I fiori recisi dallo stelo generano, a volte, una piccola commozione frammista alle apprensioni riversate ai moribondi: acqua, preghiere, speranze. Nella fantasia di Mario Praz sfilavano funerei cortei dove narcisi, eliotropi, giacinti e crochi davano una gioia da cadaveri galvanizzati, i cui acuti profumi non erano che gli estremi aneliti della loro agonia. La raccolta saggistica di Praz porta il titolo perciò di Fiori freschi. Come se l’ecfrasi, il commento, il saggio non fossero che succedanei alla raccolta di un bel fiore, il testo letterario. E il matrimonio tra fiori e letteratura, si sa, è molto antico. Dalla ghirlanda di Meleagro nell’Antologia Palatina, in cui scorre fitomorfizzata tutta la poesia antica, ai florilegi medievali, alle moderne antologie scolastiche. L’antologia stessa è, nell’etimo, una composizione, un legame floreale.

E un legame sottile, come un picciolo, sembra legare Arturo Saragat, giovane astigiano al quale viene donato un libro che ha l’ambizione di enumerare tutto ciò che esiste, più una parte di ciò che è esistito e non esiste più, di ciò che esiste pur non essendo mai esistito, e di ciò che non esiste, non è mai esistito e mai esisterà, e il padre, botanico espatriato per studi scientifici e mai più tornato. Ma non solo: un legame sottile lega Arturo a una fabbrica astigiana di mappamondi di lusso, cesellati e lavorati fin nel più  piccolo particolare, e a una misteriosa città messicana, Santa Brigida de la Ciénaga, dove si pratica il culto di Giuda Iscariota (e qui, dal punto di vista teologico-letterario, i riferimenti ipertestuali abbondano: dalle Tre versioni di Giuda di Borges all’Opera del tradimento di Mario Brelich). Ma ancora, ovunque: legami, nessi, connessioni, biforcazioni.

Con al centro della narrazione – anche se qui vale ciò che Cusano diceva di Dio, ovverosia ciò che ha il proprio centro ovunque e la circonferenza in nessun luogo – il libro Historia poética y pintoresca de los ferrocarriles en México, che si configura come una sorta di grammateion dell’universo in cui tutto si tiene, e ogni possessore ne traccia cosmogenesi e genealogia. Come il trombettista mariachi, Guillermo Escandón Luna, che decide di ripercorrere i passaggi di mano dell’unica copia del libro rimasto in circolazione e, con viaggi estenuanti nel dedalo delle ferrovie messicane, ne fa una ragione di vita, o il suo tentativo di dare ordine al mondo. Ed è il passaggio ordine-disordine, cosmo-caos, a essere continuamente oscillante, in Digressione di Gian Marco Griffi (Einaudi, 2025) situandosi in una zona di indiscernibilità tra la messa in forma della vita e lo sfuggire della stessa a qualsivoglia determinazione formale. E, tenendo conto di quanto detto fin qui, sembrerebbe un libro di altissima complessità, stratificazioni formali e tonalità stilistiche, eppure, mentre lo si legge, è tutto chiaro, concreto, cristallino. Le pagine scorrono con una gioia quasi puerile, come in certi racconti di Conrad, in cui tutto è logicamente implicato e il magnetismo dell’ignoto guida l’implacabile lettura.

Paragrafo dopo paragrafo cominciamo a digredire, a mettere in pausa le ambasce del quotidiano, ci abbandoniamo lietamente al labirinto che per noi è stato progettato. Umberto Eco ci dice che i labirinti, come modello topologico di rete polidimensionale, possono essere di tre tipi: unicursale, classico, alla Cnosso: vi è solo un percorso, in cui, una volta entrati, non si può che raggiungere il centro e poi uscire; manieristico, o Irrwelt: in cui tutti i percorsi portano a un punto morto, salvo uno, che porta all’uscita; a rete, rizomatico: in cui qualsiasi punto del percorso può essere connesso a un altro, e deve esserlo. Mentre i primi due hanno entrata e uscita, nel terzo ci si è già dentro, essendo estensibile all’infinito. E quello di Griffi è un romanzo-rizoma. I legami filamentosi tra i personaggi si aggrovigliano, a gnommero, per catene di concause, senza un piano superiore alla pagina in cui figurano che possa sussumerli e farli oggetto pedantesco di una disamina critica. I personaggi si annullano nella pagina perché portati alla loro estrema espressione, effimeri perché eterni, scandiscono i tempi del romanzo.

