Ci sono bugie, dette di classe D, che vivono per pochi minuti, al massimo un paio d’ore: “Non sono venuto a scuola perché ero a sciare con la mia famiglia”, ma siamo a maggio. Dopodiché, ci sono delle bugie di classe C, che possono durare pochi mesi, o addirittura anni, ma vengono infine smascherate dalle contraddizioni: “Non posso venire, devo stare con mia sorella”, salvo poi ammettere en passant di essere figli unici. La classe di menzogne successiva, la B, è molto pericolosa e può durare una vita intera, quando chi le ha raccontate dimentica la differenza con la realtà. Bisogna stare molto attenti, perché ci si casca facilmente ed è meglio starne alla larga. Dopo questa lezione di vita – al limite di una critica al postmodernismo – il maestro Popa, da esperto educatore, lascia che sia la curiosità di Valentina a intervenire: “ Ma quali sono le bugie di classe A?”. Sono le più rare e potenti e, a memoria del maestro Popa, non sarebbero accadute che un paio di volte nella storia: sono delle menzogne in grado di diventare realtà.
Valentina, ultima creazione di Caroline Guiela Nguyen (2025), visto al Teatro Argentina per il Romaeuropa Festival, appella tutte le classi di bugie, finendo per invertire ogni prospetto pedagogico e inscenando, con squisita sensibilità, il gioco sempre aperto della traduzione: dalla farsa alla realtà, dal desiderio al dono o ancora, dalla parola, necessariamente magica, all’immagine. Valentina è una bambina rumena, costretta a trasferirsi in Francia assieme alla madre per cercare un’assistenza sanitaria in grado di curare il “male di cuore” che ha fulminato la donna. Attraverso il potere della dolcezza infantile, che ammanta ciascun personaggio in scena, la storia si carica di una tensione emotiva che solamente il lieto fine potrà sciogliere. Per mantenere il segreto della malattia della madre da un lato, e aiutarla a confrontarsi con una lingua straniera dall’altro, Valentina svilupperà presto delle eccellenti capacità di traduzione: certo, dal francese al rumeno, e viceversa, quando deve fare da intermediario col medico, ma anche dalla verità – della malattia materna – alla fantasia delle scuse con cui giustificare le assenze da scuola, dovute alle visite della madre, e soprattutto nell’ottimismo della ragione puerile.
“Traduci le parole ma senza immaginarle”: è la raccomandazione di Roxana prima di entrare dalla cardiologa, conscia della gravità della situazione. Valentina effettivamente rappresenta proprio un tentativo impossibile: quello di mantenere una coerenza simbolica più unitaria dell’immaginario, più reale della realtà. A superamento del trauma imposto dall’epopea della migrazione sanitaria, degli scogli sociali e dello shock culturale, interviene direttamente la manna del linguaggio come unico medium possibile con cui ricucire i costumi stracciati della propria storia famigliare e biografica, per quanto anagraficamente breve. Valentina si emancipa dalla vulnerabilità dell’emergenza, facendosi carico dell’impossibile compito di far collimare il principio di piacere più sfrenato – la guarigione della madre – con l’esame di realtà più crudo.
Lei è l’unica a poter mediare: tra il rumeno e il francese, tra la storia e il futuro, costruendo situazioni e relazioni paradossali. Tutto ciò che avremmo chiamato “simulacro” sfuma nell’ordine di una nuova realtà. Roxana è finalmente in lista d’attesa per un nuovo cuore, ma il cicalino è in mano a Valentina, dato che solo lei saprebbe chiamare e comunicare col personale sanitario, qualora un trillo dovesse indicare la disponibilità. La sospensione temporale prospetta una sventura, l’irruzione biologica della tragedia di un lutto – strutturalmente – preannunciato; eppure, qui ruota il perno poetico di Nguyen: Valentina non rappresenta l’ingenuità intatta di una bambina prodigio, né la riduzione metaforica del wishful thinking dell’adulto medio nevrotizzato.
