Due oggetti hanno insieme più caratteristiche di due oggetti separati,
perché la loro relazione non è qualcosa che sia contenuta nell’uno e nell’altro, ma un di più.
Carlo Rovelli, Helgoland
Una scala che gira su sé stessa senza mai salire davvero: l’occhio ne segue il moto ascendente eterno, eppure chi la percorre non cambia mai livello. È la scala di Penrose, ideata dal matematico Lionel Penrose e da suo figlio Roger, e resa un’icona pop dalle litografie di M.C. Escher. Una struttura impossibile, eppure perfettamente coerente. Mi sembra anche un simbolo calzante per quell’entanglement narrativo tra Borges e Nolan di cui ha scritto di recente Vittoria Martinetto, una zona di interferenza in cui la fisica, la filosofia e la finzione letteraria non si spiegano a vicenda, ma si amplificano.
La scala di Penrose infatti non è solo una figura geometrica: è una metafora potente dell’identità che si sdoppia, del tempo che si piega su sé stesso, del sapere che si intreccia in circuiti non lineari. È anche, per traslato, la struttura stessa dell’entanglement quantistico: una relazione che non può essere ridotta alle sue parti, ma esiste solo nella totalità.
La premessa del libro Un incontro fantastico. Borges e Nolan (Quodlibet 2025) di Vittoria Martinetto è piana: un corso universitario su Borges, e qualche visione, soprattutto notturna, della non amplissima filmografia di Christopher Nolan. Da lì, il germinare di connessioni impreviste, affioramenti analogici, risonanze e la decisione di non trattenersi entro i confini disciplinari, di saggiare piuttosto le intersezioni tra due universi apparentemente distanti, che ha finito per generare una riflessione potentemente entangled, secondo il termine della fisica quantistica che la stessa Martinetto evoca: un intreccio, una correlazione non locale tra due entità che, pur distanti, sembrano parlare l’una dell’altra e l’una all’altra.
Viene detto chiaramente: non è Borges a spiegare Nolan o viceversa, ma il loro accostamento produce una zona di interferenza creativa. L’autrice sembra muoversi più da lettrice appassionata che da teorica: e proprio per questo riesce a proporre una mappa di corrispondenze che attraversano il tempo, lo spazio, l’identità, la finzione, con rigore speculativo e leggerezza narrativa. Un movimento che trova il suo baricentro proprio nella nozione di entanglement: tema che si presta ad essere rilanciato, ampliando ulteriormente la prospettiva, fino a incrociare alcune questioni cardine della meccanica quantistica e della filosofia contemporanea.
Non a caso, nel completare questa triangolazione teorica tra Borges e Nolan, ho evocato Roger Penrose come figura-limite tra scienza e visione, tra rigore matematico e interrogativi radicali sulla coscienza e sulla realtà. Con i suoi lavori sulla struttura dell’universo, le singolarità dei buchi neri, e soprattutto con la sua controversa ipotesi sulla coscienza come fenomeno quantistico non computabile, Penrose abita esattamente quella zona di frontiera in cui la razionalità sfuma nell’immaginazione.
Non dimentichiamo che Penrose e Hawking sono i due fisici che più hanno contribuito alla comprensione contemporanea dei buchi neri – stelle collassate con una densità così elevata che nemmeno la luce può sfuggirvi. Ma per quanto abbia ricevuto il Nobel per la Fisica nel 2020, nei suoi scritti l’universo non è mai puramente oggettivo: è connesso all’osservatore, alla mente che misura, interpreta, collassa la funzione d’onda. In questo, Penrose parla la stessa lingua di Borges e Nolan: una lingua che coniuga scienza e metafisica, tempo e identità, geometria e paradosso. Se Borges costruisce labirinti letterari e Nolan architetture narrative, Penrose disegna il cosmo stesso come un paradosso visivo e ontologico, dove la coscienza non è un epifenomeno, ma un nodo fondamentale dell’essere. La sua presenza silenziosa – e il segno iconico della sua scala – suggella l’entanglement tra letteratura, cinema e scienza contemporanea.
La riflessione sulla complessa interazione tra Borges e Nolan non si esaurisce nel parallelo tematico. C’è qualcosa di più radicale: entrambi sembrano concepire la narrazione come una macchina quantistica, in cui le storie non si risolvono, ma collassano in stati diversi a seconda dell’osservatore; in cui le identità sono superposizioni; in cui il tempo non è un vettore, ma un campo di probabilità.