Vi si trova perfino una piccola città fantasma calabrese, abbandonata dagli abitanti in seguito ad eventi alluvionali estremi: Roghudi vecchio, che avrebbe prodotto una messe di lavori bibliografici afferenti alla cosiddetta roghudistica comparata, una disciplina estremamente complessa tra fisica dei quanti e topologia matematica, giustificata dalle fratture del continuum spazio-temporale verificatesi nel vecchio abitato di Roghudi (ma solo se specificatamente accompagnati e in occasioni altamente speciali).

Per non parlare di Mussolini, che non è morto a Dongo, ma mandato in esilio a spese della Repubblica Italiana in giro per venticinque isole diverse, dall’arcipelago di Kiribati in Oceania fino a Pantelleria, dove stabilirà residenza e culto: il kuce maramaldo, per lui e per degli asini sacri e degni di solerte protezione. Griffi sembra conoscere a memoria Eros e Priapo di Gadda, riprende con briosa felicità lo stile satirico e pungente dell’ingegnere, dipinto grottesco ed esatto del Ventennio fascista. Per non parlare dei rievocatori fascisti, difensori dell’ordine costituito a suon di stoccafissate, di Zeno Fissasegola e la sua corsa a sindaco nelle amministrative di Asti, del Parcopinocchio, un enorme Gardaland dell’orrore pedagogico in cui le rievocazioni fasciste si assommano al capolavoro di Collodi. Sono pagine di straordinaria ilarità, anzi, tutto il libro è intriso di un’ilarità diffusa, un’enorme hilarotragoedia à la Manganelli, nel quale la pratica della levitazione discenditiva (o digrediente) è regola formale. Per non parlare della marmellata di fichi, infatti non ne parleremo.

Possiamo dire solo che con Digressione è l’idea stessa di letteratura ad uscirne stravolta: non sembra ordinabile nel grande calderone periodizzante del postmoderno, ma esplode con fenomeni di sincronicità assoluta. Tutto accade con tutto nel tutto. Siamo alle soglie dell’entanglement quantistico; la letteratura diventa una materia oscura (o lo è sempre stata?) come ci insegna Enrico Terrinoni, traduttore italiano di Finnegans Wake, e il pensiero magico o mistico diventa la porta d’accesso al godimento del testo. Se la letteratura italiana ci ha abituato spesso ad ottime penne, come quelle di Siti, Mari, Albinati, Pomella, etc., quella di Griffi è incendiaria ed enciclopedica.

Non basta più dire che è un romanzo-mondo con l’abusata categoria morettiana. Bisogna pensare all’etimo del lemma enciclopedia, risalire all’enkyklios paideia, come forma di educazione nel circolo dei saperi e delle pratiche, ed elevare la letteratura enciclopedica quale strumento essenziale di conoscenza del mondo. Ora, però, torniamo anche ai fiori, e all’amore. Perché in fondo ogni storia è una storia d’amore, e anche quella del protagonista, Arturo Saragat, lo è, come lo è probabilmente anche l’esperienza del lettore. E se di fiori nel romanzo ve ne sono di infinite varietà, spesso scientificamente descritti con precisione chirurgica, dal peduncolo agli stami, vi è però anche un fiore reciso. Espediente letterario della fine di un amore o della morte di un eroe, che da Omero arriva fino a Catullo (vale la pena riportare i versi finali del c. 11 del Liber catulliano, nella traduzione italiana in metrica barbara di Fo: «Né si volga, come già fu, al mio amore / che per sua colpa infranto come in un prato, al / bordo estremo, il fiore, allorché un aratro / passa e lo tronca».

La Digressione che ci propone Griffi sembra incarnare questo fiore reciso, di una bellezza estrema, che nasce da una rottura con l’ordine naturale delle cose e non prevede escatologia e dunque passaggio a un altro regime di senso. Piuttosto: ritorno, circolare, continuativo, infinito, alle pagine del libro, o peggio, alla vita consueta nel punto della sua interruzione, all’atto che precede la lettura del romanzo e ne custodisce l’intima l’essenza.

Gian Marco Griffi, Digressione, Einaudi, Torino 2015.

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