Nel 1919 Freud interrompe la stesura dell’Al di là del principio di piacere (il saggio capitale sulla coazione a ripetere e la pulsione di morte) per decidersi a portare a termine un piccolo lavoro che gli era rimasto nel cassetto per un numero imprecisato di anni, Il perturbante. Ci sarebbero tante cose da interessanti da dire al riguardo, su questo saggetto di venti pagine stentate che, una volta letto, è un po’ come un portale lovecraftiano che vi catapulta in una dimensione parallela, in una sorta di dietro le quinte da cui potete vedere quanto la realtà – una volta osservata anche solo a mezzo metro di distanza – sia una costruzione spudoratamente bizzarra.
Tante cose interessanti che lasceremo da parte per partire da quelle noiose. La più noiosa in assoluto per cominciare: il termine originale tedesco da cui abbiamo ricavato la parola perturbante, unheimlich, in verità, non ha corrispettivi in nessun’altra lingua. Potete tradurlo come volete, purché teniate a mente che, a prescindere dalla vostra scelta, vi lascerete dietro un pezzo. Se è infatti vero che tradurre è tradire, parlare di perturbante, di uncanny o di dérangement invece che di unheimlich è quasi come uccidere, perché in ciascuna delle sue traduzioni la parola perde metà del proprio cuore: il fatto che unheimlich, con una di quelle finezze che solo l’orrore espressionista sa concedersi, è esso stesso un termine perturbante. Una trappola in cui vi siete infilati con le vostre stesse mani, tanto per anticipare una definizione popolare del concetto.
Se infatti aprite un dizionario di lingua tedesca e vi mettete alla ricerca di questa parola, noterete subito che – niente di eccezionale – unheimlich è l’antitesi di heimlich: il contrario di ciò che risulta confortevole, quieto e dunque, per estensione, anche familiare e abituale. Di primo acchito, l’equazione è ovvia: l’unheimlich è l’ignoto, l’estraneo, l’alieno da noi, l’inconsueto o, perché no, il nuovo. Eppure, come intuisce lo stesso Freud, questa soluzione non è sufficiente a rendere giustizia al concetto.
Perché l’inconsueto si faccia perturbante occorre ancora un dettaglio, uno di quei cavilli da commercialista celati sotto qualche asterisco a piè pagina che il normale occhio umano ignora: tra le numerose sfumature del termine, il dizionario di lingua tedesca ne enumera diverse, forse troppe. Come se mettesse alla prova la vostra soglia attentiva. E se tenete duro e vi sorbite tutta la trafila di sinonimi impronunciabili e lo fate uno dopo l’altro, alla fine arriva il premio, più o meno. Alla fine del forbito elenco dei sinonimi di unheimlich ce n’è proprio uno che non vi aspettereste o che escludereste a priori: heimlich. Perché i tedeschi si sono inventati una parola intraducibile il cui significato è talmente labirintico da arrivare a coincidere con la sua stessa negazione. Germania-Resto del mondo 1-0.
Il perturbante ingloba al suo interno due cerchie di rappresentazioni contrarie, due prospettive che, logica vorrebbe, dovrebbero rimanere tra loro distinte. La familiarità, da un lato, e il tener celato dall’altro. Ecco perché dire che l’effetto perturbante si scateni quando il familiare lascia semplicemente trasparire un dettaglio estraneo non è ancora abbastanza. Bisogna essere più radicali, quasi illogici, al punto da dire che l’unico, vero effetto perturbante all’altezza del suo nome è quello in cui l’alieno emerge dall’assolutamente familiare, quando è il punto fermo e irremovibile che sostiene il nostro giudizio di “realtà” a rivelarsi massimamente estraneo da noi.
Quando la trappola vera e propria è la comfort zone in cui cerchiamo rifugio per tirare il fiato e tentare di sopportare il resto delle faccende che si sopportano meno, quelle che ci procurano disagio o fastidio. Tanto che Freud, incapace di resistere a tutte queste finezze linguistiche, decide di aggiungercene una tutta sua, e ci dice che il prefisso un- di unheimlich non è il segno di una negazione, bensì di una rimozione. L’unheimlich viene evocato quando qualcosa che appartiene al nostro passato e che avrebbe dovuto rimanere rimossa riaffiora, mostrandoci che il familiare non è poi così familiare.
