Le pagine che Freud dedica alla fratellanza sono tra le più cupe che la psicoanalisi abbia mai conosciuto. E per quanto triste, l’equazione è molto semplice: gli uomini si dichiarano “fratelli”, uniti da un legame che oltrepassa le mere leggi di natura, solo sullo sfondo del crimine. È l’amara parabola descritta nel mito di Totem e tabù: la fratellanza si instaura quando l’orda dei figli si coalizza contro il padre primordiale, uccidendolo. A legare i figli tra loro non è dunque la terra né il sangue, ma la violenza e, per estensione, il senso di colpa prodotto dal parricidio.
È questa la formula di base attraverso cui Freud tornerà a scrutare di volta in volta il senso della fratellanza, come vediamo per esempio nella sua disamina della solidarietà cristiana. Qui, la fratellanza universale degli uomini si fonda sull’essere tutti figli dello stesso Padre celeste, un’illusione necessaria, che affonda le proprie radici nella rimozione del conflitto paterno originario, nell’arretramento di fronte a un atto inammissibile e inconcepibile. Parenti serpenti, diceva qualcuno.
Analogamente, in Psicologia delle masse e analisi dell’Io, il senso di fraternità – inteso come il legame orizzontale all’origine di ciascuna forma di aggregazione – si produce non per amore, né per qualche altra intrinseca astuzia di Eros, quanto piuttosto per intossicazione: attraverso l’idealizzazione di una figura sovrumana, di un capo carismatico che occupa simbolicamente il posto del Padre morto. Il legame fraterno è quindi mediato da una scissione permanente: da un lato, sul piano della coscienza, si ama il fratello nella misura in cui si condivide con esso un amore comune per il padre-padrone; dall’altro, su quello inconscio, l’altro è mio fratello perché complice dei miei stessi sentimenti ostili, perché ispirato dalle mie stesse fantasie criminose. Una prospettiva che troverà la sua massima espressione ne Il disagio della civiltà, dove la fratellanza è sì un ideale etico-politico fondamentale per sostenere il tessuto sociale, ma anche un legame fragile, continuamente messo a repentaglio dalle sue stesse radici aggressive, dalle invidie e dalle rivalità insite in ciascuna forma di convivenza concepibile.
E anche Lacan, il più etico degli psicoanalisti, su questo non si mostrerà meno perentorio. Laddove non riprende Freud alla lettera, ma vi aggiunge del suo, il bilancio rimane inguaribilmente pessimistico: “fratelli” e “sorelle” sono i nomi della segregazione, le etichette da attribuire a individui costretti a vivere e convivere nello stesso spazio, perché una volta che il vecchio ordine verticale è caduto, ai sopravvissuti non resta che amarsi, oppure uccidersi tra loro.
Del resto, non è forse questa la più realistica delle attualizzazioni della massima lacaniana secondo cui «Se Dio è morto, allora nulla è permesso»? Come a dire: morto il padre, riscattato il nostro debito con il trascendente, il baricentro del legame si sposta verso il prossimo, il simile, il “fratello” e la “sorella”; la moralità non si misura più sulla devozione verso ciò che ci supera, ma devia su coloro che ci circondano. Peccato che, come la psicoanalisi ci insegna (quella seria, per lo meno), questa conversione porti con sé anche il proprio rovescio pulsionale, la tendenza indistruttibile a fare dell’adorazione il pretesto dell’aggressività e dell’odio inconsci. Come se il crimine ordito un tempo verso il padre si ritraducesse in un piano omicida ora rivolto verso i fratelli e le sorelle.
Questo (poco edificante) preambolo teorico è necessario per situare nel giusto contesto il più recente saggio di Massimo Recalcati, Uno diviso due. Fratelli e sorelle. Il clima di conformismo psicologico in cui viviamo da qualche anno a questa parte potrebbe trarci in inganno, facendoci credere che questo libro sia una sorta di ennesimo manuale fai-da-te per vivere (o persino sopravvivere) alla morsa dei legami famigliari. Un auspicio che Recalcati, con la solita cura degli studiosi, manda in frantumi in più di un modo.
