Che vita ci resta tra le rovine dell’esistenza presente? Quale forma-di-vita si espone nella deposizione di tutte le forme? Che cosa si costituisce, senza però istituirsi, nella loro destituzione ultima? All’urgenza di queste domande ha tentato di rispondere Leonardo Mastromauro con la sua opera recente Verginità. Saggio sulla vita che resta (Efesto, 2025). L’escavazione portata avanti da Mastromauro nel suo libro, più che mai attuale nella sua rivendicata inattualità, ricostruisce in otto agili ma densi capitoli la genealogia di un concetto e di una pratica – la vita verginale – che, sebbene decisivi nella mistica, troppo a lungo sono rimasti ai margini del dibattito filosofico o solamente appannaggio degli studiosi di patristica e storia della Chiesa.
La riattivazione odierna esistenziale e politica di una mistica della vita verginale è dunque la prima scommessa di Mastromauro. Non a caso il libro esce in una collana espressamente dedicata all’“archeologia del presente”. Se, infatti, come sostiene Giorgio Agamben, “l’archeologia è l’unica via di accesso al presente”, allora la peregrinatio archeologica intrapresa da Mastromauro è il solo cammino – necessariamente aporetico – attraverso cui poter esibire il potenziale di liberazione che alberga ancora oggi nel concetto di verginità e nella pratica ascetica ad esso legata. Eppure, l’indagine condotta nel libro getta luce non soltanto, come ci si potrebbe aspettare, sulla tradizione della verginità in quanto tecnica di soggettivazione – secondo la linea delle “tecnologie del sé” presa magistralmente in esame da Michel Foucault nei suoi ultimi corsi al Collège de France – bensì su una tradizione, di segnatura eckhartiana, che Mastromauro definisce “sotterranea” e che, ribaltando i presupposti della prima, vede invece nella verginità una vera e propria tecnica di de-soggettivazione, ossia un’arte con cui effettivamente compiere quella che Hugo Ball, nel suo meraviglioso Cristianesimo bizantino (1924), chiamava una “compiacente dissoluzione della forma interiore”.
Il libro di Mastromauro non è, però, una mera critica delle analisi, ormai classiche, di Foucault. Ne è, semmai, il dovuto complemento destituente. La tradizione messa al vaglio dal pensatore francese è infatti solo una parte, quella per così dire costruens, della storia della verginità. Come Mastromauro ha anzi buon gioco di mostrare nella sua disamina, lungi dall’essere unicamente una pratica di continenza e astinenza sessuale – che lega la verità del soggetto al sesso e rende la “verità” del sesso la verificazione dell’identità a sé – la verginità è stata e può ancora essere appresa come una exercitatio il cui obiettivo primario non sarebbe affatto “garantire la salvezza del corpo mediante un lavoro sull’anima” ma un ripensamento radicale della “natura umana e l’antropogenesi” in vista, nientemeno, scrive l’autore, del “ripristino della condizione edenica”. Come ricorda Mastromauro, già lo stesso Foucault aveva riconosciuto il carattere sovversivo della verginità quale operatore esistentivo attraverso cui si rende possibile una vera e propria “rivoluzione nell’essere individuale”. Tuttavia, nei suoi studi Foucault, concentrandosi sulla dialettica di controllo e obbedienza nella costituzione del soggetto ascetico – come arte di dare forma alla propria vita attraverso la direzione di coscienza e il governo dei propri atti e pensieri –, non si sarebbe soffermato sulla verginità come forma-di-vita. A questa pretesa inattenzione si propone di rimediare con il suo lavoro Mastromauro, inserendosi senza ambiguità in quella costellazione di pensiero destituente che vanta lo stesso Agamben e Reiner Schürmann tra i suoi astri più luminosi.
