It’s not about The Prom

di SIMONA BUSNI

The Prom di Ryan Murphy.

Una delle battute più ricorrenti in questa patinatissima versione Netflix del musical The Prom è “Non si tratta di me” (“It’s not about me”), declinata secondo tutta una serie di varianti che si rincorrono attraverso i dialoghi e i testi delle canzoni. La più eclatante è senz’altro quella che dà il titolo al primo numero da solista di Maryl Streep/ Dee Dee Allen, che dai palchi di Broadway irrompe nell’anonima quotidianità di un liceo di Edgerwater (Indiana) per prendere posizione nei confronti di un fatto increscioso: l’associazione genitori e insegnanti, capitanata dall’algida signora Green (Kerry Washington), ha deciso di annullare il ballo della scuola per impedire a una studentessa omosessuale, Emma (Jo Ellen Pellman) di parteciparvi insieme alla sua fidanzata. Una vera e propria oscenità agli occhi di una celebrità attivista del calibro di Dee Dee, che a suo dire (o meglio “a suo cantare”) non può fingere di non vedere, capire e sentire, come farebbe nello spettacolo Anna dei miracoli.

Il pregiudizio e il bigottismo generano malessere in una star, soprattutto quando minano i diritti di una ragazza LGBT (qualsiasi cosa voglia dire, Dee Dee è talmente indignata che non è riuscita nemmeno a cercare il significato su Google). Del resto, come si fa a zittire una voce potente come la sua? I forconi dei bifolchi li ha già affrontati interpretando La bella e la bestia e ha conosciuto l’onta della calunnia quando “Il Post” ha scritto che era troppo vecchia per il ruolo di Eva Peròn. È così che gli attori affrontano gli ostacoli, cantando e ballando. La sua non è un’esibizione, le luci della ribalta non c’entrano (e nemmeno quello strano cappello e la mantella rossa con cui continua teatralmente a toreare). “Tutto questo riguarda Emma – stenta perfino a ricordarsi il nome, è il coro che deve suggerirglielo – e non ME!”, conclude guadagnando il centro del palcoscenico, a braccia spalancate, unica e sola diva contro un sipario baluginante di stelle filanti.

Di chiunque si tratti (di Emma, di lei), la sonata è chiara: è tutta questione di enfasi. E di pronomi. Dato fondamentale se al centro del discorso ci sono i protagonisti di una commedia musicale, vittime per dirla con Deleuze di una sorta di perpetua depersonalizzazione: non più (re)agenti in senso classico, ma piuttosto agiti da un movimento di mondo tracciato dalla danza e dalla macchina da presa e, pertanto, pronominalizzati, ossia condannati dall’atto cinematografico ad entrare nella danza come si entra in un sogno, passando continuamente da una realtà all’altra, dalla storia allo spettacolo.

L’originalità strutturale di The Prom consiste, forse, proprio nella problematizzazione di questo aspetto, che trova una sua (più o meno felice) traduzione anche sul piano dei contenuti: provocatoriamente, si può essere personaggi di un musical e, allo stesso tempo, “attivisti”? Non si tratta tanto di abbracciare una causa, ma piuttosto, per una volta, di essere causa. L’io e il me di cui abusa Dee Dee non sono altro che deittici fluttuanti su un vuoto costitutivo, il sintomo più comune della patologia attoriale per eccellenza: il narcisismo. Il che di per sé non costituirebbe un problema. Il dramma nasce nel momento in cui il valore attrazionale decade e, banalmente, ci si scopre “finiti”, incapaci di rappresentare qualcosa agli occhi del pubblico adorante, non più meritevoli di ricevere la gratificazione dello sguardo.

Gli attori protagonisti della storia raccontata in The Prom sono ovviamente dei narcisisti (come potrebbero non esserlo?), ma sono soprattutto dei relitti umani: vecchi, alcolizzati, approssimativi, stroncati impietosamente dalla critica, non più “piacevoli”. Non sono in grado di disfarsi dei personaggi che li hanno resi celebri, di emergere come artisti e come persone. Insieme a Dee Dee Allen, pluripremiata interprete teatrale sul viale del tramonto, ci sono Barry Glickman (James Corden) – suo partner di scena in un disastroso musical sulla vita di Eleanor Roosvelt –, la ballerina di fila Angie Dickinson (Nicole Kidman), che da decenni si muove nella zona meno illuminata del palco sperando di ottenere il ruolo di Roxie Hart in Chicago, e il barista – e, alla bisogna, corista di gospel – Trent Oliver (Andrew Rannells), diplomato a pieni voti alla Julliard e, in seguito, divenuto celebre per un unico ruolo in una sitcom.