Anzitutto perché Uno diviso due è un libro di psicoanalisi nel senso più radicale del termine: non concede giustificazioni, messaggi di conforto o consolazioni a buon mercato; piuttosto, esorta il lettore a fare i conti con le proprie responsabilità di soggetto, invitandolo a farsi carico del proprio peggio, di tutte quelle colpe, recriminazioni e storture di cui ci si sente facilmente vittime e quasi mai artefici, insomma. Non sorprende, del resto, la totale uscita di scena della psicoanalisi nel nostro tempo: cosa farsene di una disciplina che invece di consolarci ci mette a tu per tu con la parte più scabrosa di noi stessi, che anziché assecondare il nostro bisogno di additare colpevoli tutt’intorno a noi restituisce – per dirla in lacanese – il messaggio al mittente in forma rovesciata?
In secondo luogo, perché (e questo è forse l’aspetto più sottile della questione) il libro non è semplicemente uno studio di psicoanalisi applicata ai legami tra fratelli e sorelle, una sorta di traduzione orizzontale di tutto quello che, da Freud in poi, ci è stato raccontato – talvolta fino alla pantomima – di padri e madri, figli e figlie. Nel rivolgersi a questo tipo di rapporti, Recalcati entra in un campo minato. Basta guardarsi indietro, ed è sufficiente farlo senza troppa accortezza, per rendersi conto che il destino concettuale della fratellanza e della sorellanza in psicoanalisi assomiglia fin troppo a quello di Joseph Grand, l’impiegato comunale dai tratti quasi kafkiani descritto da Albert Camus in La peste: ventidue anni prima dei fatti narrati nel romanzo, Grand aveva accettato un’occupazione modesta che – gli si diceva – si sarebbe presto tramutata in un prestigioso incarico da cancelliere. Peccato che, di lì a poco, il capufficio che l’aveva assunto era morto e nessun altro era a conoscenza della promessa fatta a Grand. Bloccato nel suo limbo burocratico, al Nostro non rimane che continuare a sbrigare le sue funzioni fino in età avanzata, fiducioso del fatto che, dopotutto, gli sarebbe bastato «adeguare le proprie esigenze alle risorse di cui disponeva» (Camus, 2024, p. 54).
False promesse, aspettative infrante e progressivo adeguamento. È l’aria che tira quando si risale la china della storia della psicoanalisi e si cerca di tirare le somme: in un abbondante secolo di vita, e tra alti e bassi, la dottrina dell’inconscio non si è risparmiata sulla sorte di padri, madri, figli, amanti e ogni altra frattaglia famigliare immaginabile. Eppure, sul destino che lega tra loro fratelli e sorelle sembra aleggiare la stessa parabola del povero Grand, quella di chi è rimasto indietro perché, anziché farsi avanti, «continuava a cercare le parole» (Ivi, p. 55). Per abusare di una splendida formula che Jean Cocteau aveva riservato all’opera di Proust, i maestri passano, la questione dei fratelli e delle sorelle continua a ticchettare «come gli orologi al polso dei soldati morti» (citato in Truffaut, 2014, p. 9). Quello che Recalcati riesce a fare, in questo senso, è di ravvivare il corpo morto della fratellanza e della sorellanza, dedicando finalmente loro una disamina che alla psicoanalisi – di fatto – era sempre mancata.
Ma non ci inganniamo. Il saggio parte comunque in salita. Sia perché Recalcati, per quanto con usuale talento divulgativo e ispirato da convincenti esempi, non mette da parte neanche per un attimo il rigore teorico richiesto a uno studio del genere; sia perché, benché Uno diviso due possa essere ritenuto nel complesso un viaggio “a lieto fine”, il suo tracciato ripercorre il realismo crudele dei grandi predecessori sul tema, del Freud misantropo e del Lacan a tratti hobbesiano.
