La pubblicazione di Coming Up for Air, di George Orwell, coincide con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale e con un periodo in cui nel suo autore l’anarchismo internazionalista dell’esperienza spagnola si stava avviando ad abbracciare una forma di socialismo insulare e britannico. Una boccata d’aria, questo il titolo del romanzo in italiano fin dalla prima traduzione mondadoriana di Bruno Maffi del 1966, è ora stato ritradotto per Feltrinelli da Andrea Binelli, studioso e traduttore alla sua quarta impresa orwelliana, dopo Omaggio alla Catalogna (Feltrinelli) e Senza un soldo a Parigi e a Londra e Giorni in Birmania (entrambi per Newton Compton).
L’anno orwelliano del 2020, con le numerose edizioni dei testi più noti, dai romanzi ai saggi, aveva quasi lasciato ai più disillusi l’impressione che Orwell si fosse trasformato in un’etichetta, un marchio affidabile di riflessione antitotalitaria, adatto anche a facili operazioni di lettura della società contemporanea. Ed è proprio per questo che Una boccata d’aria è un romanzo sorprendente, perché pur avendo in sé, come in «incubazione» suggeriscono alcuni studiosi, alcuni elementi che poi Orwell svilupperà in futuro, fotografa un momento unico nella vita e nella carriera di Orwell ed è, forse soprattutto, il suo romanzo più divertente. Si presenta al lettore come un dialogo a interlocutore unico, in maniera non dissimile da altri romanzi alla seconda persona come La caduta di Camus. E come in Camus, qui parla solo il narratore, ma l’interlocutore è meno definito, George si rivolge come a un pubblico, uno «you» tradotto giustamente con un «voi».
Questo monologo recitato, con tratti di flusso di coscienza, ci presenta la vita e i ricordi di George Bowling, in cui nel nome possiamo ravvisare anche un parziale alter ego dello scrittore, impiegato piccolo borghese e uomo medio alla Babbit, che Binelli con grande intuizione accosta al Fantozzi di Paolo Villaggio (la cui passione per Orwell è peraltro nota). Ma il tono del racconto non è insistentemente tragicomico come quello del ragionier Ugo, ma perlopiù memoriale e quasi saggistico, riflessivo, per lunghi passaggi.
Anzi, il romanzo è una riflessione sulla memoria, sugli scherzi che ci fa e sulla capacità che abbiamo di usare le narrazioni per creare o modificare i ricordi. Il momento più interessante, in tal senso, è a metà romanzo, quando George dice che da allora in poi non gli è successo più niente, che tutto ciò che gli era successo risale all’infanzia e alla giovinezza, agli infiniti pomeriggi passati a pescare, ma che forse erano solo una dozzina. E ci dice che dopo di allora sarebbe successa solo la guerra. E invece nella seconda metà del romanzo, a George, succedono molte cose, tra cui anche una breve e imprevista fuga, oltre a tutto quell’insieme di avvenimenti banali che, certo, confermano le aspettative di una vita piccolo-borghese come tante: il lavoro alienante, il matrimonio infelice, la nostalgia per il passato personale e collettivo. D’altronde, come dice anche George alla fine di un capitolo «Cos’altro c’era da aspettarsi?».
Le scene genuinamente divertenti non mancano: mentre la guerra si avvicina e la politica entra in ogni momento della vita anche di un semplice venditore di assicurazioni, George decide di tornare al paese natale e di nascondere questa scappatella solitaria alla moglie. Durante il tragitto i sensi di colpa avranno per un lungo momento la meglio e George si immaginerà inseguito dalla moglie, i figli, qualche vicino e collega per poi finire con una folla strepitosa e variopinta che include tutta Scotland Yard, la Bank of England, Hitler, Mussolini e il Papa. E Orwell è un maestro qui a introdurre pian piano l’iperbole e poi inserirla con un’improvvisa accelerata nel tessuto altrimenti realistico della narrazione. La scena dell’inseguimento è al tempo stesso una vertigine modernista e un’iperbole comica che fa pensare a Stanlio e Ollio.
Il romanzo è organizzato per linee tematiche e cronologiche al tempo stesso, con un flashback iniziale verso un passato che dovrebbe essere idillico ma è già nostalgico, raccontato dalla quieta voce di George, che non nasconde mai come ogni possibile svolta della sua vita non abbia di fatto portato a nessuna deviazione radicale: il figlio di piccoli bottegai diventa agente assicurativo, imprigionato nel lavoro e nella famiglia, incapace ormai di provare curiosità vera e sentire la comunità intorno a sé. Come suggerisce per contrasto il titolo, George è in costante apnea e la sua condizione si farà tanto più insopportabile quando proverà a tornare a casa, nel paese in cui è cresciuto, per prendere una boccata d’aria, ma si accorgerà che tutto è cambiato: il paese, le persone, i vecchi amori sono al tempo stesso irriconoscibili (violente e splendide nella loro sfacciata misoginia le pagine sull’ex fidanzatina Elsie) e perfettamente in linea con le aspettative sociali al punto che George – ormai ridotto a un vero e proprio fantasma che infesta i luoghi della sua infanzia – ricorre al disprezzo e al sarcasmo per camuffare la paura del rispecchiamento.