Un po’ complicato a prima vista, ma magari un esempio può tornarci utile. Prendiamo il film sudcoreano The Forgotten (2017): Jin-seok è un ragazzo ansioso, turbato da ogni minima variazione nella sua routine; l’unica garanzia che ha per tenere in piedi la propria esistenza è suo fratello maggiore. Risoluto, forte, impavido, superomistico. Non fosse che, poco alla volta, il suo riferimento salvavita comincia ad assumere tratti via via sempre più insoliti, fino a quando non diventa chiaro che l’epicentro dell’estraneità, dell’alieno, risiede proprio nella figura del fratello. Come se quest’ultimo non fosse chi dice di essere. E come se questa incertezza si riversasse come una valanga sullo stesso Jin-seok, che a un certo punto inizia anche a chiedersi, e giustamente, «allora chi sono io?».
L’esempio di The Forgotten è utile anche – e soprattutto – per distinguere il perturbante dal trauma. Se infatti il tratto peculiare dei traumi è nell’urto, nella forza di sfondamento esercitata da un agente esterno, da un corpo estraneo, aggressivo, che preme per rompere la barriera di sicurezza della coscienza, il perturbante si caratterizza per la complicità del soggetto. Per il fatto che è quest’ultimo, e non una qualche forza antagonista, ad accendere la miccia che farà saltare in aria l’architettura della realtà: se Jin-seok non si fosse deciso a pedinare il fratello e ad assecondare i suoi dubbi, The Forgotten sarebbe la (ennesima) storia su un adolescente tormentato dalle proprie insicurezze, un anonimo family drama sulla vulnerabilità. Non sarebbe perturbante, sarebbe kitsch.
Eccola un’altra piccola formula del perturbante da tenere in tasca: l’effetto perturbante si scatena quando il soggetto non è la vittima, ma qualcuno con le mani sporche. Qualcuno che ci ha messo del suo, e che magari lo ha fatto proprio perché, sentendo puzza di bruciato, ha voluto sistemare le cose prima che divampasse l’incendio. Senza sapere che è stata proprio il suo coinvolgimento a scatenare il putiferio. Come dire, se Edipo non avesse preso (fin troppo) alla lettera la profezia dell’oracolo, se non avesse cercato di passarci sopra una proverbiale pezza, non avrebbe ucciso suo padre e non avrebbe avuto figli da sua madre, no?
Il lato più intrigante dello scritto di Freud, provocazioni a parte, è che oltre a essere un saggio di psicoanalisi è anche una cassetta degli attrezzi per gli scrittori. Freud non si limita soltanto a presentarci il concetto dal punto di vista psicodinamico, ma arriva persino a fornirci le coordinate essenziali per evocare l’effetto perturbante. Come fare, dunque? Anzitutto, mantenendo il lettore o lo spettatore (o meglio ancora il protagonista stesso) in uno stato di fastidiosa incertezza, togliendogli le informazioni essenziali per raggiungere una verità che gli serve come ossigeno: se dovete suggerire che una persona in carne e ossa che conoscete da tempo possa in realtà essere un automa, uno zombie o semplicemente un impostore, dice Freud, prendetevela con molta calma. Attardate, lasciate in sospeso, inserite divagazioni, rimandate continuamente il momento della verità. Per essere davvero fastidiosa, e arrivare a meritare il titolo di effetto perturbante, l’incertezza non deve monopolizzare l’attenzione dell’interlocutore. Lasciate che il fastidio fermenti piano piano. Fate in modo che ci si domandi, esplicitamente oppure no, se le cose stanno davvero come sembrano, o se è lei/lui a essere impazzito.
In secondo luogo, sottolinea Freud, l’incertezza non deve essere solo “intellettuale”, una semplice questione privata che si arrovella nella mente del vostro personaggio. Bisogna fare in modo che il dubbio – per così dire – contagi ed entri in relazione con tutto ciò che lo riguarda, e che questo contagio riesca a espandersi proprio perché ci sfugge la sua fonte.
Pensiamo a Benevolenza cosmica di Fabio Bacà, un romanzo che ci mostra come si possa essere perseguitati non solo dalle disgrazie, ma anche da veri e propri colpi di fortuna. Il vostro medico vi dice che state benissimo, anzi, che siete una sorta di miracolo genetico. I tassisti rifiutano il vostro denaro e, per di più, ve ne offrono a loro volta. Ogni vostro minimo e insignificante desiderio si avvera prima ancora di riuscire a essere formulato. Tutto va incredibilmente bene, in modo quasi miracoloso. Ma proprio questa perfezione comincia a turbare. Non è normale. Nessuno è così fortunato. E così, il bene diventa inquietante, il positivo si deforma. Ciò che dovrebbe rassicurare, all’improvviso, fa paura. Tutto gira per il verso migliore, pure troppo.
