A cent’anni dalla nascita di Deleuze, ciò che più di ogni altra cosa vorrei qui ritenere del suo percorso è legato all’incontro con Guattari – dove “Guattari” non indica la persona di Monsieur Félix, ma il suo mondo schizofrenico e sovversivo. Se di Deleuze si può ancora dire qualcosa che non sia né accademico né edificante, è grazie a quell’incontro, che infatti ogni discorso pubblico su di lui tende a cancellare.

Naturalmente, che i due si incontrassero non è stato un caso. Se ne trovano le condizioni in certe formule, devianti e riottose, presenti persino nella tesi di dottorato che diventerà Differenza e ripetizione, e più in generale in un atteggiamento che mostrava di non avere alcuna esigenza di compatibilità con l’ordine costituito. È stato proprio il carattere ritirato e persino “autistico” di Deleuze ad aver consentito l’incontro con Guattari. Facendo il gioco di tracciare le sue linee erranti, senza minimamente preoccuparsi del fatto che portassero o meno da qualche parte, Deleuze si è ritrovato in quel fuori popolato dai matti di La Borde e dai gruppuscoli rivoluzionari.

In ragione di quell’incontro ha persino viaggiato, lui che odiava farlo. Almeno una volta (duplice tradimento di sé, visto che odiava anche le conferenze), ha viaggiato per venire a tenere una conferenza a Milano. 

Deleuze e Guattari sapevano fin troppo bene che quando un’aria inizia ad avere un certo successo diventa ben presto una canzone da organetto. E loro, fin da subito, di arie ne hanno inventate parecchie. Macchina desiderante, deterritorializzazione, schizoanalisi. Linea di fuga. Ma dopo un po’ già nessuno sa più che se c’è bisogno di tracciare una linea di fuga, di fare un buco nella recinzione, di scavalcare un muro di cinta e poi correre cercando un’arma da portare con sé è perché ci si trova in una prigione.

È per questo che, in quella conferenza, Deleuze risponde a una domanda di Giovanni Jervis dicendo che no, non gliene importa nulla di continuare a utilizzare i termini lanciati dall’Anti-Edipo, visto che ormai (e siamo solo nel maggio 1973) sono stati recuperati; e che sì, «la direzione del nostro lavoro attuale è più politica» (Deleuze 2007, p. 354).

Qui come sempre, per Deleuze e Guattari “più politica” significa “più radicale”. Una linea di fuga non costruisce consenso, né dà luogo a strade percorribili, ma taglia i ponti alle proprie spalle fino a che non raggiunge il proprio deserto. Non coltiva la memoria, né intende produrre alcuno sviluppo. Se il marxismo e la psicoanalisi «parlano in nome di una specie di memoria e parlano anche in nome delle esigenze dello sviluppo», ebbene « noi invece crediamo si debba parlare in nome di una forza positiva di dimenticanza, in nome di quello che per ciascuno è il proprio sottosviluppo, quello che David Cooper chiama così bene il terzo mondo intimo di ciascuno» (ivi, p. 351).

Tracciare una linea di fuga implica allora due operazioni insieme. La prima è un oblio attivo, un’amnesia forzata, un taglio. La seconda è un’inversione di rotta, un rivolgimento di valori che fa del proprio sottosviluppo l’unica arma utilizzabile nella fuga. David Cooper dice benissimo anche la prima operazione: «All we have to do about the first world is to stop it» (Cooper 1972, p. 107).

Chi protesta che Deleuze non è a tal punto “nichilista” è in cattiva fede. Se Deleuze parla di linee di fuga è proprio perché vuole rompere l’alleanza con chi ancora crede alla fregatura della lotta dentro e contro. Basta leggere: «La rivoluzione non consiste affatto nell’iscriversi nel movimento di sviluppo e nella capitalizzazione della memoria, ma nel mantenere la forza di dimenticanza e la forza di sottosviluppo come forze propriamente rivoluzionarie» (Deleuze 2007, p. 353). Non il nostro lavoro vivo e la nostra cooperazione, ma la nostra renitenza e il nostro sottosviluppo.

Quello che a certuni appare come un paradosso inaccettabile è precisamente la forza del discorso di Deleuze e Guattari: la sola potenza rivoluzionaria effettiva risiede nell’ostinazione del rifiuto, ma a condizione che questo si fondi su un’estraneità insieme involontaria e rigorosamente coltivata. Il no più materiale e intransigente sorge certo da un’affermazione, ma solo se questa affermazione viene da fuori, se non fa parte di alcun “primo mondo”, e in quel fuori si risolve a restare.

Ci è voluta molta buona volontà per fraintendere la deterritorializzazione e la decodificazione, realizzate da una linea di fuga, con un processo senza soluzione di continuità. Nessuna linea di fuga “accelera” una dinamica pre-esistente, ma è semmai essa stessa l’accelerazione di una rottura, di una secessione. Chi traccia una linea di fuga si rapporta in un solo modo con il primo mondo da cui fugge: non ne vuole più sapere. È questo che intendono stabilire Deleuze e Guattari, dicendo le désir est un exil, le désir est un désert. Perché solo nel deserto si produce l’irrecuperabile, l’irruzione di un desiderio che interrompe il processo attraverso la sola creazione di un eterogeneo, di un nato diverso, di un nato altrove.

Ancora nell’intervista a Claire Parnet, quando pure Deleuze non parla più in termini rivoluzionari e la politica sembra per lui ridotta un po’ a una questione di opinione (siamo alla fine degli anni ottanta), tiene fermo il punto dell’eterogeneità: si ha politica di sinistra solo dal momento in cui ci si separa da un modello dominante, producendo una soggettività minoritaria (per esempio il divenire donna). Di conseguenza, poiché la sinistra non è e non può essere un affare di maggioranze, non può neppure avere qualcosa a che vedere con il governo. Come dice lapidario Deleuze: “Non esiste governo di sinistra”. Il che non vuol dire che la politica di Deleuze sia utopica o ineffettuale, ma semplicemente che le operazioni o gli interventi che comporta non si compiono sul terreno e con le modalità che in genere si ritengono proprie della politica. Non, per esempio, la partecipazione pubblica, ma semmai la diserzione minoritaria; non la lotta riformatrice e progressista, ma l‘autonomia renitente.

Questo Deleuze, nato dall’incontro con Félix Guattari, resta nella nostra cultura come ciò che ha voluto essere: un corpo estraneo, un sasso.

Riferimenti bibliografici     
D. Copper, The Death of the Family, Penguin Books, Londra 1972.
G. Deleuze, Cinque proposizioni sulla psicoanalisi, in “L’isola deserta e altri scritti”, Einaudi, Torino 2007.

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