Il ritorno dei morti

di CARLO TIRINANZI DE MEDICI

Bloom, il canone e i due paradigmi della critica.

Harold Bloom è stato uno studioso tanto brillante quanto discontinuo: alle prime opere monografiche sui poeti romantici e a un capolavoro come L’angoscia dell’influenza (1973) ha alternato lavori decisamente meno centrali, per non dire astrusi, ancorché mossi da intuizioni interessanti (come quando propose un sistema di lettura dei testi basato sui principi della Cabala). L’Angoscia mostrava come le opere intrattenevano con quelle che le avevano precedute una relazione quantomeno ambigua, fatta di imitazione e di rigetto. Quando nel 1994 uscì Il canone occidentale Bloom sembrò mostrare la sua personale battaglia con l’angoscia dell’influenza: il libro trattava ventiquattro diversi autori che per Bloom erano fondativi di un canone occidentale.

Un aspetto ancora oggi interessante del Canone, e ancor più della sua ricezione, è la frattura che ha contribuito a illuminare. Uscito nel pieno delle “culture wars” della prima metà degli anni novanta, esso ha messo in luce la convivenza di due paradigmi negli studi letterari: uno, che potremmo definire testuale, per il quale il valore estetico del testo è legato a caratteri intrinseci – la forma, la lingua, lo stile inteso come espressione individuale e così via: un modello che evidentemente trova nel Modernismo la propria epoca-guida –, e uno culturale, che al contrario valuta primariamente elementi estrinseci – la posizione sociale o l’appartenenza dell’autore e dei personaggi, i rapporti di forza tra di essi, la relazione tra culture dominanti e subalterne e molto altro: prolungando la metafora di poco fa, e consapevoli che si tratta di una metafora, potremmo vedere il Postmodernismo come punto di riferimento di questo approccio. Anche la postura con cui si legge il testo cambia dall’uno all’altro: il primo paradigma è orientato a diverse versioni del close reading (dalle analisi formaliste al close reading propriamente detto, fino agli approcci strutturalisti e narratologici e all’analisi stilistica), mentre il secondo tende maggiormente ad avvalersi di discipline esterne (sociologia, filosofia, teoria politica).

La posizione di Bloom è pienamente novecentesca, legata a categorie ben determinate e che senz’altro hanno funzionato e funzionano tutt’oggi, almeno sui testi che utilizzando una categoria semplicistica e banalizzante potremmo definire “belli”. La posizione dei detrattori di Bloom, invece, utilizza categorie che privilegiano il rapporto del testo con il mondo e per questo possono essere utilizzate anche su testi che, ricorrendo a una categoria altrettanto semplicistica ma generalmente meglio tollerata dalla critica, “brutti”. Spesso un libro brutto può dirci sulla nostra società quanto farebbe un libro bello, almeno se l’obiettivo che si assegna alla letteratura è quello di descrivere l’esistenza. Si noti: anche su libri brutti, non solo sui libri brutti. Le categorie elaborate dagli studi postcoloniali, ad esempio, permettono di comprendere I figli della mezzanotte di Rushdie o Texaco di Patrick Chamoiseau.

Tra questi due paradigmi non c’è vero e proprio dialogo, al più scontro, come si vide nelle culture wars: si tratta di un fenomeno comune quando due sistemi interpretativi distinti si trovano a coesistere, ma che oggi è divenuto più esplicito per via della tendenza della nostra epoca a ragionare per opposizioni non componibili, ovvero per antitesi bloccate perché resistenti a ogni sintesi. Il fastidio di Bloom per quella che chiamò, con una delle sue geniali espressioni, “scuola del risentimento”, era dovuto proprio all’opposizione di due distinti paradigmi. E osservandoli, partendo da un libro comunque complesso e ambizioso come il Canone, viene proprio da chiedersi, come fece Bloom: cos’è il valore letterario? Cosa distingue un fatto estetico da uno puramente (o primariamente) comunicativo? Domande fondamentali oggi ancor più di ieri, perché oggi è maggiore la sovrapproduzione letteraria o presunta tale. Orientarsi nel contemporaneo in maniera consapevole è impossibile senza una qualche bussola, e quella del valore letterario resta una delle più affidabili.

