mito fa di tutti quelli che ci credono un fascio. E da un lato il fascismo si chiama fascismo perché vuole stringere i suoi accoliti dentro al nastro del suo mito, basta riguardare il suo emblema per cogliere questa promessa. E dall’altro lato il fascismo può proporsi come quel nastro che promette unità, azione comune, senso di comunità, perché appunto dispone di un mito. Abbiamo visto com’è andata a finire, ed è per questo che il mito è il grande assente nelle nostre cosiddette democrazie, da ottant’anni a questa parte. È per questo, ancora, che a sfiorare questi pensieri scatta il riflesso condizionato. Sei un fascista! Sono un fascista! Sono un fascista?

Sono secoli, in effetti, che il mito è uscito di scena, che il mito è stato accompagnato ai margini della vita collettiva, consegnato alle regioni innocue dell’estetismo, della decorazione d’ambienti. È il grande progetto dell’illuminismo, e poi del liberalismo ottocentesco, quello di evacuare il mito, di sciogliere il nodo tra l’eterno il contingente, di lasciare sul terreno nient’altro che delle contingenze che si limitano ad amministrare altre contingenze, tramite una pletora di regole tendenzialmente non fondate in altro che in un’operatività anch’essa contingente, e proprio per questo cancerosamente moltiplicantisi, nel vano tentativo di coprire il lezzo ora più vago ora più pungente della decomposizione della vita comune.

Questo lungo tragitto di liquidazione del mito ha conosciuto una battuta d’arresto e anzi una colossale inversione di rotta quando sulla soglia del Novecento il lezzo della decomposizione aveva raggiunto uno dei suoi vertici più acuminati, l’altro vertice essendo quello che delizia il nostro presente. Allora gente come Mussolini e come Hitler aveva resuscitato il mito, l’aveva messo al cuore di progetti totalitari come quelli del fascismo e del nazismo, e l’aveva nutrito a forza di sacrifici umani, come del resto ogni mito tende a richiedere. È andata come è andata, e da questa lezione spaventosa sono nate le democrazie del dopoguerra, che infatti hanno ripreso il cammino interrotto della demitologizzazione e l’hanno approfondito come mai prima si era tentato.

Ecco da dove viene il mio disagio. La flottiglia rimette in campo il problema del mito, lo rimette in campo a sinistra, e il campo della sinistra è refrattario al problema del mito. Allo stesso tempo avverte che quel problema la riguarda, che lì si gioca un’esigenza inaggirabile. È quest’esigenza che si tratterebbe una buona volta di ascoltare, anziché lasciarla alle destre, anziché liquidarla come una deriva ovviamente fascista. Ora, so bene che Furio Jesi ha voluto distinguere accuratamente il mito genuino dal mito tecnicizzato, il mito antico dal mito odierno e farlocco. Da una parte ci sarebbe il mito come liquido amniotico, nel cui elemento originario i greci o gli aborigeni nascono e sentono e pensano. Dall’altra ci sarebbe il mito come oggetto scientifico o tecnologico, il mito che possiamo incontrare in quanto antropologi, osservandolo dall’esterno con sguardo ora estetizzante ora accademico, o che possiamo costruire a tavolino, in quanto spin doctors di qualche think tank fascista o neofascista, con la collaborazione di una rete mediatica che del resto non esiste per nient’altro che per questo. 