Il dilemma che affligge i componenti dello sgangherato quartetto è riassumibile in una manciata di interrogativi: esiste un modo per continuare ad amare noi stessi, apparendo per una volta esseri umani decenti, soggetti? Perché cantare semplicemente una canzone quando è possibile prendere posizione e cambiare la vita a qualcuno? La discriminazione subita da Emma sembra fare al caso loro, ma chiaramente non ci si può improvvisare perturbatori culturali senza peggiorare le cose, visto e considerato che per la ragazza, come per tutti gli altri sconcertati abitanti di Edgerwater, vale una forma di alienazione abbastanza simile: non sei te stessa, non sei quello che gli altri vorrebbero, sei una via di mezzo.

Torna allora la questione da cui siamo partiti: di chi si tratta, in realtà? Dei cantanti e dei ballerini, che (soprav)vivono in funzione di una verità altra che li possiede, li assorbe, li divora (i personaggi, la musica, i costumi, il colore, le luci, lo spettacolo)? Oppure si tratta di chi li osserva nel buio della sala – quel pubblico estasiato che cerca nel sogno e nell’altrove la forza necessaria per affrontare le storture della propria esistenza e che desidera soltanto poter danzare e cantare, senza doversi nascondere, magari indossando un bel vestito e un paio di scarpe nuove al ballo della scuola?

Nel regno dell’eccesso e della pura mostrazione, dove tutto deve necessariamente essere espresso, vale sempre la regola dell’esporsi senza riserve, dello smascheramento totale: non si è mai abbastanza pronti o preparati per interpretare il ruolo della propria vita, l’importante è sapersi muovere a tempo e tirare fuori la verve (the zazz), come insegna a Emma, in un altro memorabile numero, la ballerina Angie – una Nicole Kidman in forma strabiliante, pur restando confinata in una parte minore – suggerendole di chiedersi sempre cosa farebbe Bob Fosse di fronte a una qualsiasi difficoltà. E così vita e spettacolo si fondono in un’unica rutilante (co)implicazione, che non risolve i conflitti di base e, anzi, ne riafferma il valore di fondo incontestabile: cantare equivale già di per sé al prendere una posizione, se c’è uno sguardo stupito pronto a riconoscere, a lasciarsi rapire, ad abitare quel mondo di sogno, a interpretare sulla propria pelle il cambiamento.

Ancora una volta Ryan Murphy (che già qualche mese fa ci aveva pienamente convinti con Ratched) si confronta con i generi e con la sensibilità camp, confezionando da regista un prodotto godibile e luccicante – non c’è elemento del film che letteralmente non sfavilli, dal profluvio variopinto di paillettes che si animano sui vestiti dei protagonisti, passando per le atmosfere ipersature degli ambienti, fino alla performance della divina Streep. Riflettere sull’influenza di un certo immaginario alla Glee (2009-2015), di cui Murphy è stato showrunner, o sul rapporto con il musical originale del 2016 (con cui The Prom condivide i librettisti Bob Martin e Chad Beguelin, nel film autori della sceneggiatura e produttori) lascia il tempo che trova. Capite bene che, a questo punto, qui non si tratta più di The Prom. Si tratta di cinema.

Riferimenti bibliografici
G. Deleuze, L’immagine-tempo. Cinema 2, Einaudi, Torino 2017.
A. Masson, La comédie musicale, Stock, Paris 1981.

The Prom. Regia: Ryan Murphy; sceneggiatura: Chad Beguelin, Bob Martin; fotografia: Matthew Libatique; montaggio: Peggy Tachdjian, Danielle Wang; musiche: Matthew Sklar; interpreti: Meryl Streep, James Corden, Jo Ellen Pellman, Nicole Kidman, Keegan-Michael Key, Andrew Rannells, Ariana DeBose, Kerry Washington, Kevin Chamberlin, Tracey Ullman; produzione: Ryan Murphy Production Company; distribuzione: Netflix; origine: Stati Uniti d’America; durata: 172’.

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