La formazione simbolica, il gioco linguistico, la buffa e struggente operazione di Valentina è quella di impersonare la categoria stessa della possibilità. La possibilità, ovvero la perfetta “bugia di classe A”. Psicosi attuale o delirio collettivo? Escamotage scenico o puro atto di fede? L’epilogo è in effetti quanto più di simile si può pensare a un miracolo: la bugia di Valentina, raccontata alla maestra per poter tenere con sé il misterioso cicalino – che ad essere malata sia lei, e non la madre –, diventa realtà. Roxana guarisce completamente, mentre la bambina dovrà subire un tempestivo (e fortunato) trapianto. Al di là della coltre melensa che indora un finale testuale (fin troppo) adatto ai bambini, si celano gli aspetti semiotici più interessanti.
Fin da un primo colpo d’occhio alla scenografia, il tema della simbologia sacra e folklorica risulta preminente, così come quello dello sdoppiamento dell’immaginario “in presa diretta”: mentre una metà del fondo è occupato da simboli sacri (le rose) e profani (il cuore imperituro conservato in una teca di vetro, associato alle leggende della foresta Hoia di Cluj-Napoca), l’altra trasmette un live in diretta dei primi piani dei personaggi in scena, ripresi da un tecnico pressoché impercettibile. Nguyen ha creato uno spettacolo che colpisce anche in questo senso, mantenendo fino alla fine quella disturbante stratificazione di registri propria dei cartoni animati per adulti, dei libri per l’infanzia, o degli altarini a bordo strada.
L’efficacia di un pensiero post-fattuale – quello di Valentina – e la commozione suscitata dal candore morale dei protagonisti, si uniscono come metro di paragone per la sensibilità individuale e l’estetica affettiva con cui ciascuno giudica la propria realtà. Il pensiero magico suscita inquietudine, anche quando usato a fin di bene. La fede concede miracoli, ma le ritualità fallite generano feticci e orrori. Dando consistenza religiosa all’impossibile, quella di Valentina sarebbe certo una santità immacolata, capace di tradurre la disperazione in un momento di puro amore: la possibilità dell’inatteso.
Da un versante analitico, invece, tutto sembra indicare ben più di un sintomo: dalla totale abnegazione del sé – impossibilitato a trovare un riflesso unificato della propria storia, proprio a partire dal bilinguismo sovraimposto –, a un’introiezione empatica che sfocia nella simbiosi (dai tratti allucinatori) con la malattia della madre. La capacità del teatro, in opere intelligenti come quella di Nguyen, è proprio quella di intrecciare aperture e fobie nell’unico nodo artistico da cui nessun registro – simbolico, immaginario o reale – potrebbe sfilarsi. Valentina è uno spettacolo bilingue che è già trilingue, multilingue. Un piccolo manifesto di esperanto, con tutte le promesse, e tutti i rischi, dell’augurarsi un mondo radicalmente diverso. «[U]n bambino che corre, che gioca, che balla, che disegna, non può concentrare la sua attenzione sul linguaggio e la scrittura, non sarà mai nemmeno un buon soggetto» (Deleuze, Guattari 2017, p. 264). Il nuovo cuore di Valentina, è anche il più antico: un battito che significa vita.
*Foto: © Jérémie Scheidler
Riferimenti bibliografici
G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani, Orthotes, Napoli 2017.
Scritto e diretto da Caroline Guiela Nguyen. Con Chloé Catrin, Loredana Iancu, Marius Stoian, Paul Guta, Angelina Iancu e Cara Parvu (a turno); assistenti alla regia: Iris Baldoureaux-Fredon, Amélie Énon; drammaturgia: Juliette Alexandre; scenografia: Alice Duchange; video: Jérémie Scheidler; luci: Mathilde Chamoux; suono: Quentin Dumay; musica: Teddy Gauliat-Pitois; trucco: Émilie Vuez; Creazione e produzione: TnS, con il sostegno del Centre des Récits du TnS; scenografie: create dai laboratori del TnS; prodotto dal Théâtre national de Strasbourg; coproduzione: Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa; Théâtre de l’Union, Centre dramatique national du Limousin; durata: ca. 90’; anno: 2025.