Uno studioso è in primo luogo il gesto che traccia. Che si ritrova nei testi che scrive, ma anche nello spazio che lascia tra un testo e l’altro, nelle pratiche che attua, ma anche nel loro creativo disperdersi, negli oggetti di cui si occupa ma anche nel vuoto che li separa.
Orio Caldiron, scomparso il 28 marzo 2025, ha insegnato Storia del cinema alla Sapienza e ha presieduto il Centro Sperimentale di Cinematografia, ha diretto riviste (Bianco & Nero, Cinema/Studio), curato collane e numerosi volumi, organizzato rassegne, promosso iniziative che hanno riguardato soprattutto il cinema italiano, di cui era un conoscitore non comune (con i suoi amori più profondi, De Sica e Zavattini, Totò e Germi), ma anche il cinema americano (Michael Curtiz, Robert Mitchum, il noir, Passaggio a Nord Ovest).
In tutto questo, e molto altro, Caldiron si esprime attraverso un eloquio e una scrittura animati da un doppio movimento: sedurre il lettore, facendogli amare ciò di cui sta scrivendo, ma anche sedurre l’oggetto di cui parla, rendendolo in questo modo vivo, con un gesto comune solo a chi ama incondizionatamente ciò di cui scrive. E questo per una sola e grande ragione: Orio è totalmente sedotto da ciò di cui parla.
Scrivendo di Totò: «Si trova al centro di un nuovo capitolo del teatro italiano di rivista, di un crocevia in cui vengono saldandosi in organismo unitario il genere satirico e il comico-musicale, l’irruenza farsesca e lo sfarzo coreografico» (Caldiron 2003, p. 14). Sostantivi e aggettivi, l’uso del trattino, traducono qui nelle iperboli della scrittura la risonanza dispersiva e centrifuga della maschera di Totò a colori.
E le parole di Caldiron, quando investono l’oggetto d’amore, cioè il cinema, si traducono, mediate dalla conoscenza storica, nel carattere allo stesso tempo illimitato e preciso del discorso. Contesti, situazioni, storie di vita dei protagonisti del cinema italiano (con un debole per gli attori), danno forma ad una parola inesauribile su ciò che ama. Lo ricordo tenere banco per intere cene sulla commedia italiana anni trenta, che conosceva come pochi altri, o su Zavattini, usato come il migliore degli intercessori capaci di restituire il flusso di un discorso infinito sul cinema e la vita.
Laureato in filosofia all’Università di Padova, Orio Caldiron opta però subito per un’altra prospettiva di studio, quella capace di intrecciare conoscenza storica e curiosità critica, recuperando poi il suo interesse per la teoria nelle varie collane che dirige (il suo amore per i libri è pari a quello per il cinema). Lì non solo accoglie i miei primi saggi su Gilles Deleuze, ma li sprona fortemente.
E allora quel gesto, che contrassegna ogni studioso di rilievo, per Orio Caldiron si è definito in maniera chiara come espressione del desiderio di cinema nell’infinità della parola e della scrittura, senza mai trasformarsi in sistema, struttura, e tantomeno potere. Orio non si è mai veramente curato di dare un limite al suo discorso, lo avrebbe ritenuto un argine intollerabile, un freno al suo desiderio di cinema. Anche in età avanzata (l’ultima volta ci siamo sentiti oramai qualche anno fa, per una mostra su Zavattini), Orio è animato dalla stessa energia e dallo stesso slancio che lo hanno sempre caratterizzato, e questo lo si percepisce dalla sua voce immutata negli anni.
Gli effetti di tale gesto vanno preservati. Sono preziosi. Non sono tracce di un mondo passato, ma testimoni di qualcosa in assenza del quale la nostra vita sarebbe molto più povera. Tali gesti riguardano l’unica cosa in fondo veramente trasmissibile, anche in sede didattica: cioè il desiderio di seguire e dare espressione a ciò che ci occupa, e da cui siamo occupati. E la parola e la scrittura, la lezione e lo studio, sono le forme in cui questo desiderio prende corpo facendosi cultura e civiltà.
Riferimenti bibliografici
O. Caldiron, Totò a colori di Steno, Edizioni Interculturali, Roma 2003.
Orio Caldiron, Padova, 24 settembre 1938 – Roma, 28 marzo 2025.