Paternità e zombi

di ALESSANDRO CAPPABIANCA

Army of the Dead di Zack Snyder.

Da alcuni anni, per quanto riguarda i rapporti tra padri e figli, ma soprattutto figlie, con sempre maggiore frequenza nel cinema americano si è posto l’accento sulla diffidenza, almeno iniziale e non sempre destinata a sciogliersi: basta pensare a Million Dollar Baby (Eastwood, 2004).  E recentissimo è il caso di The Father (Zeller, 2020), dove il padre (ma qui per l’Alzheimer) quasi non riconosce la figlia (viva) e identifica Laurie (una badante) come doppio dell’altra figlia (morta). Ci si possono chiedere le ragioni sociologiche di questa situazione, e giungere perfino a identificarne la causa, talvolta, nelle vicende personali dei registi interessati, ma l’importante è che avvenga un’efficace trasposizione immaginaria (non certo una sublimazione in senso freudiano).

Army of the Dead, diretto da Zack Snyder, è un film di zombi, prodotto da Netflix e pubblicizzato come tale, ma ritengo che contenga in sé, come un’ombra inquietante, le tracce d’un dramma segreto. Snyder si è divertito a girarlo e ha curato anche la fotografia – in questo caso, strettamente correlata alla creazione degli effetti speciali più stupefacenti. Ma nel gioioso/pauroso carosello infernale di spari, detonazioni e cervelli che schizzano, si insinuano attimi di tristezza, colloqui a due nell’oscurità, tra Scott Ward (Dave Bautista) e sua figlia Kate.

Eppure gli zombi esistono, e la loro esistenza si lega al rapporto tra Scott e la figlia: lui è costretto a uccidere sua moglie, infettata dall’epidemia e trasformata in un mostro famelico di carne umana vivente, lei assiste alla scena e ne resta scioccata, ma non tanto per la scena in sé. La diffidenza nasce dalla freddezza dello stesso Scott, che non ce la fa più a frequentare la figlia, anche solo a guardarla, senza che gli torni alla memoria l’aspetto e l’amore perduto della moglie. La colpa è di Scott, dunque, e l’avventura nella città degli zombi (Las Vegas) servirà a fare in modo che se ne renda conto.

Prima ancora che partano i titoli di testa, un convoglio militare parte da un’area protetta, con l’incarico di trasferire un carico misterioso. I militari di scorta non ne conoscono la natura, e si sbilanciano nelle ipotesi più fantasiose (è una testata nucleare, è la copia originale della Costituzione americana, è il Sacro Graal, è l’aviatrice Amelia Earhart, morta nel 1937, rediviva?), per concludere infine che forse la cosa migliore è non sapere, anche se si affaccia il sospetto della verità, ossia che si tratti di un alieno.

Un incidente, causato da una macchina con una coppia di sposi novelli in evidente stato di ebbrezza alcolica, provoca la liberazione dell’alieno, un mostro assassino affamato di carne umana come uno zombie, ma molto più forte e rapido, quasi invulnerabile (le pallottole non lo fermano). L’alieno stermina tutti i soldati, per poi rifugiarsi a Las Vegas ormai in rovina e, assumendo il ruolo e le funzioni di Zeus, farne il proprio regno. Regno degli zombi tradizionalmente lenti, dalla solita andatura barcollante, ma anche di zombi veloci, molto più pericolosi, in grado di correre e compiere salti acrobatici.

Dopo aver salvato molte vite umane durante l’evacuazione di Las Vegas, ora Scott si è ridotto a cuocere hamburger in un fastfood. È solo, ha perso di vista tutti gli amici (oltre che la figlia), quando riceve un’offerta dal boss giapponese Tanaka. Si tratta di formare una squadra e tornare nella città del vizio, ormai recintata da un muro e isolata, per recuperare una somma di 2oo milioni di dollari rimasti chiusi nella cassaforte del Casinò, prima che la città venga distrutta dopo quattro giorni, come deciso dal governo, col lancio d’un ordigno nucleare. Se la cosa riesce, il compenso per Scott e la sua squadra sarà di 50 milioni di dollari. Entreranno tutti attraverso un varco nel muro che isola la città e poi fuggiranno con un vecchio elicottero rimasto abbandonato sul terrazzo del Casinò.

Scott accetta, anche sapendo bene che la missione è pericolosa: una volta tanto, farà qualcosa per se stesso, per i suoi amici e per sua figlia, che intanto lavora in stato di osservazione e semi-detenzione in uno squallido campo profughi, alla mercé di guardiani che fanno il bello e cattivo tempo (specialmente uno). Lì ha stretto amicizia con Greta, che è nelle sue stesse condizioni, e sogna di fuggire con i suoi figli, ma poi sparisce, probabilmente rapita dagli zombi.

