Maschere tra le fiamme

di ANTONIO TRICOMI 

Flashover di Giorgio Falco.

Cosa Flashover non voglia essere lo lascia intendere l’autore stesso: «Né romanzo, né racconto, né saggio, né novella, né poesia». E nemmeno, si potrebbe aggiungere, un canonico non-fiction novel. Semmai, esso ha qualcosa dei gesti dadaisti (tant’è che Tzara è citato in epigrafe) o delle performance della body art. Non per nulla, le lasse in prosa di varia estensione, dal cui “montaggio concettuale” scaturisce il libro, sono contrappuntate da una serie di fotografie che si devono a Sabrina Ragucci e nelle quali, ma sempre in maschera, Falco compare messo a nudo. Sì da potersi rendere effige dell’intenzione che l’ha guidato nella stesura dell’opera: convertirsi in un anatomopatologo – non diversamente dai propri oggetti d’indagine però defunto – per proporci un’istallazione in tutto simile a un’autopsia condotta sui nostri corpi ormai privi, a parer suo, di vita. Presentarci insomma non una ricognizione forzatamente incattivita, ma una rigorosa perizia legale del nostro tempo esanime. E farlo attenendosi ai foschi eventi che lo segnano: preoccupandosi di «entrare nei fatti» e di «usare l’archivio per edificare una scrupolosa congettura, una concatenazione di ipotesi, supposizioni basate sempre sui fatti» (Falco 2020, p. 10).

A livello per così dire epidermico, i fatti in questione e ricostruiti per noi sono, in Flashover, quelli che, il 29 gennaio 1996, condussero all’incendio del Teatro La Fenice di Venezia. Appiccato, con la complicità di un cugino suo dipendente, dal titolare di una piccola ditta in grave ritardo sulla consegna degli impianti elettrici finanziati durante il restauro del plesso. E quindi, da un parvenu in disgrazia che il testo ritrae alla stregua di «un nuovo tipo di padrone», esclusivamente impegnato a «fare soldi, divertirsi, consumare di più, consumare divertimento, lavorare poco, di meno, meno degli altri, di tutti». Ligio, in altri termini, a quel «culto dell’imprenditoria vincente» in grado, negli anni novanta del secolo scorso, di imporsi quale prova definitiva, a distanza ormai di tempo dal boom economico vissuto dalla nazione, dell’avvenuto «passaggio dalla civiltà contadina alla civiltà della fine del lavoro». Pur senza cancellare, in quest’ultima, un’«ideologia del lavoro» tuttavia scremata di qualunque istanza emancipatrice. Resa la parassitaria ancella prediletta di una onnipervasiva «ideologia tossica» pronta a celebrare «un purissimo consumo idolatrico», cioè «l’essenza del capitalismo contemporaneo» (ivi, pp. 85-86).

Sicché la combustione della Fenice diventa una sorta di simbolico spartiacque tra due distinte fasi del dominio capitalistico. E questo, proprio in quanto causata da un immiseritosi suddito, fra i tanti, di un’era restia ad educare i suoi figli «all’insuccesso, alla sconfitta». Da uno scialbo sicario, rispetto ad altri solo più patetico, di un comune sentire in alcun modo propenso a giudicare quantomeno degni di stare al mondo i non pochi losers incapaci di produrre e di accaparrarsi sempre nuove risorse da dilapidare poi senza sosta, nell’illusione di poter vivere sino «alla fine dei soldi che non finiscono mai» (ivi, pp. 86, 113).

Per un verso, quell’incendio costituisce cioè, per Falco, il fisiologico approdo apocalittico di una civiltà religiosamente fondatasi, per lustri e lustri, su una specie di morbosa dialettica tra «Schuld colpa morale» e «Schulden debiti monetari». Sul principio in base al quale esistere «significa Schuld e Schulden: indebitarsi, appiccare il fuoco, indebitarsi, vivere». Implica insomma, in ciascuno, l’ansia di «perseguire una forma di devozione, di indebitamento fine a se stessa», accettando l’idea che «il tempo destinato all’estinzione dei debiti» contratti, ossia il tempo impiegato nel vano tentativo di purificarsi dal proprio peccato originale di imperfetta macchina da soldi, coincida, per sé e per tutti, «con il tempo della vita». Quella di ogni singolo «uomo colpevole, rinchiuso dentro la propria libertà indebitata, dentro il vuoto di una mancanza irrisolvibile». Certo. Ma anche la vita dell’intero ingranaggio economico, dato che l’incalcolabile «somma di debiti» infaticabilmente accresciuta dal sistema tutto «si accorpa» in ciascun individuo, espropriandolo di sé, convertendo il denaro nel suo «nucleo invisibile, indistruttibile», persuadendolo di essere una tessera intercambiabile tra le tante altre parimenti richieste di morire, cioè di perdersi in un’«inesauribile tensione distruttiva e autodistruttiva», pur di garantire l’eterno trionfo del capitale. Che, del resto, appunto in tal maniera si afferma e riproduce se stesso: «Di crisi in crisi, di astrazione in astrazione, sfruttando la propria rigenerazione patologica» e valorizzando il suo intrinseco darwinismo sociale. L’atroce capacità di rendere ogni corpo «il luogo del denaro» e, al contempo, lo spazio «che quel luogo contiene»: uno smaterializzato, frammentato «contenitore contenuto» (ivi, pp. 153-157, 163).

