Un volto di marmo fluido, di densità impossibile. Rugoso e lungo, definito da un tempo ultimo, che amplifica una smorfia di corteccia perenne. La mandibola immobilizzata in un dondolio a destra, verso cui pure il naso sembra innestarsi. Gli occhi sporgenti sono molluschi sodi e vivaci: incoerenti nel loro decifrare un raggio visivo, sfuggono dai gusci seguendo altre traiettorie. La bocca pure è un filamento indeciso: stabile sulla destra, scivola in una cavità di pelle sul lato opposto. Sopracciglia e orecchie, invece, sono sospese verso l’alto in un respiro da marionetta. Pressato agli estremi da una bombetta e da un frac, sembra volersi liberare da sé stesso. Già dalla sua copertina, Cosa sono le nuvole di Francesco Piccolo dichiara un’istanza precisa: raccontare il mito di Totò privilegiando gli sconcerti, le miserie, i turbamenti di una maschera dalla disposizione non più certa, concreta e incontentabile; gli ultimi anni di Totò racchiusi tutti in quel complesso raggrinzito di avrei potuto.
Certo, è stato l’interprete più rappresentativo del comico nel nostro cinema (almeno di quel comico predatorio e pulsionale, al di là del linguaggio e del gesto), codificandosi, soprattutto attraverso l’utilizzo isterico e febbricitante del corpo, come definitiva maschera buffonesca della commedia italiana, amato a tal punto che gli applausi gli impedivano di esibirsi e a cui un funerale non bastava, gliene hanno fatti tre. Ma il Totò di Cosa sono le nuvole non sembra più ricordarsi di essere stato innanzitutto un simbolo, tra i più importanti del suo tempo. Anzi, quella che emerge è forse più un’icona di decadenza nobile, una malinconia austera da vero principe:
Sono ormai all’età in cui si tirano le somme, e non ho fatto nulla. Sarei potuto diventare un grande attore, e invece di cento e più film che ho girato ve ne sono di degni non più di cinque. Ma anche se fossi diventato un grande attore, cosa sarebbe cambiato? Noi attori siamo solo venditori di chiacchiere. Un falegname vale certo più di noi: almeno il tavolino che fabbrica resta nel tempo, dopo di lui (Piccolo 2026, p.76).
E allora una smorfia di estraneità sporca quel volto caricaturale, rivelando gli impedimenti di un gigante. Francesco Piccolo, infatti, accoglie tutte quelle deformazioni, quelle balbuzie esistenziali, tutte quelle linee di variazione del mito Totò che lo hanno costretto, con la complicità di una cecità sempre più invalidante, a confrontarsi con le proprie supposte mancanze: l’assurda convinzione di non aver fatto nulla, di essere usciti sconfitti dalla vita, l’incapacità di trovare un riscatto dal mancato riconoscimento critico nelle “dichiarazioni di amore degli attori della generazione successiva”. Nulla sembra aver spostato l’ossessione di mediocrità di Totò (male che affligge troppo spesso i geni e troppo di rado gli idioti), nemmeno Monicelli, nemmeno Lattuada, Pasolini o Loy, e tutti quei processi di elucubrazione masochistica si accumulano sotto un volto ostinatamente, perpetuamente, buffonesco: come a dire che il dolore esige sempre la sua dose di compostezza. Non si tratta di insincerità, né di ipocrisia, si tratta di mantenere integra la sospensione d’incredulità anche nella vita, di non violare il patto con gli spettatori (che per l’appunto sono spettatori, non amici), di non tradire un’immagine; si tratta cioè di custodire intatta la dualità del comico, il corpo e la maschera, senza svelare al pubblico la copula vestita da congiunzione. Ma Cosa sono le nuvole permette questo tradimento, permette cioè di vedere sotto la maschera del corpo quello specchio di rammarico borghese, anzi di vergogna aristocratica, che ha caratterizzato gli ultimi anni di un genio.
Avrei potuto diventare un attore internazionale… Credo di avere una vis comica naturale… Ma non ho fatto niente… Sono un uomo sconfitto (ivi, p.54)…
A distanza di anni leggere queste parole risulta paradossale, ora che Totò si è, in un certo senso, istituzionalizzato e che tutti, pubblico e critica, sanno che Totò non aveva meno di un poeta perché lo era e come ogni poeta viveva al confine del linguaggio, alle volte incomprensibile ma mai equivoco. E questa forse è la cifra di Cosa sono le nuvole, cioè la cifra stessa di Totò: il paradosso che abita nel genio come un morbo che trasforma la vita nel buio pesto di una cecità annunciata, mettendogli di fronte solo frammenti bruti di miseria, annullando il passato; non come struggimento romantico, che è sempre più compiacimento performativo che altro, ma come dato minoritario di impossibilità, che appartiene al genio non come qualità eversiva, ma come cancro che divora.