Ed è proprio a quest’ultimo che Recalcati si rivolge per imbastire il punto di partenza del libro: ad attendere la venuta al mondo del fratello e della sorella c’è la cruda alternativa tra due complessi. Il complesso di “intrusione” da un lato, che riguarda chi c’è già e teme di essere defraudato della propria unicità; il complesso di “esclusione” dall’altro, che chiama in causa colui che arriva dopo e che, proprio per questo, teme di non trovare posto. Ognuno di noi, quando nasce, è usurpatore o scarto, vita ripudiata o invidiata. E questo, detto tra parentesi, si applica anche ai figli unici, che simili dinamiche le vivono su un piano che, nonostante fantasmatico, li espone agli stessi inconvenienti di chi è costretto a spartirsi le attenzioni dei genitori.
Si tratta di un aut aut che Recalcati ricompone in un unico, autosufficiente dispositivo, che non a caso battezza con il nome di “complesso di Caino”: il fatto di sentirsi defraudati dalla presenza di un altro che non possiamo eguagliare, un altro in cui scorgiamo l’immagine ideale di noi stessi (ciò che avremmo potuto o dovuto essere) ma con la quale non possiamo coincidere in alcun modo.
La tesi freudiana dell’odio che precede l’amore, dell’inconscio che ucciderebbe per ogni minima piccolezza, diventa in Lacan la trappola immaginaria dello specchio, seducente e violenta insieme, e riecheggia nel lessico di Recalcati sotto forma della dittatura dell’Uno sul Due, della tentazione originaria ad annullare la differenza, a ripudiare l’Altro, anche a costo di fare come Narciso, che pur di coincidere con se stesso finì per affogare in un puro “niente“.
Scenario non troppo roseo, si direbbe. E che, almeno finora, farebbe di Uno diviso due una lettura altamente sconsigliata in vista delle rimpatriate famigliari di Ferragosto, no? Ma quella che abbiamo affrontato finora è, per quanto fedele, mera ripetizione. Il complesso di Caino è il modo con cui Recalcati, senza darlo troppo a notare, ricostruisce in una manciata di pagine il bilancio della psicoanalisi sulla questione. La seconda e più impegnativa vita del testo, invece, riguarda il tentativo di non esaurire i rapporti tra fratelli e sorelle nel circuito violento e fatalistico dell’aggressività inconscia; è nella la possibilità di pensare una forma di legame che non sfoci né nella «follia della fusione», né tanto meno nella «rivalità mortale» (Recalcati, 2025, p. 12). È un proposito che, a dire il vero, inaugura le primissime righe del libro, e a cui vale la pena dare piena luce:
Negli anni mi sono occupato di decifrare i legami famigliari attraverso la figura del padre, della madre e del figlio. Mancava, per completare la mia ricerca, il riferimento ai fratelli e alle sorelle […] La prospettiva adottata resta la stessa dei miei precedenti lavori: emancipare il legame di fratellanza e di sorellanza dal sangue, dalla stirpe e dalla genealogia. Non assumerlo come una legge di natura ma concepirlo come una costruzione simbolica. (Ivi, p. 9)
E non è forse questa, alla fine, la formula di base che contraddistingue l’inconscio in quanto tale? Una realtà che sussiste non in virtù del suo statuto naturale, della sua consistenza ontologica, ma che può essere interpellata esclusivamente per la sua valenza etica? Tanto i legami famigliari quanto l’inconscio si mantengono in equilibrio sul filo dello stesso cortocircuito logico: più ci impegniamo ad attribuire loro un fondamento sostanziale – radicato in una formula, un certificato, un’etichetta o perché no un’equazione cromosomica – e più la loro realtà ci sfugge, si fa polvere, ci appare tanto prossima quanto fastidiosamente estranea. Padre, madre, fratello, sorella, alla stregua di ogni altra astrazione terminologica, fungono in questa cornice da lemmi idolatrati che nessuno capisce realmente. Concetti che ci ballano quotidianamente sulla punta della lingua, ma che alla fine comprendiamo a stento.