E Falco non dubita che il dinamitardo incancrenirsi di siffatta logica in chiusura dello scorso millennio sia stato anche l’esito di un ventennale smantellamento di quelle politiche socialdemocratiche comunque orientate, almeno in Italia e nell’Europa occidentale, a flettere la modernizzazione capitalistica (rilanciata o avviata al di qua della cortina di ferro dopo la fine del secondo conflitto mondiale) in direzione di forme, pur spesso insufficienti, di equità sociale o di benessere realmente garantito a un numero via via crescente di individui, ammessi nei ranghi di un ceto medio a sua volta sempre più esteso. Ragion per cui, le fiamme divampate alla Fenice gli si rivelano anche lingue di fuoco pronte a «bruciare tutto ciò che è stato costruito nel Dopoguerra». E a farlo potendo quasi contare sul tifo di quella porzione di piccola borghesia italiana, e occidentale, fin da allora sulla via dell’impoverimento, dunque risentita, o se non altro spaventata all’idea di non dover attendere ancora molto «prima di arrivare al flashover irreversibile» (ivi, pp. 145, 52, 133).

Tanto più che, già nel testo che dava il titolo alla raccolta di racconti L’ubicazione del bene (2009), l’autore aveva provveduto a tracciare un quadro simile. Dipingendo l’Italia di inizio millennio, e per sineddoche la civiltà occidentale tutta di quegli anni, come uno «zoo» da intendersi quale «sogno infranto non solo del paradiso terrestre, quanto di un modello economico di controllo e solidarietà». Al pari cioè di un mondo nel quale, esauritasi quest’ultima, altro ormai non restavano che pratiche di disciplinamento a tal punto asfittiche da trasformare le nostre in normalizzate società di anestetizzati animali in gabbia (Falco 2009, p. 37).

Da altra prospettiva, la colonna di fumo levatasi su Venezia un quarto di secolo fa, o poco meno, per Falco è però anche un metaforico preludio a quella drastica evaporazione del denaro dalle tasche di molti cittadini che, nel battezzare il nuovo millennio, ci ha messo via via di fronte a evidenze divenute oggi non più minimizzabili: l’ormai cronico assottigliamento del ceto medio, la contrazione dei diritti per massicce schiere di individui, la concentrazione di un’impressionante ricchezza in poche mani. Tutti processi che, accompagnati dalla crescente legittimazione politica di sovranismi e populismi di varia genia, hanno finito col rendere ancor più palese quella che l’autore ritiene la natura in sé totalitaria della sovranità capitalistica.

In un suo pamphlet, Sottofondo italiano (2015), Falco spiegava di essersi sentito sempre «circondato», lui che è nato nel 1967, non soltanto da un sovversivo «neofascismo» armato finanche in grado di infiltrarsi in ogni anfratto dell’incompiuta democrazia vigente in Italia, ma soprattutto da una maggioranza di connazionali «pronta al dittatore» (Falco 2015, pp. 11-12, 17, 23). Nelle pagine di Flashover, egli torna sì a rinvenire, in quella degli italiani, un’antropologia inguaribilmente fascista, a parer suo confermata, per esempio, dalla loro disponibilità ad accettare che nel Paese si trovino «strade intitolate a Giorgio Almirante» (Falco 2020, p. 99). Ma una simile annotazione gli serve appunto per descrivere il nostro come lo spicchio di un intero Occidente vieppiù sottomesso a un potere assoluto, quello del capitale, capace di affermarsi perché abile ad azzerare la possibilità stessa dell’autocoscienza individuale in ciascuno dei propri sottoposti.