E quando la fortuna si fa così sfacciatamente insolente, alla lunga, subentra il dubbio, e la realtà appare sempre meno reale, come un’impostura o un gioco di marionette. Non più come la scatola inerte che si limita a contenere l’insieme delle nostre vicende (benevoli o malevoli che siano), ma come un abisso, un centro di attrazione anonimo e insignificante che si spalanca proprio dove non ce lo aspetteremmo. Proprio nel bel mezzo di quel pezzettino di mondo che credevamo di conoscere, e in cui credevamo di sentirci a nostro agio.
Ora, che Abisso sia anche il titolo della nuova raccolta di storie pubblicata da JiokE è una coincidenza piuttosto perturbante. Perché questo fumetto italiano mi è finito tra le mani proprio mentre preparavo una lezione chiamata “Elementi perturbanti”, e questo è già di per sé perturbante oserei dire. È la sua prima raccolta che leggo (vedo sul web che ne ha scritte altre prima di questa), e il meno che possa dire è che già un paio delle sue storie sarebbero sufficienti a rendere con molta più eloquenza tutto quello che ho cercato di dirvi sino a ora.
JiokE, aka Giovanni Dell’Oro (o viceversa, poco male), ha il tratto vintage-europeo dei fumetti belgi e francesi dell’età d’oro del medium, ma la sostanza è tutta giapponese, nel senso più onorevole e morboso del termine: il ritmo, i temi e – soprattutto – la crudeltà delle sue storie ricordano l’Happiness del maestro Furuya, quella spietata impostazione narrativa che spende il 99% delle tavole a imbastire un ambiente accogliente, pensato come un’isola sicura nel deserto freddo del reale, e lascia da parte quel restante 1% per aprirvi sotto i piedi una botola senza fondo. Un trabocchetto in presa diretta con l’inferno, qualsiasi cosa sia, l’inferno. Perché il perturbante, altra formuletta veloce che qui parafrasiamo da Porta chiusa di Sartre, non è nelle nostre angosce future, nel timore di ciò che ci accadrà o ci potrebbe accadere, ma in ciò che ci sta già accadendo, a nostra insaputa, qui e ora. Se leggerete Abisso ve ne renderete conto: a fregarvi, è sempre l’ultima tavola, la pagina che non avreste voluto leggere, e che da sola riesce a ribaltare il significato di tutto ciò che avete letto fino a quel momento.
Non voglio soffermarmi troppo sulle singole storie di JiokE, perché sarebbe un peccato bruciarle per una recensione. Sono dodici, una più terribile dell’altra, ciascuna calata in un contesto diverso, ciascuna accesa da una sua sfumatura del crudele, di un’empietà tale da farci rimpiangere che i mostri non esistono. Quello che mi interessa sottolineare, invece, è un aspetto che sfugge facilmente ai bilanci sul perturbante, e che il Nostro mi sembra portare a galla con ostinata puntualità, sfoderandoci un’ultima, cruciale formuletta sulla faccenda. L’unheimlich è un concetto estetico, lo dice Freud per primo.
Riguarda le sensazioni, la vertigine, lo spaesamento, le certezze che vacillano, la corruzione dei sensi e delle impressioni. Riguarda il familiare che d’un tratto, proprio nel suo punto più languido, si mostra fonte e origine dell’alieno, l’estraneità che ci portiamo attaccata alla suola delle scarpe senza che ce ne accorgiamo. È il giocattolo che si mostra più umano dell’umano. Il genitore che si rivela più straniero di un qualsiasi sconosciuto. Il ricordo biografico che degenera in un’allucinazione gigantesca. Il salvatore che si rivela carnefice. Ma, soprattutto, il perturbante ha a che fare con il desiderio. E, più nello specifico, con il desiderio che ci rifiutiamo di riconoscere come nostro.
C’è un passaggio dello scritto di Freud che, al riguardo, è illuminante: Freud ci racconta di un suo episodio personale, di una giornata assolata in cui, passeggiando per le viuzze di un paesino italiano, si era ritrovato più e più volte a passare per un quartiere zeppo di prostitute; e più tentava di cambiare strada e allontanarsi da lì, più i suoi passi lo riportavano al punto di partenza. Dire che Freud, sotto sotto, quel giorno desiderava spassarsela è un po’ riduttivo. Ma ci aiuta a capire che siamo sempre complici delle stranezze che ci accadono. Che, consapevolmente oppure no, tendiamo a favorire quegli stessi fenomeni in cui restiamo impietriti.
Che poi, è esattamente il tranello politico che il nostro presente ci esorta illusoriamente a nutrire. È il demone dell’ordinario che ci sussurra che “va tutto bene”, mentre la realtà ci consuma e ci uccide piano piano. Un lento suicidio in cui qualcosa, dentro di noi, continua a sussurrarci che tutto ciò che è reale dovrebbe per questo essere anche normale.
JiokE, Abisso, Edizioni BD, Milano 2025.