“Il fascismo nella testa di tutti”

di ROBERTO DE GAETANO

Capital di Basma al-Sharif all’Art Institute di Chicago.

In una delle prime sale che si incontrano entrando nell’Art Institute di Chicago, ci si imbatte in una installazione: due schermi si fronteggiano, separati da banner, la lingua italiana risuona nella sala. Su uno schermo, una donna alla cornetta di un telefono bianco con filo ascolta una voce maschile seducentemente standard, che le promuove nuovi appartamenti da acquistare con tanto di confort sempre più aggiornati. La donna ascoltando quanto di estremamente “trendy” le viene proposto si eccita progressivamente, fino a lasciarsi cadere dalla sedia, rotolarsi sul pavimento con la cornetta del telefono che fa scivolare all’interno delle cosce. Sull’altro schermo collocato frontalmente, all’interno di una sala rettangolare non piccola, vediamo scorrere immagini, tra le altre, del complesso residenziale City Life di Milano. Si tratta dell’installazione Capital dell’artista internazionale di origine palestinese Basma al-Sharif, che costruisce un esplicito raccordo tra il fascismo dei “telefoni bianchi” e quello che contrassegna il presente del Capitale.

La questione che mette in gioco con intelligenza e creatività Basma al-Sharif riguarda il nostro presente e il suo presunto carattere fascista, ben oltre l’aspetto ideologico e storico del movimento mussoliniano. Non si tratta di valori, si tratta di poteri. E di cosa questi poteri rivelino: il fascismo – nella nota e sintetica espressione di Giustino Fortunato –  «non è una rivoluzione; è una rivelazione».

Il fascismo manifesta la costruzione di una macchina sociale ipercodificante, attraverso l’edificazione di uno Stato centrale che ruota intorno al despota (come ci hanno detto con parole ancora insuperate Deleuze e Guattari nell’Anti-Edipo). Questo fascismo è orientato alla codificazione di ogni aspetto della vita pubblica e di quella privata. Come la commedia dei “telefoni bianchi” testimonia, dove il movimento di superficie che determina un continuo gioco di maschere nasconde di fatto una immobilità sociale totale. Le striature sociali, le separazioni tra classi, per quanto alimentino il desiderio di superamento (Il signor Max di Camerini), risultano impossibili da oltrepassare. Nessuna ascesa sociale è immaginabile in un regime totalitario. Resta solo il desiderio di farlo e il piacere di raccontarlo.

Il capitalismo è invece strutturalmente decodificante, libera flussi per aumentare il capitale e la sua crescita esponenziale ed astratta: «Décoder le flux sur le corps plein du capital-argent» (Deleuze, Guattari 1972, p. 311). Questa decodificazione da un lato sembra orientata alla liberazione infinita e selvaggia di flussi, dall’altro non è esente dalla possibilità di incrociarsi con la codificazione statuale, nel «capitalismo di stato», o addirittura con la socializzazione legata al consanguineo nel «capitalismo familiare» (Cfr. ivi).  E in ogni caso i trust non solo controllano i flussi, ma li orientano, li spingono in determinate direzioni. Il flusso va liberato secondo specifiche strategie, dove consumo e produzione coincidono. Strategie pronte naturalmente a rimodellarsi in risposta all’emergere di contingenze (come abbiamo visto nella pandemia).

Dunque la codificazione capitalista opera sempre all’interno della decodificazione dei flussi sotto forma di controllo e orientamento degli stessi, dei desideri e degli immaginari, per poterli convertire in capitale (vedi Netflix). È quella società di controllo di cui parla Deleuze, rileggendo Foucault. Il quale nella introduzione alla traduzione inglese dell’Anti-Edipo parlava non del fascismo storico ma proprio di quello «che è in noi tutti, nelle nostre teste, e nel nostro comportamento di tutti i giorni» (Foucault in Deleuze 1983, p. XIII).