Viridescenza
È così proprio la lettura “anarchica” di Eckhart intrapresa da Schürmann, geniale traduttore e commentatore del maestro turingio, il filo conduttore del libro che, dipanandosi attraverso i suoi capitoli, li collega, quasi involontariamente, come altrettante tappe di un itinerario che paradossalmente non conduce in alcun luogo se non al Nirgendworaum bachmanniano, lo spazio-in-nessun-luogo che riecheggia il deserto al di là dell’uomo, del mondo e di Dio della deità senza modo eckhartiana. In tal senso, il lessico del mistico domenicano – non solo verginità, ma anche deserto, attaccamento, abbandono, distacco, nudità, senza-perché, giustizia, vacuità – va a comporre le disposizioni di una regola monacale la cui stesura è ancora a venire ma le cui tracce Mastromauro si premura nondimeno sapientemente di segnare.
Ricollegandosi ad ardite intuizioni dei padri greci e cappadoci, a testi gnostici ed ermetici, alla mistica medievale – soprattutto i renani: non solo Eckhart, ma Taulero e Suso, come pure Margherita Porete – al grande versificatore barocco Angelus Silesius, passando per le ricerche etimologiche, Walter Benjamin, Jacob Taubes, María Zambrano, gli studi di genere di Judith Butler e la filosofia del linguaggio di J. L. Austin, fino a toccare l’alchimia e la letteratura, Mastromauro ribadisce che la funzione della verginità è restaurare la vita nella sua viridior aetas e lasciarla così permanere in quella “età più verde” la cui potenza indomita i dispositivi di inquadramento, incasellamento e amministrazione dell’esistenza mirano diabolicamente a menomare. Nella metaforologia messa in gioco da Mastromauro, l’aridità siderale del deserto si combina così alla viridescenza di una vita verginale in cui i “semi”, come scriveva Schürmann, non possono né tantomeno debbono schiudersi poiché sono sempre già schiusi e le cose non abbisognano di realizzazione né di redenzione, anzi, essendo irredimibili, sono sempre già assolte e vanno semplicemente lasciate essere tali quali sono.
Vita angelica
Ma che cos’è, ci si domanderà, la vita verginale? Angelicam vitam transigere, ossia trascorrere una “vita angelica”, come scriveva il Metafraste a proposito di Simeone lo Stilita. Per Mastromauro, la vita verginale si traduce in vie adnientie – secondo l’audace definizione di Porete – ossia nella vita che, rinunciando a tutto, persino a Dio, non cede però alle forze della divisione neanche uno iota della sua eterna viridescenza. Più prosaicamente, è la vita che resta quando le operazioni di destituzione hanno “svolto il loro compito” (se queste abbiano poi un fine e una fine, è un’altra questione). La seconda scommessa del libro di Mastromauro è dunque pensare che cosa (ci) resta quando l’azione negativa di dissoluzione, svuotamento e spoliazione di sé ha toccato il fondo, o meglio la sua assenza, quando cioè si è giunti, liberandosi per ablazione eidetica della mediazione di ogni immagine, ad “abolire la serie delle scissioni che vengono proiettate sulla vita”.
Nella sua riflessione Mastromauro, memore che nella formula dell’opus alchemico citata nella lettura schürmanniana di Eckhart, all’imperativo del solve, sempre si accompagna il coagula, insiste che ogni forma imposta alla vita va liquefatta perché da essa possa condensarsi l’oro di un’esistenza che, sciolta dalle sue pastoie creaturali, sia restituita allo stato adamitico. Mastromauro si domanda dunque come ‘dimorare’ nella destituzione. L’intento solo apparentemente insensato del libro è perciò pensare un “post”- della destituzione al di là della dialettica costituente-costituito e quindi rendere l’irripetibilità e l’aleatorietà di un’esperienza mistica un habitus, un’abitudine e finanche un’abitazione verdeggiante nella desolazione della regio dissimilitudinis in cui ci è dato brevemente di sostare. Come suggerisce Mastromauro, allora, cessando di connotare l’immaturità di una vita chiusa in sé che ancora deve aprirsi al mondo attraverso lo scambio sessuale e di indicare nella vita di ciascuno un tempo cronologicamente definito – condannato poi a dover essere risospinto in un passato mitico dalla macchina mitologica al servizio della memoria e della volontà (“Quant’è bella giovinezza…”) –, la verginità si pone all’incidenza contraddittoria, come riassume Silesius, tra punto e circolo, cioè, tra tempo cairologico e tempo eonico.
