L’estetica della DDR e un Moscow Mule

di LORENZO MARI

Cosa pensavi di fare? Romanzo a bivi per umanisti sul lastrico di Carlo Mazza Galanti.

Dettaglio della copertina del libro

Nella sua icasticità, l’espressione «l’estetica della DDR e un Moscow Mule» non è soltanto una citazione da Cosa pensavi di fare? Romanzo a bivi per umanisti sul lastrico (il Saggiatore, 2020) di Carlo Mazza Galanti, ma anche un’immagine paradigmatica dell’intera operazione letteraria e culturale che il libro sembra voler sostenere. In questo minuscolo frammento, infatti, è possibile scorgere quella che, per Mazza Galanti, è una posa assai tipica degli “umanisti sul lastrico” – intrappolati tra rimasugli nostalgici, falsamente rinvigorenti, di politica e una quotidianità di aperitivi e apericene piuttosto greve, se non anche, agli occhi dell’autore, piuttosto squallida – che sono i protagonisti e, al tempo stesso, i destinatari di questo “romanzo a bivi”.

Quest’ultima definizione viene dalla rielaborazione – un po’ pudica, e comunque gustosa – dell’etichetta, altrimenti iper-nerd, di “libro-game”, e individua un genere letterario che non ha avuto soltanto prolifiche diramazioni italiane negli anni ottanta e novanta del secolo scorso, ma che trova anche solide radici nella cosiddetta “letteratura alta” del primo Novecento – a partire, ad esempio, dalle Finzioni (1944) borgesiane e, in particolare, da Il giardino dei sentieri che si biforcano (1941). In ogni caso, e quale che sia l’albero genealogico di questo “romanzo a bivi”, pare opportuno segnalare, innanzitutto, la straordinaria aderenza di questo congegno narrativo all’esperienza e all’immaginario degli “umanisti sul lastrico” del titolo, in quanto lavoratori precari costantemente posti di fronte a bivi esistenziali, culturali e politici, a loro volta basati su antinomie mai del tutto risolte, ma generalmente riconducibili all’oscillazione tra parvenze di libero arbitrio e la costante pressione delle condizioni materiali.

In realtà, a partire dal titolo, Cosa pensavi di fare?, si può facilmente intuire come l’antinomia sia già stata risolta a monte e la decisione del lettore-giocatore del libro sia sempre già presa, mitigando quello che, nelle prime pagine, può apparire l’epopea, nel bene e nel male, di una o più coscienze nel momento, o nei vari momenti, della loro autodeterminazione. Il lastrico, in altre parole, c’è già e i vari passaggi da un capitolo all’altro costituiscono quasi sempre un gioco già giocato che, quindi, “gli umanisti” sono chiamati, in primo luogo, a ripercorrere con una certa passività, tracciando, però, importanti punti e linee all’interno della memoria individuale e collettiva.

Allo stesso modo, e più in generale, Cosa pensavi di fare? è basato, come ogni libro-game, sull’utilizzo pervasivo della seconda persona singolare, ma sembra contemporaneamente proporre un’autobiografia o forse una sorta di autofiction en travesti. Anzi, Cosa pensavi di fare? imprime un’interessante svolta all’interno di quest’ultimo genere – la cui indagine teorica è apparsa, negli ultimi anni, ipertrofica, andando al di là dell’ultimo caso in ordine di tempo, quello Yoga (2020) di Emmanuel Carrère che lo stesso Mazza Galanti ha brillantemente analizzato qui – segnalando come l’apporto finzionale sia ancora più evidente, e più produttivo, quando ad essere chiamato in causa non è solo una qualsiasi costruzione narrativa finzionale, ma uno specifico genere testuale, come può essere, appunto, il libro-game.