Da quando quel dominio ha avuto inizio, e finché esso perdurerà, ad abitare le società schiacciate dalle sue rapaci logiche non potrà che essere, per Falco, colui che, nella Gemella H, egli definiva – riferendosi ai manifesti realizzati negli anni venti del Novecento da un acclamato cartellonista – «l’Uomo di Lenhart». Cioè una specie di ameba per la quale «il mondo è un soffitto di soldi» e un’«astrazione»: un insieme «di regole e numeri distanti dalla realtà». C’è solo da mostrare «obbedienza» verso tutte quelle «procedure» che, «autorità senza volto», stabiliscono gli invalicabili «limiti» dell’esistenza concessa a ciascuno. Occorre uniformarsi al sistema «senza entusiasmo ideologico», ma anche senza percepire «nostalgia per la libertà». Ogni cittadino è richiesto di confermarsi «privo di interessi significativi, incapace di provare sentimenti personali, adattato a una vita fondata sull’indifferenza» (Falco 2014, pp. 95, 98, 103-104, 110).

In Flashover, questa stessa caricatura di individuo – il che vuole anche dire: ciascuno di noi, qui e ora – è descritta come un volto «addestrato e spossessato di sé» fino al punto di modellarsi su una maschera, ossia sulla «vera superficie», ormai, «dell’essere umano». Su una smorfia imbalsamata che, non rivelandosi «sottoposta al mutare della mimica facciale» e liberando da ogni sua comunque «falsa personalità» il viso, permette a quest’ultimo di non sprofondare in quel «vuoto infinitesimale» che sussiste tra sé e la propria stereotipata immagine artefatta – un vuoto che continua ad essere «un abisso riempito, da molto tempo, con il denaro» –, ma di scavalcarlo per aderire totalmente a siffatti lineamenti innaturali e cancellarvisi. In sostanza, per tumulare la propria morte dietro una barriera incline a trasformarlo in «teschio». A rendere cadavere qualunque soggetto obbligato a sentirsene feticcio (Falco 2020, pp. 165-167).

Offrendocisi ridotto a maschera, nelle diverse fotografie che campeggiano in Flashover, Falco ci chiede allora di riconoscere, in lui, la controfigura di ognuno di noi. Salme ambulanti in una società nella quale tutte le cose tendono a mutarsi non in «rovine», cioè in una «testimonianza del tempo, prima che il tempo fosse sottomesso al capitale», o in resti di civiltà non prodotte da tale despota, bensì in «macerie», ossia in «un accumulo di produzione, inutilizzo, incuria, inerzia, inattività, spreco, abbandono, distruzione» che aspira ad azzerare ogni memoria, e l’intera storia, per imporsi quale eterno presente, per favorire l’«oblio». E che s’incarica di cancellare la tradizione e finanche la possibilità stessa dell’arte. Presentarcisi col volto innaturalmente deformato in un ghigno è perciò il modo, scelto da Falco, per ricordarci che nessun autore in attività, o del passato, può ormai più pensarsi, o essere percepito, come l’artefice di beni in condizione di sottrarsi, invalidandolo, a un simile processo di annichilamento dell’umano, del vero, del giusto, persino del bello (ivi, pp. 78-79).

D’altro canto, se un frustrato ha scelto di dare alle fiamme proprio La Fenice, lo ha fatto, a ben vedere, anche perché braccio armato di un’epoca non più incline a tollerare il contatto con l’accecante verità etica espressa dalla «bellezza» e invaghitasi, viceversa, dell’«immondizia». Non più disposta a intendere il tempo come un divenire, ma pronta a sminuzzarlo in «piccole frazioni» concatenate: ciascuna della durata di tre minuti – quelli sufficienti a svolgere una qualsiasi «prestazione» generica richiesta dal capitale – ed eletta a «frammento produttivo di un tempo ciclico, arroccato su se stesso, il tempo della produzione» di ricchezza, gesti, opinioni e merci, di torti, disparità, flagelli e morte. Un’epoca che minaccia di degradare «il futuro» a «una preistoria terminale» (ivi, pp. 52, 136-138, 173). Sempre che a ciò essa non si sia già ridotta.

Riferimenti bibliografici
G. Falco, L’ubicazione del bene, Einaudi, Torino 2009.
Id., La gemella H, Einaudi, Torino 2014.
Id., Sottofondo italiano, Laterza, Roma-Bari 2015.

Giorgio Falco, Flashover. Incendio a Venezia, Einaudi, Torino 2020.

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