Nel 1955, non ancora trentenne, Andrzej Wajda realizza Pokolenie (Una generazione), film ambientato nella Varsavia sotto occupazione nazista tra le guardinghe cerchie di un gruppo di giovani resistenti, che prova ad opporre atti di sabotaggio all’implacabile macchina da guerra hitleriana, cercando di attirare accoliti alla propria causa nel milieu sociale cui essi stessi appartengono, quello di una disagiata classe di lavoratori salariati, che dalla guerra sembra ricevere la promessa che le cose, comunque vadano, andranno peggio che in tempo di pace.

Tra i resistenti si distingue la volitiva Dorota, che prima di essere prelevata e portata via per sempre e chissà dove, avrà ancora il tempo di insegnare l’abc dei cospiratori al volontario Stach, a cominciare dalla domanda in codice con cui si potranno riconoscere nuovi candidati alla causa resistenziale: “Vendete piume?”. Nella scena finale, successiva a quella della cattura di Dorota, si vede Stach seduto in un campo, a rimuginare sconfortato sulla durezza della repressione che ha disarticolato i resistenti, quando un ragazzo, che nella sequenza si era visto già da un pezzo andargli incontro, finalmente lo raggiunge e permette al film di tirarsi fuori dalla cupezza che lo aveva avvolto e ad aprirsi a possibili, insperati sviluppi, rivolgendo a Stach la domanda: “Vendete piume?”.

A quindici anni dalla prima edizione in inglese, per i tipi di Elèuthera esce per la prima volta in edizione italiana Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale, testo di Gabriel Kuhn, attivista militante di origini austriache, con un passato da calciatore semiprofessionista, che a lungo è stato in giro attraverso gli Stati Uniti, prima di decidersi per la Svezia come luogo di un possibile nostos europeo. Ciò che sorprende e rallegra del testo di Kuhn è l’inflessibile fiducia verso la capacità del calcio di riuscire a parlare a tutti pur non pretendendo da chi lo gioca di parlare la stessa lingua e dunque di aiutare in ogni angolo del pianeta le persone più diverse ad incontrarsi e a riconoscersi, scoprendo che nulla è capace di “rompere il ghiaccio” come quel sasso scagliato nello stagno buttando un pallone per aria e poi iniziare a passarselo con i piedi. Forse in questo c’entra anche il fatto che nel corpo umano nulla come i piedi è più lontano dalla testa, che è deputata a fare fredde valutazioni, a decidersi con calcolo interessato su quali possano essere i propri compagni di cammino, mentre ai piedi può appartenere un talento difficile da imbrigliare con le armi del calcolo razionale: quello di restituire un pallone invitante, se non risolutivo, a chi si era già rattristato di averlo buttato via come peggio non avrebbe potuto.

Lungi dal rinserrarsi in un abietto romanticismo delle belle intenzioni, Kuhn scrive il suo testo in una forma manualistica che gli permette di inseguire, su binari paralleli, l’impari lotta tra le forme in cui il calcio più autentico, quello di persone che s’incontrano per giocare sulla base di regole temporaneamente valide per tutti, si scontra con il governo mondiale del calcio, con la sua razionalità capitalistica sempre più avulsa dai principi elementari e liberatori del “gioco”. 

Il giudizio di Kuhn, di fronte alla condizione odierna del calcio mondiale, come sport sempre più asservito al soddisfacimento di interessi economici immensi e distribuiti in modo sempre più iniquo, è duramente critico, ma sempre conservando la fiamma della speranza di poter continuare a pensare spazi di azione in cui l’essenza del gioco, quella di seminare comprensione e riconoscimento tra le persone più diverse, sia preservata e sottratta alle spinte totalitarie dell‘estrazione di valore economico. Il fertile dramma è che in un mondo in cui la commercializzazione del gioco del calcio è garantita in forme sempre più aggressive e dispotiche dalla FIFA, che vanta un numero di Stati membri superiore a quello dell’ONU, resterà sempre aperta la possibilità di incontrare qualcuno sul proprio cammino cui domandare, per allacciarsi alla grammatica del film di Wajda, se ha piume da vendere, se ha il desiderio di condividere la leggerezza di qualche calcio al pallone, nonostante l’assedio di artiglieria pesante che prova con ogni mezzo a scoraggiare ogni soggettività che voglia pensarsi altra che intrattenitrice o consumatrice.

Claudio Tamburrini, portiere di calcio argentino arrestato e torturato dalla dittatura militare negli anni settanta, ha osservato che il calcio è una grande arma politica che mai dovremmo riporre nelle mani del nemico. Ed è proprio quella eversiva e immediata possibilità di fare comunità attraverso il calcio, sugli spalti come in campo, quella possibilità di far fare a chiunque, indipendentemente dal censo e dalla cultura, l’esperienza primaria benjaminiana della politica come ambito del possibile, ciò che il governo mondiale del calcio si preoccupa da sempre di imbrigliare e narcotizzare, innocuizzando le soggettività del gioco in esecutori di un programma già scritto altrove.