Conosciamo l’universo letterario di Borges, fatto di biblioteche infinite, labirinti, specchi, identità multiple, finzioni che contengono altre finzioni. Come scriveva Vargas Llosa, citato da Martinetto, «nei racconti di Borges, la teologia, la filosofia, la linguistica e tutto quello che compare come un sapere speciale diventa letteratura, perde la sua essenza e acquista quella della finzione, torna a essere parte e contenuto di una fantasia letteraria» (2022, p. 79). La sua realtà è “realmente irreale”: non è copia del mondo, ma sua proliferazione. La realtà, ci suggerisce Borges, è generata dallo sguardo che la osserva. Una tesi che ritroviamo, con sorprendente coerenza epistemologica, nel cuore stesso della meccanica quantistica, secondo la quale – come ha sintetizzato Anton Zeilinger – non ci occupiamo della realtà in sé, ma di ciò che possiamo dire su di essa.
Analogamente, i film di Nolan non raccontano semplicemente storie, ma costruiscono universi autoreferenziali in cui ogni elemento ha senso solo nel sistema complessivo. Lo spettatore non osserva dall’esterno, ma viene cooptato in un apparato esperienziale, immerso nel paradosso, nel cross cutting (montaggio non lineare), nell’ambiguità. L’esperienza di Memento, Inception, Interstellar o Tenet non è mai solo cognitiva: è immersiva, quasi sensoriale. Lo spettatore, come l’osservatore quantistico, determina (almeno in parte) l’esito del racconto.
Un caso emblematico di questa corrispondenza entangled è Interstellar (2014). Sebbene il film sia costruito attorno a modelli astrofisici elaborati con la consulenza del premio Nobel Kip Thorne, la sua sequenza più visionaria – quella in cui il protagonista entra in un iperspazio a cinque dimensioni, visualizzato come un “tesseratto” – rappresenta visivamente un’idea che sembra influenzata più da Borges che da qualsiasi teoria scientifica. Il “tesseratto”, con i suoi ripiegamenti di scaffali infiniti nella stanza di Murph, sembra davvero una trasposizione cinematografica della Biblioteca di Babele, il deposito di tutti i libri possibili, dove il tempo si annulla e lo spazio si moltiplica per iterazione. È forse questo il punto in cui Nolan omaggia Borges in modo più profondo e insieme meno letterale: mettendo in scena una struttura che riflette l’entropia dell’infinito e l’impossibilità di scegliere un’unica verità. Lì, come nella Biblioteca, ogni gesto – come il movimento della lancetta di un orologio – può essere un atto di comunicazione attraverso le pieghe del tempo.
Al modo in cui Borges e Nolan affrontano il tempo Martinetto dedica pagine molto dense. Se l’argentino postula e nega l’eternità, smonta e rimonta il tempo in strutture circolari (Il tempo circolare, La dottrina dei cicli), biforcute (Il giardino dei sentieri che si biforcano), illusorie (Nuova confutazione del tempo), Nolan da parte sua lo reinventa come linguaggio filmico, sezionandolo (Dunkirk), ribaltandolo (Tenet), relativizzandolo (Interstellar), fino a frantumarlo (Memento). Ma ciò che davvero affascina entrambi è il tempo come forma di coscienza. In Borges, l’istante diventa tutto: è l’epifania di una verità che sfugge alla misura, l’affiorare di un’eternità soggettiva che vive solo al presente. Nolan, dal canto suo, trasforma il tempo in entropia emotiva: l’esperienza temporale nei suoi film è sempre legata alla perdita, al trauma, alla memoria. In questo senso, l’approccio dei due pare genuinamente esistenziale: il tempo è il campo in cui si gioca il senso dell’umano.
Un altro dei punti potenti dell’analisi di Martinetto è la riflessione sull’identità. Borges, in particolare, ha tematizzato l’inconsistenza dell’io in numerosi racconti, ma con due testi in particolare ha realizzato un esperimento narrativo di raro acume: L’Altro e 25 agosto 1983. In entrambi, Borges mette in scena l’incontro tra un Borges anziano e un Borges giovane, in un paradosso temporale che ha la struttura di un “esperimento mentale” alla Schrödinger.