Tuttavia, riprendendo il tema della xeniteia, dell’estraneità al mondo dei padri del deserto, Mastromauro ribatte che la stagione dell’essere umano è ineludibilmente transeunte. La durata, l’insistere diuturno dell’io su di sé e in sé oltre la tratta che gli è assegnata – come Heidegger scriveva commentando il noto detto di Anassimandro – è infatti, per Mastromauro, il modo temporale della somma ingiustizia, l’attaccamento all’io, la Ich-bindung, traduzione moderna della eigenschaft eckhartiana, vera e propria bête noire del libro. Contro quello che Furio Jesi chiamava l’“assillo del possesso”, Mastromauro fa dunque suo l’imperativo eckhartiano all’abbandono irrecuperabile di ogni proprietà e al distacco non solo dall’io, ma anche da tutti i casi della sua declinazione, come il ‘mio’, l’‘a me’ e il ‘me’. In tale abbandono, la verginità inaugurerebbe così nella vita l’ora messianico in cui tutti i suoi istanti si compendiano.
Tertium datur
La vita verginale è allora, per Mastromauro, una forma-di-vita in cui ricapitolare tutte le forme di vita senza ripristinarne alcuna se non quella informe dell’androginia primordiale tanto cara agli gnostici così come a Paolo di Tarso – cui fa eco, come ricorda l’autore, Gregorio Nisseno – nel quale si legge che proprio in Cristo “non c’è più maschile né femminile” (Gal. 3, 28). E quindi un altro punto che rende il libro di Mastromauro prezioso è la prospettiva che esso illumina sulle questioni di genere. Non è infatti un segreto che il presupposto inquestionabile della genderphobia, la paura dilagante di una presunta “teoria del genere”, sia l’aut-aut biologistico tra l’uomo e la donna. Tuttavia, la verginità, sostiene Mastromauro, essendo inseparabile da un’androginia primordiale, scioglie la logica binaria del tertium non datur e opera la destituzione del binarismo di genere, tornato purtroppo in questi tempi prepotentemente alla ribalta nella sua versione più becera e asfissiante. In un momento in cui assistiamo infatti alla violenta reazione eteronormativa – l’America trumpiana è solo all’avanguardia paradigmatica di una retrocessione e una ipostatizzazione i cui effetti discorsivi si riverberano giuridicamente in luoghi più prossimi a noi, basti pensare al recente caso ungherese della proibizione del Pride – il libro di Mastromauro intende mostrare come la vita verginale sia una pratica che, denaturalizzando il “genere”, e degenerando la “natura”, riesce senza esitazioni a emancipare il genere dal sesso e a fare, come si legge nel Vangelo di Tommaso, del maschio e della femmina “un unico essere”.
Secondo Mastromauro, contro il vecchio adagio per cui omnis determinatio est negatio, la vita verginale incarna un pensiero dell’indeterminazione dell’identità e quindi di una alterità che inerisce all’identità stessa, la contamina e ne mina tutte le pretese di solidità e totalità: un pensiero secondo il quale i due poli di ogni coppia oppositiva tendono a coincidere, cioè a cadere insieme in un né-né per cui più non c’è forma né materia, grazia né natura, nudità né veste. Eppure, la vita verginale, così com’è delineata da Mastromauro, non ha nulla dell’esoterismo teosofico ma anzi recupera l’origine sigetica della potenza della sua parola dal deserto della deità, strappandola all’ineffabilità apofatica della caligine dionisiana. La verginità, per Mastromauro, sarebbe pertanto inscindibile da un sapere che, anziché imporre una misura alle cose, si libera del riferimento catafatico a Dio come anche di quello alla “verità”, intesa come forza di coercizione e come impegno a mantenere la promessa della propria parola attraverso uno strenuo mantenimento del proprio io come sempre identico a sé.