Francesco Piccolo preleva tutto ciò che di umano era prelevabile da un’icona apparentemente irraggiungibile dagli struggimenti avverbiali del mai, dell’abbastanza, del niente o del poco, e lo racconta come un personaggio squisitamente novecentesco: esistenziale, autoriflessivo, severo, nostalgico. Ma essere geni, essere poeti, è un fatto biologico e non nominale, per il quale si preserva sempre una luce, un filamento che sembra quasi una testimonianza di giustizia a conferma di una grandezza che, seppur involontaria e barcollante, esiste in quanto necessità. C’è un aneddoto, tra i più belli non solo del libro ma del cinema stesso, che ha in sé la mestizia e insieme la speranza di un episodio biblico. È un ricordo di Fellini, che allora si trovava a Cinecittà per finire il doppiaggio di un suo film. Totò sta girando un film con Sergio Corbucci e, durante una pausa, i due si incontrano.
Il principe non vede nulla se non qualche flebile scoria di luce, così viene avvicinato a Fellini con l’aiuto dell’attore e amico Enzo Donzelli. Qualche parola e poi due tizi della produzione vengono a prendere Totò, portandolo sul set del film per girare una scena. Volendo capire come possa lavorare in quelle condizioni, Fellini lo segue, entra nello studio, e osserva i due che conducono Totò al centro del set, lo aiutano a indossare il frac, gli fanno scavalcare cavi e attrezzature. Nel mentre, Corbucci spiega la scena a Totò, dandogli indicazioni precise su cosa fare, cosa dire, dove fermarsi e dove tornare indietro. Indicazioni troppo precise per un uomo che non vede nulla, costretto all’umiliazione di dover seguire un itinerario mentale confuso e inaffidabile. Ma, con la naturalezza e la vitalità di un satiro, il genio si risveglia e tutto intorno si rischiara:
Si accendono altre luci. Motore! Ciak! E solo a questo punto Totò si toglie gli occhiali ed è il miracolo. Il miracolo che tutti testimoniano, lo ha visto anche Fellini. Il miracolo di Totò che improvvisamente ci vede, vede le cose, le persone, i segni di gesso che limitano i suoi percorsi, non due occhi ma cento che vedono tutto, perfettamente. E salta, piroetta, corre sgusciando via in un salotto pieno di mobili, robottino fantastico che tira piatti e risponde fulmineamente alle domande di Turco, di Donzelli, di Castellani, e la gente della troupe tutta attorno, gli elettricisti sui ponti si mordono le labbra per non ridere, si nascondono la faccia tra le mani. Stop (ivi, p. 62).
Nel tempo di uno stop, di un fine ciak, Totò torna uomo, si rimette gli occhiali e attende che lo vengano a prendere per portarlo via, facendo attenzione a non farlo inciampare tra cavi e attrezzature. La meraviglia inattesa ha trasformato gli astanti in testimoni, Fellini in una sorta di San Tommaso che ora vede, lo riconosce. Eccola la qualità del genio, questa scandalosa naturalezza con cui riesce, per qualche secondo, a piegare l’ordinario, a spostarne il baricentro nella zona in cui la notte incontra il mattino e l’evento diventa epifania. E anche se sotto alla maschera del corpo si nasconde una nevrosi di rimpianti e ideali irraggiungibili, anche se quel mattino non accenna ad arrivare, per un poeta c’è sempre la possibilità di un miracolo. Cosa sono le nuvole è il racconto di una crisi, di un uomo che cerca un senso attraverso verità imperfette e impossibilità linguistiche.
Negli ultimi anni della sua vita, Totò ha ricercato la verità nelle assurde definizioni dei suoi lavori, ha tentato di racchiuderla dentro spazi violenti e circoscritti, ossessionato dalla rivelazione ingannevole di essere un mediocre, uno sconfitto. Ma il mestiere dello scrittore risiede anche nel riconoscere che all’incontrovertibilità di una verità definitiva, persino rivelatrice, può essere trovata un’alternativa. Così facendo, Francesco Piccolo apre uno spazio nuovo, uno spazio di possibilità linguistica dove ad una verità se ne somma una seconda, che preserva ciò che la prima non riesce a dire, illuminando le evidenze irrisolte e indicibili di un uomo che si strugge nell’impossibilità di dare significato alle nuvole. Eppure, è proprio nel validare un’ostinata e inconcepibile ipotesi di significato a qualcosa che significato, in fondo, non può avere, nella sua possibilità di esser detto e non nel dirlo stesso, che riposa un poeta. Incomprensibile, mai equivoco.
Francesco Piccolo, Che cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò, Einaudi, Torino 2026.