Nel primo racconto, i due Borges dialogano da punti temporali diversi (Ginevra 1918 e Cambridge 1969), entrambi convinti che sia l’altro a sognare. La sovrapposizione dei due io non si scioglie, non si chiarisce: persiste come ambiguità ontologica. In 25 agosto 1983, l’incontro si rovescia: è il giovane Borges a scoprire un suo doppio ottantaquattrenne, morente, in una stanza d’albergo. Il tono è più cupo, quasi funebre. Ma ancora una volta, l’identità emerge non come essenza, ma come intersezione tra prospettive temporali, tra narrazioni che si rispecchiano. In entrambi i racconti, scrive l’autrice, la rielaborazione del mito del doppio – con i relativi sofismi per stabilire se si tratti di un sogno e chi sogna chi e dove e quando, ricorrendo a prove, controprove e tranelli – è strettamente legata alla condizione onirica, che non permette di sciogliere l’enigma.
Questi racconti, letti in parallelo con l’opera di Nolan, rivelano un’affinità profonda tra i due autori. Il regista ha tematizzato la frattura dell’io in The Prestige, Inception, Memento: soggetti sdoppiati, ingannati, manipolati, mai coincidenti con se stessi. L’identità, come nella meccanica quantistica (MQ), appare simile a una funzione d’onda: esiste solo nel momento in cui viene misurata (o narrata), e anche allora è una delle molte possibili. Quest’interpretazione quasi quantistica dell’identità suggerisce che il soggetto non sia un’entità chiusa, ma un nodo relazionale, una superposizione di stati in attesa di collassare. E ritroviamo una trattazione simile del tema identitario come molla essenziale nella cinematografia nolaniana, anche nei film più mainstream, come la trilogia del Cavaliere Oscuro e Oppenheimer. Nolan, con Borges, sembra dirci questo: l’identità non è ciò che siamo, ma ciò che accade nell’incontro tra chi guarda e chi è guardato, tra chi racconta e chi è narrato.
Torno per finire a Penrose. Prendendo le distanze da The Emperor’s New Mind (1989) dell’amico, Stephen Hawking osservò che è un esempio di cosa può succedere quando un ciabattino non si limita a fare le scarpe: «Mi sento a disagio quando i fisici teorici parlano di coscienza. [Penrose] sembra dire: la coscienza è un mistero e la gravità quantistica è un mistero, quindi devono essere collegate» (Shapin 2025). Non è questo il caso. L’accostamento Borges-Nolan sta in piedi perché, in ultima analisi, i due nella loro assoluta singolarità e diversità condividono una posizione epistemologica affine a quella che emerge dalla MQ: la realtà non esiste indipendentemente dall’osservazione.
Come sostiene Rovelli, non esiste un punto di vista assoluto; ogni osservazione è situata, parziale, riflessa. Lo stesso vale per ogni creazione narrativa: «Se c’è una cosa su cui, però, non ho alcun dubbio, alla fine, è quella predisposizione alla perplessità con cui i nostri autori affrontano l’impossibile paradosso del tempo, la labirintica sintassi della narrazione, le vertiginose interferenze fra realtà e sogno, l’inafferrabile mistero dell’identità, che li esime dal tentativo di catturare fantomatiche verità» (2025, p. 212), scrive Martinetto in chiusura del saggio. Un incontro fantastico non è solo un documentato studio letterario e cinematografico, ma un’esplorazione teorica che tocca i nervi della riflessione contemporanea, adombrando l’idea che il sapere non sia fondazione, ma relazione; che il soggetto non sia dato, ma emergente; che la finzione non sia evasione, ma modalità di conoscenza.
Se, come scriveva Borges, “la letteratura è un sogno guidato”, e il cinema per Nolan una “forma di lucid dreaming“, allora è nel sogno che accade l’entanglement: quella zona di indeterminazione dove ogni incontro è anche sdoppiamento, ogni scelta è anche rinuncia, ogni visione è anche creazione. Forse, come avrebbe detto Borges, ogni coincidenza è un appuntamento. In questo caso, tra due menti che hanno provato a pensare e a rappresentare l’impossibile.
Riferimenti bibliografici
M. V. Llosa, Mezzo secolo con Borges, Le Lettere, Firenze 2022.
S. Shapin, Through the Trapdoor: Roger Penrose’s Puzzles, in “The London Revue of Books”, vol. 47, n. 11, 2025.
Vittoria Martinetto, Un incontro fantastico. Borges e Nolan, Quodlibet, Macerata 2025.