Una giovane donna valica il confine del microcosmo amicale costruito da tre ragazzi e stringe con questi un legame destinato a metterne in discussione equilibri affettivi ed emotivi. “Da tre divennero quattro” scriveva Giani Stuparich in Un anno di scuola (1929) che Laura Samani, regista triestina come il romanziere, adatta nel suo secondo film. Nel 1909 del romanzo, Edda è la prima ragazza ammessa all’ottavo anno del ginnasio nel liceo classico Dante Alighieri di Trieste. Agli inizi degli anni Duemila, ambientazione dell’adattamento e periodo in cui la stessa Samani è stata liceale, quella ragazza si chiama Fredrika, è svedese e a causa del trasferimento lavorativo del padre nel capoluogo friulano si ritrova a frequentare una classe di soli uomini in un Istituto Tecnico. Tra i banchi di scuola Edda/Fredrika incontra(va) Antero, Pasini e Mitis.
Un incontro può cambiare la vita, soprattutto a diciotto anni. Quell’anno di scuola, l’ultimo delle superiori, che romanzo e film raccontano, infatti, segna il critico passaggio alla vita adulta, quando ad un ancora adolescente in profumo di maturità, è chiesto di iniziare a pensare (seriamente) al futuro. Tra chi brama di fuggire dalla città natale, chi già si prospetta una carriera lavorativa, chi continua a crogiolarsi nell’estasi delle “prime volte” e chi fluttua nell’incertezza malinconica e insieme vertiginosa della prima giovinezza. Un arco temporale ideale per far da sfondo a un romanzo di formazione, quello di Stuparich, che nelle mani di Samani (e della co-sceneggiatrice Elisa Dondi) si trasforma in un nuovo tassello di quel palpitante mosaico di teen drama all’italiana che sta animando l’audiovisivo nostrano degli ultimi anni – dai più delicati Skam Italia (2018-2024) e Prisma (2022-2024) ad un figlio di Skins (2007-2013) come L’albero (Petraglia, 2024) fino all’esperimento autobiografico Diciannove (Tortorici, 2025).
In questo panorama il film di Samani, ben più vicino al taglio pop dell’opera di Bessegato, che alle atmosfere livide di Petraglia o allo sperimentalismo estetico di Tortorici, trova un’ulteriore chiave per giocare con il genere, mediata dal romanzo di Stuparich e dalla centrale ambientazione temporale. Un anno di scuola, infatti, più che cartina al tornasole della gioventù presente, guarda al passato prossimo per raccontare un trapasso d’epoca centrale nella comprensione del presente. La Trieste della pagina, attraversata dai moti irredentisti e dai presagi Grande Guerra che quei giovani avrebbe visto perire, faceva da sfondo all’espressione di una nuova femminilità, libera e travolgente, incarnata da Edda. La Trieste cinematografica, sul cui profilo si allungano le ombre della crisi del 2008 (il padre di Frederika è a capo della sezione licenziamenti di una fabbrica, davanti alla quale si succedono scioperi e picchetti) e della rivoluzione digitale (o, meglio, di quella social, così determinante nel definire gli adolescenti che verranno) diventa il set-frontiera in cui ragionare di una generazione “al confine”, quella dei millennials.
Allora Un anno di scuola si rivela un’indagine sui confini. Confini culturali: Frederika (lei “che viene da un paese civile”) da Stoccolma irrompe a Trieste con una maturità e coscienza di sé che manca ai suoi coetanei italiani, ingenui e gigioni, che guardano con sospetto alla sua disinvoltura e la deridono per questo. Confini linguistici: la ragazza all’inizio non parla italiano, ma si ritrova poi a cantare motivetti friulani e i Prozac+, mentre le incomprensioni linguistiche, di una lingua tanto arma quanto medium, danno il ritmo ai moti del cuore dei protagonisti. Confini geopolitici che si fanno emotivi: la protagonista bacia per la prima volta Antero al confine tra Italia e Slovenia, proprio nel momento in cui vengono aboliti i controlli alla frontiera (è il 2007 e il Paese slavo è appena entrato nell’area Schengen). Confini sentimentali, quelli del limbo indefinito che separa l’amore dall’amicizia e, in cui, perdendosi e ritrovandosi, questi ragazzi imparano a percepire le forme della relazione. Confini di genere, tra maschile e femminile: Fred (come i suoi amici chiamano la protagonista) rompe la regola secondo cui nella Trappola, il rifugio dei tre amici, è interdetto l’accesso alle donne e insegna a questi adolescenti, chi più chi meno performanti nella loro virilità, a trattarla come loro pari. Il desiderio, i sentimenti, la passione, i traumi, d’altronde, non hanno genere.
Così Fred, da corpo da bramare e possedere, da premio da conquistare in una competizione testosteronica che sfiora la tragedia (il grave incidente di Pasini), si erge come soggetto palpitante, di desiderio e dolore, e si fa mediatrice consapevole di una rivelazione destinata a cambiare le vite dei suoi compagni. Ovvero che i confini – così come la fine dell’adolescenza – non sono solo barriere da abbattere, ma virtualità del possibile da attraversare, occasioni per un cambio di prospettiva attraverso cui riscoprirsi. Come nella meravigliosa scena del Carnevale, evento di confine e, bachtinianamente, di rivelazione per eccellenza in cui Pasini scopre in maniera traumatica la relazione di Antero e Fred. Ma anche l’ultimo anno di scuola finisce e forse un giorno potremo guardare alle scaramucce adolescenziali con un sorriso nostalgico. Nel frattempo si guardi avanti, come Fred che nell’ultimo piano sequenza del film (speculare a quello iniziale), per l’ultima volta valica a testa alta i cancelli della sua scuola pronta ad immergersi nelle nuove virtualità sconfinate del futuro.
Un anno di scuola. Regia: Laura Samani; sceneggiatura: Laura Samani, Elisa Dondi; fotografia: Inès Tabarin; montaggio: Chiara Dainese; interpreti: Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi, Samuel Volturno; produzione: Nefertiti Film, Rai Cinema, Tomsa Films, Arte France Cinéma; distribuzione: Lucky Red; origine: Italia, Francia; durata: 102′; anno: 2025.