Riscriversi la vita

di ANTONIO CAPOCASALE

A proposito di niente, l’autobiografia di Woody Allen.

"A proposito di niente" di Woody Allen

Woody Allen nel backstage di Io e Annie (1977).

«Sono un pessimo studente […] ma una cosa ho sempre saputo fare: scrivere» (Allen 2020, pos. 68). Lo si può fare trovandosi impacciati o “pessimi” su altri fronti, utilizzando non un computer – nel cui uso, ovviamente, si è maldestri – ma una macchina da scrivere Olympia portatile, da sempre, e con quella si è messo nero su bianco di tutto: «Sceneggiature, commedie, racconti, pezzi per il “New Yorker”» (ivi, pos. 270).

E, poiché si sa scrivere mentre per il resto (tutto, o quasi) si è inadatti, proprio per quel “resto” che è per tanti altri semplice, di quella macchina non si sa cambiare il nastro. Da «nemici giurati» di qualsiasi oggetto meccanico. Si scrive, quindi, anche perché – sapendosi non a proprio agio col mondo com’è e con tutto ciò che in esso è per altri ordinario e funzionante – quello è il gesto col quale ci si (re)inventa la vita. L’autobiografia di Woody Allen, A proposito di niente, da poco edita in Italia (La Nave di Teseo, 2020) dapprima in formato digitale, è, anche per la sua stessa natura di oggetto letterario, la rivelazione della centralità di quel gesto, di quel costante esercitarsi della scrittura in più forme (battute, sketch, commedie, film) come continua invenzione della vita, anzitutto la propria, quando quella reale così com’è ci trova pessimi studenti, e più in generale inetti. E le si chiede di più e di meglio (se «La vita reale è solo per chi non sa fare di meglio», diceva Selena Gomez in Un giorno di pioggia a New York), scrivendola, realizzandola poi davvero, trovando nei film di che dar corpo alle proprie immaginazioni.

Come nei ricordi di Allen bambino che marina la scuola per infilarsi nei cinema dove impara a proiettarsi mentalmente – e quindi a riscriversi – altrove, magari in un attico sulla Fifth Avenue, a passeggio nell’Upper East Side, a «bere cocktail come il Dry Martini (qualunque cosa significasse “dry”)» (ivi, pos. 63) fingendosi lì nel pensiero con la compagna di classe delle prime cotte e comunque fuori dalla natia Brooklyn. Lo stesso bambino che è un discreto baro a carte (come, ancora, il protagonista Chalamet dell’ultimo film), e che impara qualche piccolo trucco da prestigiatore per sfuggire alle «grinfie del suo nemico numero uno: la realtà» (ivi, pos. 42), non diversamente dal Kleinman che in Ombre e nebbia (1991) sfuggiva a un assassino seriale grazie all’illusionista di un circo, e soprattutto da Cecilia de La rosa purpurea del Cairo (1985), che eludeva il grigiore quotidiano letteralmente proiettandosi in uno schermo cinematografico. Personaggio per cui Allen, nell’autobiografia, spende infatti il flaubertiano c’est moi.

Eppure, Woody Allen che non cessa di scrivere e immaginare altre vite possibili, benché riveli di sentirsi a disagio ogni qual volta deve varcare la soglia di un party, Allen che sistematicamente diserta le premiazioni (perché «Film, libri, […] non vengono creati per fare a gara» ma «per soddisfare un impulso creativo […]», ivi, pos. 364), quest’uomo la cui introversione neppure lui sembra spiegarsi quando dice di aver avuta un’infanzia felice e una famiglia affettuosa e chiassona (come quelle di Io e Annie o Radio Days), si scopre incline a ricordare soprattutto gli incontri e le relazioni con altri. A dedicare loro “tanto spazio” in un’autobiografia tutt’altro che introversa e intimista.

Sono i collaboratori di set più o meno costanti, i complici delle sue immaginazioni, del suo riscrivere la vita immaginata altrimenti (Ralph Rosenbaum, montatore e Gordon Willis, direttore della fotografia, in testa), sono i manager (e poi suoi produttori, come Jack Rollins), i maestri negli anni da scrittore – e non ancora attore – di pezzi comici (Danny Simon, soprattutto, fratello del commediografo Neil), le amicizie, le donne amate, i legami tutti che accompagnano la genesi dei film, sul cui iter produttivo, del resto, Allen non si dilunga qui molto. Perché, d’altronde, sono già scritti, e non ama rivederli una volta finiti, pensando ai prossimi, a quello che ancora deve immaginare domani, mentre racconta tanto, per esempio, sui suoi inizi come umorista sui giornali.

"A proposito di niente" di Woody Allen

Il dormiglione (1973).