Kuhn individua fin dalle origini della storia del calcio l’azione di una lotta sotterranea tra l’ansia di riconoscimento politico, che in Europa come in America latina favorì la nascita di innumerevoli squadre legate intorno a principi condivisi di libertà e giustizia sociale, e l’azione volta a preservare l‘ordine costituito, che si esprime nella nascita degli organismi di controllo e disciplinamento del selvaggio vitalismo del gioco. Valga come esempio paradigmatico il fatto che la Football Association inglese, fondata nel 1863, a fronte del successo riscosso dal calcio femminile negli anni aurorali a cavallo tra i due secoli, nel 1921 lo vietò, giudicando l’euforia che accompagnava le gare femminili un fattore di pericolosa destabilizzazione sociale. Sarebbero dovuti trascorrere cinquant’anni, perchè nel 1971 il calcio femminile ottenesse il riconoscimento ufficiale del governo del calcio.

È proprio per portare avanti la propria politica, con comodità e senza incontrare resistenza, che il governo del calcio ha sempre propugnato un calcio fatto di calciatori e di tifosi impolitici ossia pronti ad appiattirsi sulla linea politica di chi detiene il potere decisionale. Certo, il calcio rispecchia fedelmente le epoche storiche che attraversa e non è un caso se cinquant’anni fa, in un contesto di altissima polarizzazione dell’antagonismo e della critica politica militante, anche il calcio sia stato percorso, finanche ai più alti livelli, da impulsi miranti a delineare le condizioni possibili di un ordine nuovo.

Oggi, tanto per dirne una, sarebbe alquanto impensabile immaginare che in occasione dell’ultima partita di qualificazione ad un campionato del mondo, una squadra rinunci a giocare perchè la partita è programmata nello stesso luogo dove oppositori politici del regime locale erano concentrati e torturati: eppure fu per questa ragione squisitamente politica, non messa in scaletta dalla FIFA, che la nazionale sovietica si rifiutò di scendere in campo a Santiago del Cile nel novembre del 1973, venendo automaticamente squalificata dalla FIFA. Di pari passo, la commercializzazione, patrocinata dal governo del calcio mondiale, negli ultimi trent‘anni circa ha conosciuto un’impennata che non sarebbe stata così scontata se non fosse stata promossa in un contesto socio-politico profondamente mutato in senso individualistico e narcisista.

Nel calcio professionistico di oggi è molto difficile trovare giocatori e addetti ai lavori che non recitino la parte che è stata loro assegnata, quando davanti ai microfoni, richiesti di un’opinione su una questione politica, si rinserrano sempre dietro la formuletta magica: “Sono un professionista, non mi occupo di politica”, come se essere professionisti comportasse la messa in mora della sensibilità e della capacità di prendere posizione di fronte ad un eclatante episodio di razzismo, di discriminazione, di violenza, di ingiustizia. E l’ipocrisia che soggiace a questa dinamica – ahinoi – diffusissima nella comunicazione di calciatori strapagati, emerge tutta quando le stesse persone sono eventualmente cooptate da organi di governo del calcio nazionali o sovranazionali per fare da testimonial di campagne di fair-play cariche di toni struggenti e consolatori, studiate ad arte da agenzie pubblicitarie tirate dentro per vendere un’immagine buona, giusta e pulita dell’ente committente.

Si lascia apprezzare il coraggio con cui Kuhn liquida sempre come sterile e autolesionista la puzza sotto il naso con cui per decenni ampi settori della cultura di sinistra hanno liquidato l’interesse planetario per il calcio come l’errore di classi subalterne bisognose di essere educate. Sarà anche per il giudizio sprezzante che per decenni si è abbattuto sugli appassionati di calcio da parte di chi aveva evidentemente un cuore troppo gretto per lasciarsi ispirare quando Camus diceva che solamente in uno stadio pieno poteva riuscirgli di percepirsi innocente, che oggi ancora nessuno grida allo scandalo se calciatori milionari che prestano il proprio volto per promuovere aziende globali che sponsorizzano competizioni calcistiche internazionali, non spendano mai una parola sul fatto di rappresentare la punta dell’iceberg di un mondo luccicante che lascia letteralmente per strada un‘immensa quantità di persone che non reggono la pressione e si perdono. Si calcola che nella sola Inghilterra il 75% dei giocatori che firma un contratto da professionista, termini la propria carriera prima dei 21 anni. A questi si aggiungono quelli che, pur investendo speranze e danaro, si trasferiscono da qualche sud del mondo in qualche nord del mondo e mai riusciranno a spuntare l’offerta del primo contratto professionistico.

La lettura delle appassionate pagine di Kuhn fa pensare a quanto sia vero che uno stadio, ma anche qualsiasi spazio che è divenuto campo di calcio attraverso l’improvvisazione di chi voleva giocarci, sappia miracolosamente rapprendere in sé, forse anche per la sua dimensione di spazio chiuso e insieme aperto, la memoria gioiosa o dolorosa di ciò che è stato e questo è un patrimonio che resta a chi il gioco lo gioca o lo guarda giocare. E, tale patrimonio, indipendentemente dal fatto che venga messo o meno in parola, resta un sentimento volatile, ma condiviso tra molte persone, che in comune sanno anche che quel sentimento, in qualche modo, resta anche attaccato alla materia del luogo che lo ha generato.

Finché ci saranno persone che si incontreranno per stare insieme e prendere a calci un pallone, non si correrà il rischio che si estingua del tutto la voglia di prendere a calci la forza totalitaria e mercificante di chi dal gioco del calcio pensa solo a spremere il proprio profitto privato, lucrando su chi ripone fiducia nei propri simili e si rallegra di rimettere sempre e di nuovo in scena una rappresentazione corale del gioco della vita. 

Gabriel Kuhn, Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale, Eleuthera, Milano 2026.

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