L’adozione di un legame per principio, diceva bene Lacan, è il cemento invisibile che nutre i muri della segregazione post-moderna. È la riduzione della soggettività ad atomo, maschera sociale priva di senso di colpa eppure, e proprio perché condannata all’isolamento, massimamente colpevole. È l’epurazione del soggetto dal programma di una convivenza non fondata sulla coercizione. Di un soggetto acefalo che, pur di distanziarsi dai suoi fantasmi ostili, preferisce la quiete dell’esilio, il silenzio del conformismo.
Non è un caso, infatti, se le ideologie di destra e i fondamentalismi religiosi (che preferiscono interpellare l’individuo a discapito della soggettività) hanno a lungo cavalcato questo leitmotiv, tentando di forgiare di volta in volta organismi sociali basati sul culto di una non meglio specificata discendenza sanguigna: unire tra loro fratelli e sorelle, padri e figli, per far fronte a una minaccia esterna; coltivare il famigliare al solo scopo di combattere l’alieno. E giustificando una simile, allucinatoria forma di unione con un altrettanto traballante richiamo all’innatismo, al fatto che i simili sono tra loro tali perché fabbricati così.
È il processo di alienazione morale che Franco Fornari, in un libro oggi attualissimo, poneva all’origine del fenomeno della guerra: non il ritorno della barbarie, e nemmeno il bisogno di sicurezza, quanto piuttosto l’implosione del “Terrificante interno”, l’incapacità dei dispositivi fondati sul sangue e sulla terra (la famiglia, lo Stato, Dio) di monopolizzare i fantasmi aggressivi dei singoli soggetti (Fornari, 2023, p. 38). Detto altrimenti, se non decidiamo di fare i conti con il nostro nemico inconscio, se ci sottraiamo all’elaborazione simbolica delle nostre tendenze aggressive, quest’ultimi riappariranno nel reale, attraverso un meccanismo che ricalca fin troppo bene quello della preclusione psicotica.
Il movimento della psicoanalisi proposto da Recalcati avviene invece in senso del tutto opposto. Anziché partire da una presunta consanguineità originaria, la psicoanalisi ci espone sin da subito all’«esperienza traumaticamente benefica di un limite» (Ivi, p. 11), ci insegna che la sola condizione perché si dia legame, e per estensione soggetto, è la rinuncia al primato ontologico del sangue. Perché se un dato trans-storico esiste davvero, se c’è qualcosa che perdura a dispetto di ogni epoca o configurazione sociale, è proprio la tendenza pulsionale dell’umano a respingere il Due, a “sputare” fuori di sé e dai propri confini ciò che non appartiene al tessuto dell’Io.
Attraversare il fantasma della fratellanza e della sorellanza significa allora – per dirla in recalcatese, stavolta – sostituire alla Legge di natura la Legge della parola e del desiderio, convertire la minaccia dell’intrusione o dell’esclusione nell’aspirazione a una vita ampia, «affonda[re] nel proprio peggio per risalirne trasformat[i]» (Ivi, p. 76). In uno scenario in cui la proliferazione identitaria in ogni sua forma solleva più muri di quanti pretenda di abbatterne, l’atto di ripensare i legami come un impegno anziché un presupposto, di interrogare l’Altro non come un inerte “simile” ma come «colui che è in grado di farsi prossimo» (Ivi, p. 99) è quanto mai urgente. Per parafrasare proprio Recalcati, non c’è soggetto possibile dell’inconscio se non attraverso l’esperienza della fratellanza e della sorellanza, perché la fratellanza e la sorellanza, in fondo, sono parte integrante del concetto stesso di inconscio (Recalcati, 2010, p. IX).
Riferimenti bibliografici
A. Camus, La peste, Bompiani, Milano 2024.
F. Fornari, Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli, Milano 2023.
M. Recalcati, L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica, Cortina, Milano 2010.
Id., Uno diviso due. Fratelli e sorelle, Feltrinelli, Milano 2025.
F. Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, il Saggiatore, Milano 2014.
M. Recalcati, Uno diviso due. Fratelli e sorelle, Feltrinelli, Milano 2025.