Si potrebbe iniziare da qui, dal titolo, dalla frase rubata all’editore dello Shinbone Star in L’uomo che uccise Liberty Valance (1962) di John Ford. Non siamo nel west crepuscolare del capolavoro fordiano, ma quella frase ritorna alla mente dopo la lettura della pregevole biografia di Aby Warburg scritta da Hans C. Hönes, ricercatore del Warburg Institute, teorico dell’arte e soprattutto studioso della teoria e della storiografia dell’arte del XX secolo (Un groviglio di sentieri. Vita di Aby Warburg, Johan & Levi, 2024). Torniamo alla battuta fordiana. Che cosa riecheggia in particolare? Sono proprio quelle due parole centrali. Leggenda e realtà sono infatti due termini che non smettono di inseguirsi nel percorso di riscoperta e rilettura del pensiero di Aby Warburg. Sono ormai diversi anni che il nome proprio di Warburg compare in ambiti e saperi molto diversi, dando il via ad una moltiplicazione di letture e interpretazioni del pensiero dello studioso amburghese che vanno ben al di là della storia e della teoria dell’arte, attraversando campi molto diversi, dall’antropologia alla teoria letteraria, dalla teoria del cinema e dei media all’estetica contemporanea.
Sin dalla pioneristica pubblicazione di alcuni scritti scelti di Aby Warburg (La rinascita del paganesimo antico), per i tipi de La nuova Italia nel 1966, nel nostro paese l’interesse per Warburg è stato spesso grande, aperto, non limitato alla disciplina della storia dell’arte. Tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo millennio, il nome di Warburg è diventato noto non solo agli “addetti ai lavori” (cioè agli storici e teorici dell’arte), ma anche, se non soprattutto a studiosi di altre discipline. Dagli scritti di Giorgio Agamben e Carlo Ginzburg negli anni ottanta, dal numero monografico di “aut aut” nel 1984, fino ai testi di Georges Didi-Huberman dedicati allo studioso tedesco, concetti warburghiani come quello di formula di pathos, sopravvivenza, inversione energetica cominciano ad essere indagati a partire da prospettive filosofiche, estetiche, di teoria della storia. Il suo progetto finale, l’atlante delle immagini Mnemosyne diventa ben presto l’emblema di un pensiero rivoluzionario, anticipatore delle forme espressive e teoriche di tutto il XX secolo. Le riflessioni teoriche di Warburg vengono messe in relazione con le teorie del montaggio di Ejzenštejn, con la riflessione sulla dimensione temporale delle immagini di Benjamin, con l’estetica nietzscheana o con le teorie contemporanee sull’immagine digitale.
Inizia dunque, dopo la morte dell’autore, un percorso di metamorfosi, o meglio di slittamento progressivo, di apertura concettuale che ha fatto di Warburg una figura leggendaria appunto, una sorta di profeta intellettuale, emblema dell’autore indipendente, al di fuori delle logiche accademiche, creatore di una prospettiva di ricerca che frantuma i confini tra i saperi e auspica l’avvento di una scienza senza nome, un pensiero complesso, pluri, multi e trans-disciplinare.
La vita di Warburg si trasforma in mito, come recita la frase conclusiva dell’opera di Hönes, che appunto si immerge nel corso del libro nella immensa mole di documenti, scritti, testimonianze legate alla vita di Warburg a partire da questa consapevolezza, espressa sin dalle prime pagine. Le teorie warburghiane sono state riprese, rilette, piegate e reinterpretate all’interno di contesti teorici diversissimi, riconosce Hönes, ma l’obiettivo del suo libro è un altro. Precisamente quello di raccontare il percorso di Warburg, il suo itinerario intellettuale ed esistenziale, all’interno del quale ci sono quegli elementi che permetteranno al suo pensiero di migrare trasformandosi costantemente (la vocazione interdisciplinare delle sue ricerche, la questione dell’immagine come forma privilegiata per raccontare il rapporto tra uomo e mondo, il difficile equilibrio tra potenza irrazionale/emotiva dell’immagine e controllo/ordine razionale).
È in questo senso che Un groviglio di sentieri dialoga implicitamente (di fatto citandoli pochissimo) con altre due grandi biografie intellettuali su Warburg, quella di Ernst Gombrich (Aby Warburg. Una biografia intellettuale) e quella di Didi-Huberman (L’immagine insepolta. Aby Warburg, la memoria dei fantasmi e la storia dell’arte). Dialoga nel senso che l’obiettivo di Hönes è quello di marcare una differenza con entrambi. Gombrich scrive la biografia con l’evidente obiettivo di costruire una “Iconologia” come scienza obiettiva e razionale, scevra da tutti gli eccessi irrazionali che Gombrich rileva invece in Warburg. Didi-Huberman, al contrario, sviluppa il suo studio su Warburg a partire dalla possibilità di estendere i suoi concetti all’interno di una teoria dell’arte nel senso più ampio del termine, una teoria rivoluzionaria e contraria ad ogni steccato accademico. Gombrich, ebreo austriaco emigrato in Inghilterra dopo l’avvento del nazismo, legge l’attenzione alla dimensione irrazionale delle immagini come una pericolosa deriva mistica; Didi-Huberman, fedele ad una tradizione intellettuale francese allergica alle divisioni disciplinari e gli steccati accademici, esalta invece la potenza transdisciplinare delle ricerche warburghiane. Due posizioni antitetiche, certo. Ma è proprio nella loro tensione che si situa il testo di Hönes. Un groviglio di sentieri, è sin dal titolo, un testo rigoroso e complesso, che affronta la domanda fondamentale alla base di ogni biografia di Warburg: cosa ha determinato questa metamorfosi dell’immagine di Warburg nel tempo? Che cosa ne ha determinato la trasformazione in leggenda?