Deserto
La vita verginale di Mastromauro è certamente un’ascesi e l’ascesi, scriveva Nietzsche, potrebbe riassumersi in tre parole: povertà, mansuetudine e castità. Tuttavia, la verginità che si prospetta nel libro è talmente povera e casta che non ha affatto bisogno di essere mansueta, anzi, è al di là dell’obbedienza perché al di qua del comando e dell’asservimento, al di qua della dialettica servo-padrone che già Eckhart aveva individuato nel rapporto della creatura al Dio che è un ente – come ricorda Schürmann – “solo per i peccatori”. Così dalle suggestioni gnostiche, marcionite, catare, in breve antinomiche della ricerca di Mastromauro la vita verginale emerge in quanto vita “anarchica” per cui in verità, come recita l’Anonimo francofortese della Theologia Deutsch, gli umani “non hanno bisogno di alcuna legge”. Alla trita critica al pensiero destituente – la mancata istituzione, se non l’esplicito rifiuto, di un piano per il ‘dopo’ o di una risposta pratica (cosa poi vorrà mai dire “pratica”?) – e alla disingenua domanda “che fare?” di fronte all’egemonia presente del tecno-fascismo, Mastromauro risponde dunque, con Eckhart, che “chi agisce per un perché, è un servo o un mercenario”.
Esibendo la vacuità di ogni progetto e spostandosi di fianco all’alternativa attivismo/attendismo, l’autore mostra che, come dice il maestro domenicano, per poter davvero operare occorre essere inoperosi e viceversa. Contro le accuse di inconcludenza e apoliticità o addirittura di apatia che sfocia in contemptus mundi, Mastromauro reclama pertanto apertamente la radicale politicità di una vita destituente, una politicità che è però ovviamente altra da quella della vita irregimentata e catturata dai dispositivi governamentali. Nell’antica diàtriba tra cenobitismo e anacoretismo, Mastromauro sembrerebbe dunque a tutta prima schierarsi per una forma-di-vita che considera il “ritirarsi” dal mondo – secondo l’etimologia di anacoresi – l’unica via di scampo dalla koinōnía kakôn, quella che Carlo Michelstaedter apostrofava come la “comunella dei malvagi”. Eppure, contro la desertificazione incessante non solamente della terra ma del vivere comune, Mastromauro non reclama semplicemente una fuga saeculi ma un fuori del mondo che tuttavia rimane nel mondo e non cerca nuove fondazioni inconcusse ma tenta di dimorare nella loro infondatezza. Come infatti ricorda l’autore, citando María Zambrano, “per non perdersi, per non alienarsi, nel deserto bisogna racchiudere dentro di sé il deserto”.
Per concludere, da lettori che tentano di abitare le rovine della destituzione, ci auguriamo che Mastromauro prosegua la sua ricerca archeologica nella verginità magari ampliando la costellazione di pensiero rievocata nel suo libro e considerando pratiche come, per esempio, l’asessualità, (che pone in discussione il sesso in quanto bisogno imprescindibile nella costituzione di sé) o altri abiti de-generi o trans-generi non evocati nel libro. Come ricorda Mastromauro, contro i dispositivi bio- e tanatopolitici che tendono a scindere la vita da sé stessa minandone la potenza, il binarismo di genere fondato sulla divisione sessuale, la contrapposizione gnoseologica di conoscente e conosciuto, la logica oppositiva e, in definitiva, il predominio della categoria della relazione, l’unità alla quale anela la vita verginale è, come diceva Eckhart, ein einic ein ungeschieden, un’unica unità indifferenziata in cui diviene finalmente possibile per il vivente coincidere “con il suo vivere”. D’altronde, non è poi così difficile vedere nel libro un viatico attraverso cui poter attingere una vita ancora indelibata nel varco messianico di una restitutio in integrum tanto spirituale quanto mondana. Posuisti nos in contradictionem, dice il salmista. Certo è che, seguendo le briciole gettate dal libro di Mastromauro sulla verginità, in nessun luogo ci è dato veramente di giungere, solo è lecito transitare. Leggendolo, però, si sarà forse di poco più vicini a vivere hic et nunc nel nostro deserto “come angeli nei cieli”.
Leonardo Mastromauro, Verginità. Saggio sulla vita che resta, Edizioni Efesto, Roma 2025.