Zadig a Persepolis

di DARIO CECCHI

Un eroe di Asghar Farhadi.

"Un eroe" di Asghar Farhadi

Impostore o redento? Innocente o malizioso? Eroe o truffatore? Seguendo le vicende del protagonista dell’ultimo film di Asghar Farhadi, Un eroe (Ghahreman), questo dubbio attraversa la mente dello spettatore per l’intera durata dello spettacolo. In libertà per un permesso, Rahim (Amir Jadidi) ha un piano: vendere le monete d’oro contenute nella borsa che la sua fidanzata ha trovato per caso. Con il denaro ricavato potrà pagare almeno parte del debito a causa del quale è stato condannato, uscire di prigione, trovare un lavoro e sposare la ragazza. Tornerà a vivere con il figlio balbuziente Siavash, affidato alla famiglia della sorella. Darà uno schiaffo morale sia all’ex moglie, che sta per risposarsi, sia al suo creditore ed ex cognato. Riacquisterà l’onore perduto. Le cose non vanno per il verso giusto e Rahim decide di ritrovare chi ha perso la borsa per restituirgliela: tappezza le strade con un avviso, lasciando il numero della prigione, dove torna alla fine del permesso. Subito si fa viva la proprietaria della borsa, che va a recuperarla a casa della sorella di Rahim per poi sparire nel nulla. Ma la notizia è trapelata: i dirigenti del carcere vogliono fare di lui un detenuto modello.

L’uomo è intervistato dalla televisione; un’associazione benefica promuove una raccolta di fondi per farlo uscire e lo aiuta a trovare un lavoro. Sui social media circolano però voci anonime: Rahim potrebbe non essere l’uomo di valore che dice di essere, forse si è inventato tutto per ottenere dei benefici. Le istituzioni che lo hanno sostenuto si allarmano: la loro immagine potrebbe essere danneggiata dalla storia del detenuto redento se si scoprisse che questi è un impostore. Ma Rahim ha dalla sua solo la sua parola e una storia dagli aspetti opachi; della donna della borsa non c’è traccia. Allora l’uomo non esita a mentire e a far mentire i suoi cari pur di riavere la libertà e il rispetto. Infine, quando non ha più vie d’uscite, finisce per aggredire prima il suo creditore, poi uno dei direttori del carcere. Così la sua carriera di eroe fallisce miseramente e a lui non resta che tornare in prigione.

«Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», afferma Galilei nel dramma di Brecht Vita di Galileo. Questa frase potrebbe applicarsi anche alla storia raccontata da Farhadi. Nel film non si fa cenno alla teocrazia che governa l’Iran. L’unico accenno alla storia persiana lo troviamo all’inizio del film, quando il protagonista va a trovare il cognato, che lavora agli scavi di Persepolis, nelle tombe dei re achemenidi. Ma che si tratti di antichi re che professavano la fede in un dio che ordina giustizia, rettitudine e verità, o che si tratti dei moderni ayatollah, la storia non cambia: il potere comanda e prescrive un credo e un codice di comportamento; la società li trasforma in un’etica e in un codice d’onore; al singolo non resta che adeguarsi.

Ma il rispetto cui il singolo può aspirare dipende anche dalla sua bravura nell’impersonare un ruolo: in persiano ghahreman indica non a caso tanto l’uomo di valore, quindi il valoroso, l’eroe, quanto il campione sportivo. Ci troviamo in una dimensione nella quale l’immagine può sempre prendere il posto della realtà. Il film di Farhadi è un invito a chiedersi perché oggi una società sia così sensibile al fascino di un eroe, specialmente di un eroe redento come quello portato sullo schermo dal regista. Il monito è rivolto prima di tutto alla società iraniana, ma riguarda evidentemente l’intero mondo globalizzato: la spettacolarizzazione della sofferenza e la mediazione digitale delle emozioni sono elementi comuni a tutto il villaggio globale.

 

È questa la pietra dello scandalo su cui il regista richiama l’attenzione. Lo fa però con rara grazia, disegnando la figura di un uomo che non sa decidersi tra la sublimità dell’eroe sofferente e la profondità psicologica del personaggio da commedia. Nel finale del film, Rahim, sedendo nell’anticamera della prigione in attesa di rientrare, osserva un compagno appena scarcerato che abbraccia la moglie venuta a prenderlo e si avvia verso casa, il sacco in spalla. Fuori ci sono il figlio e la fidanzata, i veri disperati di questa storia, che lo hanno invece accompagnato a una detenzione che non conosce ancora termine. Dov’è rivolto lo sguardo di Rahim? Da dove proviene? Ha davvero senso per lui stare dentro o stare fuori dalla prigione? Parafrasando Walter Benjamin, si potrebbe dire che l’eroe di Farhadi in fondo è un personaggio senza destino e senza carattere.

Rahim è come lo Zadig dell’omonimo racconto di Voltaire, ambientato in un’immaginaria Babilonia zoroastriana dell’antichità. Zadig pensava en philosophe – ma era il genere di filosofo ottimista stigmatizzato da Voltaire – di poter affrontare le sventure inviategli dal destino solo con la forza dei suoi saldi princìpi morali. È inutile dire che la felice conclusione della storia, in cui Zadig che riporta la pace a Babilonia, sposa la regina e governa con giustizia, suona come un finale volutamente fittizio: Voltaire descrive come non vanno le cose nella realtà, proiettando nella finzione il contrario di ciò che accade nella vita.

Anche Rahim crede che la parola e la nuda verità bastino a confermare la sua immagine di uomo giusto, ma non fa i conti con il fatto che le immagini vanno costruite con gli strumenti dell’immaginazione e devono colpire la sensibilità collettiva. Farhadi mette in scena un conte philosophique il cui personaggio principale, come Zadig, è solo una struttura vuota che serve a mostrare in negativo il vero protagonista della storia, cioè il senso comune, che ha perso ogni autentico riferimento etico e politico e vive ormai nella disperata ricerca di immagini fittizie che rassicurino la società, negando la scomparsa di valori condivisi. L’assenza di eroismo è il fantasma che aleggia in questo film profetico degli anni a venire.

 

Riferimenti bibliografici
W. Benjamin, Destino e carattere, in Angelus Novus, Einaudi, Torino 1995.

B. Brecht, Vita di Galileo, Einaudi, Torino 1994.
Voltaire, Zadig, Einaudi, Torino 1997.

Un eroe. Regia: Asghar Farhadi; sceneggiatura: Asghar Farhadi; produttore: Asghar Farhadi, Alexandre Mallet-Guy; fotografia: Ali Qazi, Arash Ramezani; montaggio: Hayedeh Safiyari; costumi: Negar Nemati; trucco: Mehrdad Mirkiani; interpreti: Amir Jadidi, Mohsen Tanabandeh, Fereshteh Sadr Orafaie, Sarina Farhadi; produzione: Asghar Farhadi Production, Memento Films Production, Arte France Cinéma; distribuzione: Lucky Red; origine: Iran, Francia; anno: 2021; durata: 128′.

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