Ecco: la posizione di Bloom era un attacco non tanto all’idea che la letteratura potesse discutere questioni sociali o politiche, quanto semmai all’idea che il valore di un’opera si potesse trovare nel fatto che discuteva questa o quella idea — nella tematizzazione come valore letterario. L’idea che il canone potesse funzionare da risarcimento, e che inserendo al suo interno le opere di autori oppressi, subalterni, emarginati, come in una positive action critica. Una posizione che metteva in discussione la legittimità di una critica, più che di una letteratura, militante, dovuta a un’interpretazione forse troppo meccanica del concetto gramsciano di egemonia e che decisamente sopravvaluta la forza simbolica di cui dispone oggi l’accademia, per cui facendo studiare autori deleuzianamente “minori” si permetterebbe alle loro idee di filtrare nell’immaginario e così di trasformarlo.

Il paradigma di Bloom riteneva che le azioni del mercato letterario fossero almeno in parte stabili, e che, con il passato come faro, fosse possibile districarsi nel presente. Anche in Italia i molti critici che riprendono le categorie della Neoavanguardia o del Modernismo compiono un’operazione simile. Il rischio, ovviamente, è quello di destoricizzare un sistema di valori ed elevarlo a universale, e dunque non vedere il presente perché le lenti con cui lo si osserva sono fatte per il passato. Il paradigma culturale, per contro, mostra la sua debolezza proprio nella dimensione storica, spesso ridotta al lumicino. Non per mancanza di competenze degli studiosi, certo, quanto piuttosto per mancanza di materia prima: è difficile studiare la letteratura di popoli oppressi che per centinaia di anni, magari, non hanno nemmeno avuto accesso all’istruzione elementare. Il caso della letteratura aborigena, da questo punto di vista, è probabilmente esemplare perché fino a pochissimi decenni fa essa, di fatto, non esisteva se non in forma orale. Quali che siano le ragioni, spesso gli studi cultural-letterari tendono ad avere una scarsa profondità storica. Sono spesso incentrati sul presente, e leggendo alcuni di questi testi si ha l’impressione che gli autori siano arrivati dal nulla, quando o che la tradizione sia esperibile solo in termini di mimicry o mockery. Insomma manca quella prospettiva storica, quello studio dell’influenza, che nell’arte lunga della letteratura è (o è stato) essenziale.

È vero che i giunti storici, oggi, si sono allentati: in una tradizione tutta compresente, e perdipiù sovranazionale, ognuno sceglie il proprio passato. E questo è l’effetto della moltiplicazione dei canoni: oggi, in una società frammentata e composta da gruppi isolati e non comunicanti, ogni gruppo sceglie i propri maestri. Per citare una frase celebre di Montale, ognuno riconosce i suoi — e, aggiungerei, solo i suoi. Se ogni canone è, per usare una delle sei categorie elaborate da Bloom nell’Angoscia, un’aprophrades, un «ritorno dei morti», oggi i morti sono tornati tutti assieme a camminare sulla Terra. Come uscirne, come ricomporre ciò che e frammentato, è una domanda che molti oggi si pongono. Forse se la stava ponendo anche Bloom: il suo canone, del resto, pur con tutti i limiti e forse le idiosincrasie che mostra, cercava comunque di ricostruire una casa comune, se non mondiale, almeno sovranazionale. E lo faceva in un momento in cui, con la guerra in Jugoslavia, i pericoli degli Stati-nazione erano tornati sotto gli occhi di tutti.

E a parte questo, del libro di Bloom resta aperta la domanda: cos’è che compone il valore estetico di un testo? Esiste un’unica risposta a questa domanda? I testi possono essere solo strumento per descrivere il mondo, o possono (o devono) crearne uno nuovo, mostrarci quell’utopia che per Žižek o Jameson oggi si è persa? Resta il rischio della letteratura come décor, o come baedeker di viaggio, turismo geografico o sociale (qualora si tocchino i margini del nostro mondo di bianchi occidentali che hanno sempre cibo in tavola). Restano due culture che faticano a parlarsi. Resta la necessità di trovare una sintesi tra di esse, compito forse destinato alle nuove generazioni di critici, le quali forse potranno vedere il problema da una prospettiva più chiara, perché più distanti. Resta l’opera di Harold Bloom, che dovrebbe a sua volta entrare nel canone della critica.

 

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