I capitoli del libro sono il resoconto di una ricerca attenta e minuziosa, che cita e analizza un numero impressionante di materiali, che rilegge non solo gli scritti di Warburg, ma anche, se non soprattutto, gli abbozzi, gli appunti, gli schemi, le mappe concettuali, le lettere. Tutti indizi frammentari e per definizione non-finiti, ma tutti elementi importanti di un percorso che diventa sempre più chiaro ed evidente man mano che il libro procede. Hönes concentra l’attenzione su alcuni aspetti fondamentali del percorso di Warburg: anzitutto i suoi studi, che nonostante gli sforzi lo porta lontano dal mondo accademico; in secondo luogo, dall’analisi dei testi emerge la sua volontà di portare avanti una ricerca libera dagli steccati della burocrazia universitaria, sempre più ampia e transdisciplinare, lontana dalle tendenze dell’accademia.
Lo studio del carattere di Warburg è parte integrante del percorso di Hönes: ne emerge una figura particolarmente consapevole della sua unicità, che difficilmente si metterà in gioco in un confronto accademico, che farà quindi del suo isolamento un punto di forza (dopo averlo sofferto a lungo), fino a trasformare la biblioteca di Amburgo in un punto di riferimento per intellettuali e studiosi aperti a nuove prospettive (la cosiddetta scuola di Amburgo, di cui faranno parte filosofi come Ernst Cassirer e teorici dell’arte come Erwin Panofsky). Elementi caratteriali, dinamiche psicologiche, traumi e malattie mentali, eventi personali e eventi storici collettivi diventano gli elementi con cui Hönes ricostruisce la transizione da storia a leggenda della figura di Warburg. In tutto questo, l’analisi dei suoi scritti, ivi compresi gli interventi divulgativi o giornalistici (o anche gli scritti propagandistici durante la guerra), gioca un ruolo fondamentale. Come un detective, Hönes interpreta i saggi e gli articoli di Warburg per evidenziarne la potenza implicita e anche le motivazioni più recondite. Dalle motivazioni che stanno dietro la scelta di Botticelli (autore non particolarmente apprezzato da Warburg) come soggetto della sua tesi, allo studio della divinazione pagana ai tempi di Lutero (che Warburg scrive con un preciso intento propagandistico), fino al testo su Manet letto da Hönes come un testo emblematico per comprendere il montaggio spaziale e temporale che sta alla base del grande progetto Mnemosyne.
La biografia intellettuale di Hönes è dunque, in un certo senso, un testo genealogico (un groviglio di sentieri, appunto). L’autore parte dalla fine, dal riconoscimento del successo di Warburg nel dibattito intellettuale contemporaneo e si immerge nel complesso insieme di eventi e dinamiche personali o collettive, per ritrovare gli elementi che sono alla base di questa esplosione warburghiana. Hönes, come Gombrich non è agiografico nel suo viaggio lungo la vita del creatore dell’atlante delle immagini, ma sottolinea costantemente la radicalità del pensiero di Warburg. Al tempo stesso, dal libro emerge chiaramente anche l’arroganza dell’intellettuale, la volontà di controllo costante sulla sua famiglia e sui suoi collaboratori.
A differenza di Didi-Huberman, Hönes non è interessato a sottolineare le potenzialità di applicazione dei concetti di Warburg alle pratiche artistiche o di pensiero contemporanee: ciò che interessa è capire come una forma di pensiero non sia mai scissa dalla storia empirica dell’uomo che l’ha elaborata, dalle sue dinamiche psicologiche e dai contesti storici in cui è immerso. La conclusione della detection è dunque chiara: l’utilizzo di Warburg come punto di riferimento all’interno di saperi diversi è in un certo senso inscritta nel percorso stesso dello studioso, in un approccio che, non cessa di sottolineare Hönes, non rinuncerà mai a pensarsi come la ricerca di un nuovo sapere, capace di comprendere in sé stesso scienze diverse tra loro. Una storia culturale, più che una storia intellettuale, allora. Sicuramente un contributo nuovo agli studi su Warburg, che non ne scalfisce l’aura leggendaria, ma che contribuisce a comprenderne la genesi.
Hans C. Hönes, Un groviglio di sentieri. Vita di Aby Warburg, Johan & Levi, Milano 2024.