Già. Sarebbe necessario un lungo discorso, ma per fare breve una storia lunga direi, e il cuore mi sanguina, che quella di Jesi è una mossa parecchio discutibile. Non esiste e non è mai esistito qualcosa come un mito genuino. Questa stessa categoria jesiana del mito genuino dovrebbe rientrare tra i miti tecnicizzati, se solo Jesi avesse ragione e se solo esistessero miti tecnicizzati tutti diversi dai miti genuini. Il fatto è che il mito era tecnicizzato già nella Grecia arcaica. Ovviamente, era tecnicizzato in base alle tecnologie laggiù disponibili. Per esempio, gli occhi, per esempio, il canto e la parola. Per esempio, il rito con tutti i complessi ammennicoli che consentivano ogni volta di rianimare, direi calcolatamente, l’incalcolabile. Che quelle tecnologie non ci sembrino tecnologie, non ci sembrino dei media o addirittura dei mass media, quali sono, ma ci appaiano come l’immediato, come la natura stessa, è effetto di semplice pregiudizio. Assumiamo le nostre tecnologie come paradigma di quello che dovrebbe essere ogni tecnologia, e troviamo che tecnologie dei Greci siano il frutto incantato dell’origine, siano delle non-tecnologie.

E così, ecco la cosa scandalosa, la cosa insopportabile, la cosa per la quale non abbiamo più categorie teoriche e spazio sentimentale e azioni possibili. La flottiglia si impone come una realtà che ha tutte le carte in regola per funzionare come un mito, un mito tecnicizzato quanto sono tecnicizzati tutti i miti, un mito tecnicizzato quanto sono tecnicizzati i miti di destra, ma non un mito di destra. E in fondo è questo che importa. Non dobbiamo chiederci se un mito sia vicino all’origine o lontano dall’origine. Dobbiamo ragionare non sui principi ma sulle conseguenze. Dobbiamo chiederci a quale conseguenza si avvicini o ci sottragga. E quel che la flottiglia mostra e anzi realizza, come del resto ogni mito mostra qualcosa e anche realizza quel qualcosa, è una forma di vita che distribuisce la vita anziché accumulare la vita, che condivide la vita anziché blindare la vita in una tomba fortificata, che produce vita comune anziché vita solitaria e mortificata e mortificante.

È per questo che la destra attacca la flottiglia e ci getta sopra palate di fango. Non sia mai che nasca a sinistra qualcosa dell’ordine del mito, cioè che a sinistra nasca una sinistra che è di nuovo di sinistra perché ha di nuovo un mito, o anche e più semplicemente, una sinistra che pone in termini nuovi il problema del mito della flottiglia. Ma poi, appunto, la difficoltà più profonda di fronte alla quale tutto questo ci conduce è un’altra. Ed è che anche a sinistra è forte la tentazione di liquidare quel mito come un mito di destra, o se vogliamo dirla altrimenti, di liquidare quel mito come appunto un mito. Il motivo di questa liquidazione non è così oscuro, del resto. Ed è che i miti richiedono sacrifici umani, come già dicevamo. Per questo la sinistra si è trincerata in una nobile impotenza, che è anche una pressoché definitiva mimetizzazione neoliberista. Si soddisfa da tempo di battaglie già vinte e di lotte per diritti che non costano niente perché sono già realizzati. Evita accuratamente di lottare per diritti che non esistono ancora o per diritti un tempo garantiti ma oggi platealmente cancellati.

Fateci caso, la demitologizzazione del politico è andata di pari passo con l’obliterazione dei corpi dalla sfera politica. Siamo stati graziati, ne siamo tutti felici, ma non si poteva pensare di essere stati graziati per sempre. Che i miti richiedano sacrifici umani, in fondo significa semplicemente che la vita richiede vita, che la vita produce vita consumando vita. Già solo dirlo o scriverlo sembra folle, o appunto fascista. Ma è qualcosa di persino banale, e di ben noto a sinistra fino a poco prima che la sinistra scaricasse Marx nell’immondizia e imboccasse prima inconsapevolmente, poi sfacciatamente la strada del neoliberismo. Ed ecco che oggi la flottiglia mette in campo dei corpi che soccorrono altri corpi, dei corpi che rischiano la devastazione per medicare la devastazione di altri corpi. Davanti a tutto questo è forte la tentazione di dire che questo mito, se poi è un mito, è un mito tecnicizzato. Che i miti li vogliono quegli altri. Che noi siamo più intelligenti di così. Ma di troppa intelligenza si muore e forse siamo già morti.

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