Che significa allora questo? Forse quel telefono bianco che transita dalle commedie di regime ad una installazione contemporanea, contrassegnando la casa borghese, cioè il luogo dove prende corpo concretamente una forma di vita privata, diventa l’oggetto simbolo, dove un amalgama indistinto salda produzione e consumo, mezzi e forme della comunicazione, chi esercita il potere e chi con piacere vi corrisponde, il controllore e il controllato che senza quel controllo su se stesso dettato dall’altro non si ritroverebbe, non ritroverebbe i confini della sua stessa vita?

La pandemia ha fatto emergere in maniera plateale tutto questo. I flussi incontrollati della diffusione del virus hanno attivato forme di controllo pervasivo. Durante il lockdown nel modo più tradizionalmente statuale della distribuzione e reclusione di corpi nello spazio (una sovra-codificazione), in seguito nelle forme del tracciamento (green pass, tamponi).

Ora, c’è controllo e controllo di fronte all’emergere di un pericolo. La differenza sta quando un potere si esercita attraverso una codificazione che codifica se stessa, e in questo atto impone la sua pura vigenza, come il QR code del green pass rafforzato che da un certo momento in poi non ha affermato altro che se stesso, senza garantire alcunché in termini di sicurezza rispetto alla possibilità di contagio; o attraverso una codificazione delle forme di vita che si esercita mantenendo comunque attiva la circolazione continua dei flussi e dei desideri.

Nel primo caso abbiamo l’Italia, dove il potere si è esercitato nelle forme di una statualizzazione pervasiva con l’ampio consenso della popolazione e dell’opinione pubblica, gettando discredito su chi eccepiva alla logica dell’obbedienza cieca, senza possibile vera discussione sulle scelte fatte. Nel secondo i paesi anglosassoni, dove qualsiasi politica tesa alla sicurezza sanitaria della popolazione (comunque presente) non poteva immaginare di bloccare i flussi decodificanti della circolazione del capitale (nel periodo della pandemia negli Stati Uniti sono nate un numero di start up da record), né tantomeno operare tracciamenti continui di quella popolazione che di quei flussi doveva essere animatrice costitutiva e fiduciosa.

Quello che abbiamo visto spesso in gioco in questi anni di pandemia non è tanto una questione che riguarda la scienza, ma una questione decisiva che riguarda storia ed antropologia, e che ha preso corpo dando forma al potere in cui si è espressa la vita di un popolo e di una nazione nelle scelte dei suoi leader (e qui rientra pienamente in gioco una geografia antropica, che limita anche la tesi di una globalizzazione totalizzante).

Questo è talmente vero che stiamo vedendo come – in Italia –  certe posizioni contrapposte su politiche sanitarie e vaccini si siano riversate in maniera meccanica e altamente improbabile sulla guerra in Ucraina. Lo scenario si è dunque riproposto: radicalità con cui si difendono le proprie posizioni, sia quando sono espressione di ampie maggioranze di opinione pubblica che ridicolizza le minoranze (mettendole anche a tacere, chiudendo corsi universitari o allontanando dalla televisione pubblica opinionisti non allineati), sia quando emergono da minoranze visceralmente comunque contro e spesso senza grandi argomentazioni. È nel condiviso gesto di stare con il potere (di tutti) o di starvi (i pochi) ontologicamente contro che si ripropone quel fascismo che “è nella testa di tutti”: sia di chi di fatto lo pratica tacitando, sia di chi lo vede ovunque inveendo.

Insomma quello che Capital intuisce e ci dice è tutto questo, e non è poco. E ci fa capire come per comprendere ciò che siamo bisogna sempre comprendere ciò che eravamo, e che forse quel filo dei telefoni bianchi che dagli anni trenta arriva all’oggi permette di capire l’uso più pirotecnico dei nostri attuali smartphone meglio di molti sguardi luccicanti e perennemente estasiati sui miracoli della tecnologia.

Riferimenti bibliografici
G. Deleuze, F. Guattari, Anti-Oedipus: Capitalism and Schizophrenia, University of Minnesota Press, Minneapolis 1983.
Id.,
Capitalisme et schizophrénie: L’Anti-Œdipe, Les Éditions de Minuit, Parigi 1972.

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