I poeti non cadono in piedi (drammaturgia e regia di Franco Maresco e Claudia Uzzo) che ha debuttato a Napoli, al Teatro Mercadante, il 13 febbraio 2026, rappresenta la figura dello scrittore e attore Franco Scaldati (1943-2013) intrecciata con brani di alcuni suoi testi come Totò e Vicé, Indovina Ventura, Il pozzo dei pazzi. Sono in scena Melino Imparato, storico collaboratore della Compagnia del sarto di Scaldati che impersona mirabilmente lo stralunato essere al mondo delle figure iconiche del suo teatro; Aurora Falcone, la bambina che gioca a palla con leggiadria infantile e invoca Santa Rosalia, Umberto Cantone, Ernesto Tomasini e lo stesso Franco Maresco.
Franco Scaldati è una figura familiare al regista, che dopo la sua morte gli ha dedicato – oltre allo spettacolo Tre di Coppie, rappresentato per poche repliche al Teatro Biondo a Palermo dove in scena si aggiravano Totó e Vicé, Santo e Saporito, il corto e il muto – il documentario Gli uomini di questa città io non li conosco, realizzato attraverso un accuratissimo setacciamento di documenti fotografici, sonori, sequenze di spettacoli, testimonianze di artisti e intellettuali. Fra il teatro di Franco Scaldati e le immagini video-cinematografiche di Franco Maresco si respira un’aria di famiglia, in cui i contrasti non sono meno marcati delle prossimità.
La selezione dei testi con i quali lo spettacolo si compone ha comportato un’operazione complessa, data la vastità della produzione letteraria dello scrittore, attraverso cui lo spettacolo è riuscito a tracciare temi, figure, situazioni raffigurate ne Il Pozzo dei Pazzi, Indovina Ventura, Totò e Vicè. Viene rappresentata una ricostruzione biografica non secondo un racconto lineare ma per quadri, come i testi di Scaldati, che raccontano fatti che stanno sospesi in una dimensione fantasmatica che coinvolge il paradiso e l’inferno, il regno dei vivi e il regno dei morti. Il buio con cui si apre lo spettacolo è un elemento drammatico importante nel teatro di Scaldati, che il regista ha valorizzato: oltre a costituire il luogo della poesia è altresì quello del riposo e della morte in un trapasso naturale da uno stato all’altro. Infatti la prima scena dello spettacolo è la veglia funebre di Totò e Vicè. Oltre al tema della morte, del mondo-teatro di Scaldati lo spettacolo mette a fuoco la dimensione prelogica delle sue figure, il nonsense, le gag come quella del “Paracqua a prova”, situazioni ludiche e situazioni scurrili come il dialogo dei due barboni Aspano e Binirittu.
Perché il sottotitolo recita che si tratta “di un amaro caso”? Franco Scaldati dagli anni settanta ha animato la vita teatrale di Palermo: ha aperto teatri indipendenti (Teatro & C., Re di Coppe, Il Piccolo Teatro), ha ospitato compagnie di punta nella ricerca (Cecchi, Corsetti, Martone, Leo De Berardinis), ha rappresentato per molti giovani che poi si sono dedicati al teatro, alla letteratura, all’arte un percorso artistico esemplare. Nel momento in cui la città di Palermo si è adoperata per la sua rinascita culturale, recuperando nuovi spazi (la Zisa, lo Spasimo, il teatro Garibaldi), promuovendo festival importanti (Novecento), riaprendo il teatro Massimo, il lavoro di Franco Scaldati e del Laboratorio Femmine dell’Ombra è stato ignorato dalle istituzioni cittadine.
La sua attività di scrittore-attore si svolge a distanza dalle istituzioni teatrali della città: il suo teatro, d’estate e d’inverno, era il cortile della Parrocchia di San Severo reso disponibile dall’allora parroco Don Cosimo Scordato nel quartiere popolare dell’Albergheria, dove Scaldati creava i suoi spettacoli realizzando un laboratorio permanente in cui coinvolgeva gli abitanti del quartiere. In un momento in cui in teatro l’oralità dei dialetti – e i testi di Scaldati sono scritti in dialetto palermitano – viene esaltata come antidoto necessario al processo di globalizzazione planetaria (cfr. Franco Brevini), l’editore Sellerio di Palermo, che aveva una collana di teatro diretta da Michele Perriera, è rimasto estraneo al lavoro dell’artista.
In effetti, a fronte di una produzione rilevante per quantità e qualità letteraria di testi scritti per il teatro, composti da Franco Scaldati a partire dagli anni settanta, ritrovati alla sua morte nel suo studio, solo una minima parte è stata pubblicata quando lo scrittore era in vita. Ubulibri, diretta dal critico di teatro Franco Quadri, casa editrice di punta per il teatro di ricerca in Italia, pubblica già nel 1988 una selezione di testi di Scaldati, lI teatro del sarto, cui fanno seguito altri volumi negli anni successivi.
Allo stato attuale tutti i testi dello scrittore hanno trovato sede in otto volumi ordinati cronologicamente (dagli anni settanta ai duemila) pubblicati dall’editore Marsilio, con il contributo della regione Siciliana e la cura di Valentina Valentini e Viviana Raciti. Ciascuno degli otto volumi presenta, le sue opere, scritte in palermitano, corredate dalle traduzioni a fronte, arricchite da introduzioni storico-critiche e saggi di approfondimento. Il progetto è stato realizzato con il contributo dell’Assessorato e Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, e ha visto, oltre alla partecipazione di Marsilio Editori, la coedizione del CRIcd (Centro regionale per l’inventario, la catalogazione e la documentazione grafica, fotografica, aerofotogrammetrica e audiovisiva), il coinvolgimento dell’Istituto per il Teatro e il Melodramma della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, presso cui l’archivio dell’autore è conservato, l’Associazione Compagnia Franco Scaldati.
Riproponiamo la domanda: perché “un amaro caso”? Viviamo un’epoca in cui il patrimonio dialettale italiano è stato sradicato e il teatro di Scaldati, pur fondato, in quanto espressione poetica, sui valori ritmici, sonori e plastici della phoné, non si riconosce nella tradizione letteraria dello sperimentalismo delle neo-avanguardie. In effetti, scarsa è la produzione critica che si è confrontata con l’opera dello scrittore-attore, storicizzandola e contestualizzandola in rapporto alla tradizione teatrale italiana. Le radici del teatro di Scaldati affondano nel dialetto dei quartieri storici di Palermo attraverso un’operazione di scavo solitario nella memoria dei suoni della lingua materna che, dopo essersi depositati sulla pagina, ritornano a vivere sulla scena.
Riferimenti bibliografici
F. Brevini, Le parole perdute, Einaudi, Torino 1999.
V. Raciti, V. Valentini, a cura di, Franco Scaldati. Teatro, Marsilio, Venezia 2024.