Una boccata d’aria è anche un tipico romanzo modernista per come svuota la struttura del romanzo di formazione. Lo fa allegoricamente, poiché tutto è deformato, caricaturale, dal fisico dei personaggi alla cittadina di Lower Binfield, ma lo fa anche con una trama che fin da subito rivela come la bildung non possa essere altro che un processo attraverso il quale rendersi conformi alla società, in questo romanzo di con-formazione, in cui George vive gli incontri tipici che potrebbero portarlo a maturare e crescere, ma che in realtà funzionano perlopiù per negazione. La parte centrale, emblematica in questo senso, è quella in cui George mostra un accenno di impegno politico e inizia a frequentare il club del libro di sinistra. La voce saggistica in quel passaggio si sente più forte, soprattutto nella tirata contro i professionisti dell’antifascismo il cui unico scopo è nutrirsi dell’odio della gente, aiutarli a sfogare sentimenti primordiali contro il nemico pubblico di turno in vista di una guerra che cambia le carte in tavola solo per chi comanda: «Cosa succederà ai tizi come me una volta che avremo il fascismo in Inghilterra? La verità è che probabilmente non farà la minima differenza».
Si tratta di uno dei passaggi che più fa pensare a Millenovecentottantaquattro e ai suoi due minuti di odio, anche per l’effetto che ha su George, che per qualche minuto “diventa” il relatore, si immedesima pienamente nella sua visione pur avendo ben chiara la dinamica di classe in atto. Eppure, nonostante le molte somiglianze, mi pare che ci sia anche qualcosa di diverso: l’odio promosso dal Grande Fratello è diretto a un nemico per il quale noi lettori non possiamo provare odio, un nemico del quale anzi stiamo imparando a comprendere le ragioni, l’opposizione al regime; in Una boccata d’aria, il nemico è Hitler, è la Germania nazista, è reale e condiviso, i bombardamenti stanno per arrivare, così come i rifugi e le maschere antigas; insomma, per un momento tentenniamo, forse.
Ma la lettura di classe è più forte e convincente: un Orwell forse mai come ora anarchico guarda con sospetto a ogni forma di conformismo, gli antifascisti di professione sono quelli che manderanno in guerra i giovani inglesi e George Bowling, che sa «quanto puzza una trincea», la guerra l’ha già fatta, ne riconosce l’inutilità, e ne capisce la profonda ingiustizia di classe. La vita politica degli anni ’30, con i suoi slogan, la sua propaganda, i suoi conflitti di classe annichiliti e anestetizzati dal totalitarismo, informa anche l’ottima traduzione di Binelli, che per esempio decide di tradurre «coloured shirt» con «camicie nere o grigie», in modo che si capiscano quali sono i colori ai quali fa riferimento Orwell, con una scelta coraggiosa che, mi si consenta il commento a margine, nessun’intelligenza artificiale potrebbe replicare. Almeno per ora.
Ma c’è dell’altro. Nella sua prefazione, Binelli re-indirizza il conformismo di George Bowling, della persona comune che, nella sua ingenuità acquisisce un’eloquenza inaspettata:
Orwell identifica il fascino delle persone "decenti" nella loro insopprimibile unicità e le erge a baluardo contro la tirannia subdola della modernità che alletta coi suoi agi ma ci vuole tutti omologati ed efficienti affinché il sistema non collassi. È la refrattarietà alla funzionalizzazione totalitaria dell’esistenza a rendere Bowling, i barboni londinesi come Bozo in Senza un soldo a Parigi e a Londra, i coloni come Flory in Giorni in Birmania e solo da ultimo Winston Smith un ancorché fragile avamposto di resistenza.
La fragilità dell’esistenza e della società è peraltro il filo conduttore di un romanzo in cui tutto è in costante mutazione, i ricordi si stagliano con forza nelle prime pagine, ma si contraddicono, cambiano di segno, rivelano le trappole della memoria e della percezione. C’è qualcosa di molto umano in questo uomo medio sensuale – come Ezra Pound chiamava Leopold Bloom –, vittima del conformismo, ma continuamente assalito dai dubbi, riflessivo e istintivo, razionale eppure ossessionato ed esagerato. C’è qualcosa che continua a sorprenderci e coglierci impreparati, come quando nel ricordare la sua passione infantile per la pesca ci dice che non si tratta del solito idillio pseudo-poetico: «Uccidere. Ecco, uccidere è quanto di più vicino alla poesia possa arrivare un ragazzino».
George Orwell, Una boccata d’aria (Coming up for air), Feltrinelli, Milano 2025.