Questo pessimo studente che la realtà trova perennemente indisciplinato e più interessato all’immaginazione, e che scrive più di quanto abbia letto – smentendo, tra l’altro, l’aura di intellettuale che lo circonda quando riferisce, unitamente a un’inattesa attitudine sportiva, di letture disordinate e lacunose effettuate inizialmente «per non fare la figura del babbeo» (ivi, pos. 94) con ragazze più colte – si definisce a più riprese schlemiel. È, sostanzialmente, lo “sciocco” del folklore yiddish, colui che si trova perennemente alle prese con vicende sfortunate, è il goffo, sprovvisto del più elementare senso di adattamento alla vita comune, alle convenzioni sociali, regole di un gioco dal quale è giocato e mai gioca a propria volta. Buffo o irritante che sia, lo schlemiel è tale soprattutto perché ha nella realtà il suo “nemico numero uno” perché, a differenza di altri, crede, come per incondizionata fiducia (un po’ come Gimpel l’idiota del racconto omonimo di Isaac B. Singer), che tutto sia possibile, che si possa continuamente e ostinatamente ri-scrivere la vita, immaginandola, anche fuori dalle convenzioni sociali dalle quali si è esclusi.

Un regista, uno scrittore, un comico, in fondo non si comportano in maniera molto diversa. Anche quando tutto, nella realtà-nemico numero uno, sembra volerli arresi allo status quo, loro, comunque e nonostante tutto, con la stessa concentrazione di un prestigiatore o di un baro a carte intenti a giocare possibilità (e vite, e mondi) altre da quelle già date, scrivono e immaginano perché si ostinano a crederle. La “storia” di sé che Allen racconta nell’autobiografia è al fondo questa.

E agli schlemiel-scrittori-inventori-registi, capita a volte come ad Isaac Davis in Manhattan, che “messo in guardia” dal suo psicanalista su Jill (Meryl Streep), si è comunque innamorato testardamente di lei perché “era così bella che preferì di cambiare analista”. Oppure, come ad Allen che pur presagendo che una relazione possa non funzionare, si innamora comunque, poco o nulla accorgendosi (o comunque preferendo coscientemente ignorare) i possibili “guai” all’orizzonte che la realtà gli riserverebbe. Che è un po’ l’attitudine che emerge anche da un aneddoto che Allen racconta qui, e che non sa se illustri più “la sua disciplina” o la sua “mancanza di connessione con la realtà” (ivi, pos. 235). Dopo l’iniziale (e “breve”) sconcerto per la notizia dell’assassinio di Kennedy, Allen rispondeva a quella realtà nemica che lo trovava chino e concentrato sul lavoro, tornando a scrivere, per poi discutere dell’accaduto la sera stessa una volta saltato lo spettacolo in programma con altri colleghi stand-uppers.

D’altronde, come lo schlemiel sogna possibilità di vita da quelle reali dando poi loro, però, la realtà col corpo di un film o d’altre scritture, così il comico non funziona mai secondo l’orizzonte di aspettative, le convenzioni, i sistemi valoriali dominanti e comuni nella società dalla quale è sganciato. Si sottrae loro, si mostra straniero a quel complesso di norme e abitudini, all’osservanza di modelli di comportamento che i più condividono, rivelandone così le non universali validità e tenuta, poco o nulla a suo agio in una realtà in cui inciampa, cade, balbetta. La quale è in questo simile a un set mal costruito, posticcio e scarsamente credibile, ma che i più non si fanno scrupolo di tener pacificamente per vero senza ombra di dubbio. E, malgrado una “macchina del fango” per nulla scrupolosa di intentargli i propri processi che non tengono se nessun processo per presunte molestie ha mai avuto luogo, tanto l’infondatezza delle accuse, l’indottrinamento e i plagi di potenziali testimoni e parti in causa (per altro minorenni) erano già lampanti in sede di indagini preliminari, Allen, semplicemente, scrive ancora.

E accenna a un nuovo film in lavorazione, arrivato a quella che chiama “la metà della sua vita”, ottantaquattro anni – continuando ancora a invidiare Tennesse Williams, a venerare Ingmar Bergman, a non aver ancora fatto, come sogna da bravo schlemiel, il capolavoro drammatico “come solo gli europei sanno fare”. Ad ammirare la donna che ama, e a scriverne.

"A proposito di niente" di Woody Allen

Manhattan (1979).

Riferimenti bibliografici
I.B. Singer, Racconti, Mondadori, Milano 2008.

Woody Allen, A proposito di niente, La Nave di Teseo, Milano 2020.

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Un commento

  1. Valter Barbarito

    c’è una certa somiglianza con Fellini

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