In questo senso, Cosa pensavi di fare? non si limita a svolgere il compitino che potrebbe trapelare fra le righe di questa prima, sommaria esposizione, e cioè la resa fictional di quella Teoria della classe disagiata (2017) di Raffaele Alberto Ventura, che tanto dibattito ha generato qualche anno fa. Se possibile, Mazza Galanti affonda ancor di più il dito nella piaga rispetto a Ventura, con un libro-game “già giocato” che sposta continuamente la prospettiva tra il disagio della piccola borghesia intellettuale e uno squarcio più generale, dove «l’estetica della DDR e un Moscow Mule» diventano il bersaglio, forse fin troppo facile (o fin troppo umano), di una scrittura che ha un solido retroterra critico e insieme uno sguardo fortemente disincantato, spesso dichiaratamente nichilista, da proiettare sul presente e sul prossimo futuro.

Tale nichilismo, tuttavia, non è da imputarsi unicamente a un fallimento generalizzato di tutte le velleità intellettuali e, più in generale, ad una frustrazione esistenziale nel tentativo di prendere le redini del gioco; germina, piuttosto, dalla sovrapposizione tra “personale” e “politico” che è stata lungamente fomentata, da un lato, da decenni di dibattito e militanza nell’area politico-culturale alla quale gli “umanisti sul lastrico” di Mazza Galanti spesso si dichiarano affini e, dall’altra, dalla logica narcisistica legata, in un primo tempo, all’immaginario televisivo e ora diffusi in modo capillare, se non anche pervasivo, grazie ai social network. Si tratta di un macro-processo, ricco di contraddizioni, rispetto al quale il libro di Mazza Galanti non tenta certo di smarcarsi, con quello che sarebbe un gesto titanico e, in sé, estremamente velleitario: riesce difficile, dunque, intravvedere una qualche forma di eroismo in questo libro, come pure suggerisce Peppe Fiore nella recensione recentemente apparsa sul Tascabile, se non forse come il sottotesto consolatorio della sua più generale tensione nichilista; Cosa pensavi di fare? opera, invece, più sottilmente, aderendo all’immaginario di tale processo per poi discostarsene e darne una serie di interpretazioni chiaramente demistificanti.

Caterina va in città (Virzì, 2003)

Si potrebbe anzi dire che è proprio la critica dell’ideologia – altro portato del dibattito culturale e politico appena ricordato – a sostenere questa epopea già memoriale dell’intellettuale e umanista italiano contemporaneo, restando tuttavia impigliata, proprio a livello ideologico, nelle aporie del proprio posizionamento, insieme individuale e latamente collettivo. Del resto, nelle tre sezioni del libro – “Lavoro”, “Amore” e “Vita” – non viene mai messa radicalmente in discussione la posizione di uno dei primi “personaggi”, quel ragazzo diciannovenne dal «vago riflesso edipico» (Mazza Galanti 2020, p. 13), indeciso se iscriversi o meno a Filosofia, ma che sa altrettanto bene che la sua «posizione è altrove, a margine, leggermente decentrata rispetto al “sistema”» (ibidem). Lui lo sente: il suo «posto sarà quello di uno spettatore, ma non uno spettatore passivo: uno spettatore critico, attivo, molto loquace. Diciamo pure un intellettuale» (ibidem). Ecco, quel “margine” non deriva in modo esclusivo e volgare dalla struttura socio-economica, non attagliandosi soltanto all’esperienza del precariato della conoscenza, o cognitariat che dir si voglia. È un margine ontologico e fenomenologico dalle chiare valenze politiche, prestandosi, per fare un esempio (e senza necessariamente ricadere nello scivoloso ambito delle politiche identitarie), ad ulteriori articolazioni di classe, genere e razza o specie, che nel libro, tuttavia, non vengono affrontate se non en passant.

Partendo dall’appartenenza di classe, o meglio alla divisione del lavoro intellettuale, spesso non si esce dai limiti di un immaginario accademico, rispetto al quale, sin dalla prima pagina, vi è l’assillo di un «mestiere vero» (ibidem), lontano, quasi per statuto, da velleità, e insieme legittimità, intellettuali. Lo stesso insegnamento scolastico appare come un «progetto impiegatizio» (ivi, p. 37), ovvero un classico ripiego per quelle carriere accademiche che sono state bruscamente interrotte: così, però, ci si limita a complicare ulteriormente il viluppo psicologico e insieme sociale che ha tanta parte, invece, nello specifico “lastrico” della scuola. Un “lastrico” che però rimane sempre, e meritoriamente, sul fondo, perché, per tutti gli umanisti tratteggiati nel libro, la scuola italiana è il punto iniziale, alla stregua di un trauma fondante – insieme, ineludibilmente, al trauma politico di Genova 2001: ragione politica altrettanto fondamentale, come sottolinea giustamente Mazza Galanti, per la configurazione del presente baratro.

E si potrebbe ancora andare avanti: i personaggi del libro sono soltanto transitoriamente sfiorati dalla possibilità di un «coming out» (ivi, pp. 103-104) omosessuale, o dal confronto con prospettive che potrebbero essere legate a un altro orientamento di genere; ancora, «quei poveri diavoli» non bianchi e non europei cui si dirige un goffo tentativo di sconfinare nell’«Altrove» (ivi, pp. 140-142) tramite la cooperazione restano sempre silenti e confinati nello stereotipo, seppure bonario, appena evocato – eccetera.

A favore di quanto rilevato nelle ultime righe c’è sicuramente il tentativo, estremamente onesto dal punto di vista intellettuale, di posizionarsi a debita distanza dal rischio di parlare in luogo di chi ha una prospettiva diversa o non ha voce, appropriandosi, in quel caso, di altri posizionamenti o identità. In altre parole, si vuole e si riesce a rifuggire la pratica di quelle politiche identitarie, altrettanto aporetiche, in cui spesso resta invischiato l’attuale dibattito culturale e politico. Dove, però, la definizione trendy di «sindrome dell’impostore» (ivi, p. 39) ha rimpiazzato quella di falsa coscienza, si ha anche il dubbio che manchino non soltanto voci altre – pur presupposte, in principio, dall’oscillazione tra individuale e collettivo già citato – ma anche un rapporto dialettico con la realtà analizzata, spesso soffocato nella culla da un generale nichilismo.

Nella forma del libro-game, del resto, non c’è mai sintesi, ma sempre un’opposizione binaria che si apre alla fine di ogni passaggio; quando c’è sintesi, come in questo caso, questa si appoggia a un gioco già giocato, a una sconfitta già dichiarata. È così che il “multiverso” generalmente associato al libro-game si rivela essere molto più spesso un uni-verso, dal quale si fa fatica a uscire, e questo persino quando la stessa cultura umanistica si imbatte in una «catastrofe qualsiasi» (ivi, p. 158), come nelle ultime pagine del libro. In essa, si apre certamente una finestra sul post-umanesimo allucinato che stiamo vivendo, ma senza ri-articolare, ancora una volta, il gap tra la fine della militanza tradizionalmente novecentesco (dove ogni pretesa di antagonismo sembra nascondere una certa propensione al consumo sessuale: nota certamente vera, ma non determinante, in sé) e l’attuale successione di catastrofi.

La sparizione dell’uomo che si profila nelle catastrofi qualsiasi è sempre anticipata, in questo libro, dalla sparizione dell’umanista che non è riuscito a imprimere alcun cambiamento sociale o anche solo individuale: visione profetica oggi certamente da tenere in considerazione, e tra le più urgenti, ma che forse difetta ancora – al di là del libro di Mazza Galanti che pure si muove costantemente in direzione di questa lacuna – di analisi. Trovando, infine, che al Cosa pensavi di fare? di questo libro si può ancora tornare a sostituire, e sempre più a ragione, un più produttivo – anche se, in apparenza, stantio– Che fare?.

Il rosso e il blu (Piccioni, 2012)

Riferimenti bibliografici
J.L. Borges, Finzioni, Adelphi, Milano 2014.

P. Fiore, Multiverso generazionale, Il Tascabile, 2020.
C. Mazza Galanti, Ma alla fine com’è “Yoga”, il libro di Carrère di cui tutti parlano senza averlo letto?, Esquire, 2020.
R.A. Ventura, Teoria della classe disagiata, Einaudi, Torino 2017.

Carlo Mazza Galanti, Cosa pensavi di fare? Romanzo a bivi per umanisti sul lastrico, Il Saggiatore, Milano 2020.

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