Scott ricontatta gli amici e forma la squadra, di cui sarà costretto ad accettare che faccia parte anche la figlia. Ci sono, oltre a Kate, il vecchio compagno Vanderhoe, la vecchia fiamma Martina Cruz, l’elicotterista Marianne Petrs, un certo Guzman, famoso su youtube per i video in cui  uccide gli zombi e lo scassinatore tedesco Ludwig Dieter, necessario per aprire la cassaforte del Casinò. Per costui, l’offerta è una sfida e un onore. Non solo conosce la cassaforte, ma la paragona a un quadro famoso come la Madonna del Magnificat di Botticelli, sa che il suo ideatore si chiamava Wagner e che la chiamò Gotterdammerung, come l’opera del suo omonimo Richard Wagner. Alla squadra si aggiungono poi Martin (il capo della sicurezza di Tanaka) e Lily “Coyote” (una battagliera ragazza amica di Kate), che insiste sulla necessità di portarsi dietro, come ulteriore elemento, una guardia del campo (la più odiosa).

Quando la squadra entra a Las Vegas, impossibile, certo, non pensare a Carpenter e al suo 1997: Fuga da New York (1981), con la differenza che Jena Plisken agiva in solitario, mentre qui si susseguono vicende molteplici e punti di vista diversi. Appare Valentine, la magnifica tigre-zombie elettronica, appaiono gli zombi veloci, e Lily Coyote acquista la loro momentanea benevolenza ferendo la viscida guardia del campo e offrendola loro in pasto. Si capisce così la ragione per cui aveva insistito a portarsela dietro.

Ad evitare le trappole mortali che proteggono la cassaforte, fanno da cavia gli zombi. Poi Dieter riesce ad aprirla e non resterebbe che caricare i soldi e andarsene, se non fosse che Kate è sparita, alla ricerca della sua amica Greta (è convinta possa essere ancora viva) e la televisione annuncia che il lancio della bomba su Las Vegas verrà anticipato di 24 ore. Martin uccide una zombie, le taglia la testa, e la testa continua a muoversi. Si tratta della Regina-zombie, sposa dell’alieno Zeus, dal quale aspettava un figlio. Pensa di fare il furbo, di andarsene da solo con l’elicottero, abbandonando gli altri, ma finisce divorato dalla tigre Valentine.

Si noti: dunque gli zombi sono in grado di generare. Pazzo com’è di disperazione, l’alieno si trova in una situazione quasi simmetrica rispetto a quella in cui sta per piombare Scott, anche se il feto che estrae dal ventre della Regina è quello azzurro di un feto-zombie. La sua rabbia cieca non gli impedisce di indossare una specie di maschera metallica a protezione del cervello (unica parte anatomica degli zombi a essere vulnerabile), di uccidere Coyote e di balzare con un salto spettacolare sull’elicottero col quale Scott è riuscito a partire, avendo ritrovato Kate (che sua volta ha ritrovato Greta), grazie al fatto che Marianne li ha aspettati fino a  pochi minuti prima del lancio della bomba nucleare.

Piccola incongruenza di sceneggiatura: quando salta sull’elicottero, l’alieno non porta più la maschera protettiva, e per questo alla fine Scott riuscirà a ucciderlo – ma senza riuscire ad evitare di essere morso. L’elicottero precipita, muore Marianne, muore Greta. Ancora secondo il gioco d’una tragica e beffarda simmetria, ora è Kate a dover uccidere il padre, prima che si trasformi in zombie, mentre faville di fuoco illuminano la notte. È la conclusione di tutto? No, c’è un seguito un po’ pleonastico, che non riveliamo, funzionale al progetto di un’Army of the Dead 2 o di una eventuale serie.

Army of the Dead. Regia: Zack Snyder; sceneggiatura: Zack Snyder, Shay Hatten, Joby Harold; fotografia: Zack Snyder; montaggio: Dody Dorn; interpreti: Dave Bautista, Ella Purnell, Omari Hardwick, Ana de la Reguera, Theo Rossi, Matthias Schweighöfer, Nora Arnezeder, Hiroyuki Sanada, Garret Dillahunt, Tig Notaro, Raúl Castillo, Huma Qureshi, Samantha Win, Richard Cetrone, Michael Cassidy; produzione: The Stone Quarry; distribuzione: Netflix; origine: USA; anno: 2021; durata: 148′.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *