Sentieri interrotti

di JACOPO RASMI

The Milky Way – Nessuno si salva da solo di Luigi D’Alife.

Sentieri InterrottiIl dispositivo festivaliero, al netto della rincorsa alle avant-premières ed allo star system, resta indubbiamente il contesto dove si manifestano con più evidenza i fronti di sviluppo della creazione cinematografica, tanto in termini formali quanto in termini tematici. Tali tendenze, ben intenso, non sono mai estranee – ma piuttosto in costante eco – ai fenomeni che percorrono lo spazio socio-politico e l’universo mediatico. In tal senso, osservando il panorama dei festival europei contemporanei ed i loro palmares, la visibilità acquisita dal soggetto migratorio negli ultimi anni non ci sorprenderà: al contrario, essa pare direttamente proporzionale alla centralità di un tale problema nel dibattito pubblico e nelle decisioni istituzionali.

La sorprendente vittoria di Fuocammare (Rosi) nel 2016 alla Berlinale non costituisce che il sintomo di una serie di altri risultati notevoli come, in ambito francofono, il Grand Prix du Jury dell’ultimo Cannes assegnato ad Atlantique (film d’esordio di Mati Diop) o ancora il trionfo di La mer du milieu di Jean-Marc Chapoulie nella competizione francese del FID 2019. Potremmo persino menzionare il Movements of the Nearby Mountain di Sebastian Brameshuber, vincitore della scorsa edizione del parigino Cinéma du Réel. Per quanto vari nelle loro scritture e scelte formali, ciascuno di questi film – riconducibili alle categorie di “cinema del reale”, o più ampiamente “cinema per il reale”, per dirlo con Dottorini – elabora temi e personaggi legati all’universo della migrazione.

Il lavoro del collettivo bolognese SMK si svolge da parecchi anni ad una certa distanza (più rivendicata che subita) da quel circuito culturale ed economico di cui grandi festival internazionali costituiscono un perno cruciale – all’insegna di contesti di auto-produzione e di distribuzione dal basso, nonché di una vocazione esplicitamente militante. Né l’impegno politico, né l’economia ridotta in cui si svolge la loro creazione hanno impedito al gruppo di SMK – responsabile di uno dei più interessanti esempi di piattaforma distributiva alternativa, Open DDB – di perseguire ricerche formali estremamente interessanti nell’ambito documentario.

Un certo riconoscimento della loro attività risale almeno alla realizzazione e diffusione di The Harvest (Mariani, 2017) che ha trovato un pubblico numeroso in Italia come all’estero e ricevuto responsi critici positivi. Si trattava in quel caso di trasfigurare la realtà dello sfruttamento nell’ambito del caporalato agricolo nel linguaggio del musical famigliare ai soggetti protagonisti – di origine Sikh per lo più. Il risultato era una sorprendente favola musicale documentaria (intessuta di spunti da reportage militante) in cui si dispiegava l’universo culturale della comunità migrante accompagnato dall’estro di Claudio Cadei, compositore-antropologo e pilastro dell’avventura di SMK.

Se dunque l’elemento della migrazione si manifestava già in questa creazione con una particolare attenzione a zone d’ombra mediatiche, l’ultimo film del collettivo, The Milky Way, di Luigi D’Alife (in International Streaming Premiere il 22, 23 e 24 maggio su OpenDDB),  tenta di prendere in contropiede la questione ben più mediatizzata della frontiera e delle rotte clandestine. Spostando lo sguardo dell’incandescente confine mediterraneo verso le vette alpine occitane, meno presenti nel mirino pubblico.

Il territorio montano in cui si svolge The Milky Way non costituisce un semplice sfondo per documentare e denunciare le politiche di repressione dei tentativi clandestini di raggiungere la Francia a piedi per i colli del Monginevro. L’obiettivo del film realizzato da SMK sembra piuttosto essere quello di restituire la trama complessa di questo spazio geografico e culturale nella sua profondità storica, rintracciandone una sorta di ecologia politica. Si potrebbe qui parafrasare la ZAD francese che dichiarava «Nous sommes la forêt qui se défend» con il motto «noi siamo la montagna che si difende» (dalle violente politiche migratorie inter-statali).

In tal senso, l’operazione di The Milky Way conferma e prolunga una serie di esperienze e riflessioni che hanno reso la zona marginale delle alpi occidentali uno dei laboratori centrali dell’impegno e della lotta in un contesto nazionale piuttosto dormiente. Si pensi in particolar modo all’ecosistema antropologico e politico costruito e svelato dalle lotte No Tav, storiche alleate dello zadismo francese, di cui un libro come Un viaggio che non promettiamo breve (Wu Ming 1 2016) aveva imbastito un eccellente resoconto tra il letterario e il saggistico.

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La scommessa di composizione e forma di The Milky Way riposa nel tentativo di tessere un ritratto complesso e talvolta contraddittorio di questo ambiente alpino, nei suoi diversi elementi storici, economici e sociali. All’interno di questo mosaico, si inserirà il fenomeno scatenante della migrazione clandestina la cui attualità più immediata dialoga con voci e immagini di fenomeni più diagonali: il passato dei migranti italiani, la cultura trans-frontaliera di accoglienza della comunità occitana, il sistema economico del turismo sciistico… Non si tratta di un ennesimo reportage attivista, ma di un vero laboratorio cinematografico.

Ad un primo approccio, tuttavia, alcune delle componenti del film potrebbero sembrare sviluppate in modo semplicistico e deludere colui che ricerca una più sottile costruzione cinematografica. Si veda par esempio lo sguardo paesaggistico – in merito a questa dimensione ecologica menzionata – che sembra talvolta ridursi a una fotografia spettacolare e fredda da clip turistico, di cui le riprese dal drone rappresentano un esempio emblematico. Si veda anche il ricorso a soluzioni piuttosto televisive, come le interviste con talking head dove si fa spazio agli abitanti della montagna e alla loro testimonianza. Ma fermarsi a queste scelte un po’ fragili sarebbe ingrato e rifiuterebbe di riconoscere i meriti di questo film capace di superare e ri-elaborare i suoi aspetti meno originali. Altrove si situano le intuizioni capaci di costruire un’autenticazione – secondo la pregnante formula di Montani – della realtà messa in gioco e delle sue numerose implicazioni politiche.

La prima sequenza del film non lascia per nulla sospettare lo statuto documentario di The Milky Way: una narrazione animata ci introduce nella sofferta avventura di un gruppo di migranti calabresi che svariati decenni or sono tentavano di valicare i passi alpini par raggiungere un futuro migliore, in Francia o più lontano ancora. Gli inserti animati – a cui il film affida un contro-campo storico non documentabile in riprese dirette – scandiscono le immagini recenti, infestano il contemporaneo con una reminiscenza favolosa che troverà una sintesi nell’istante immaginario e sospeso che conclude il film nell’incontro tra migrazioni passate e presenti. La riuscita ibridazione di documentario e animazione, alla ricerca di un incontro tra presente e memoria, non può non ricordarci l’esempio recente e autorevole di La strada dei Samouni (2018), magnifico film di Savona.

Come rilevato da numerosi esponenti e teorici del campo documentario contemporaneo (non ultimo il già citato Dottorini), spesso e volentieri raccontare il reale cinematograficamente impone la ricerca di scarti formali e invenzioni narrative che si scostano dal semplice atto di constatazione e osservazione. Su questo piano, possono essere collocati – oltre alle sequenze d’animazione – altre componenti originali di The Milky Way. Per esempio, si veda il ritratto plastico del comprensorio sciistico della “Via Lattea”, impianto prestigioso a cavallo sulla frontiera italo-francese, beffardamente accanto alle mortali rotte percorse dai migranti col favore della notte. I piani abbaglianti e ritmati da una musica elettronica sullo svago diurno delle piste e degli sciatori sembrano spingere l’estetica promozionale e spettacolare dei clip turistici sino ad un livello parodistico in cui questo mondo si rivela essere l’insostenibile bright side delle pericolose marce notturne dei clandestini. Raccordo impossibile.

Spingere la realtà data fino al paradosso giocando con gli strumenti della finzione e dell’ironia sembra costituire di tale reale la soglia di svelamento politico, al di là del semplice documento. Quest’ultimo potrebbe rischiare di assegnarci al ruolo «indignato ma impotente» a cui, secondo Agamben, il sistema mediatico ci avrebbe abituato. Ma qualcosa di ludico e potente risponde all’indignazione frustrata al terminare del film, come in un colpo di coda liberatorio che prende cinematograficamente il testimone della fitta rete di resistenza raccontata in The Milky Way. Mentre nel resto del film ogni soggetto tende a incarnare un valore oggettivamente testimoniale, nell’ultima sequenza filmata – prima del piano d’animazione finale – si assiste ad una trasfigurazione di un trio di protagonisti migranti che divengono par alcuni istanti personaggi di un abbozzo finzionale.

In un susseguirsi di piani ravvicinati, incalzati dalla colonna sonora, The Milky Way culmina nella trance di un travestimento da impeccabili sciatori dei tre giovani africani in un’atmosfera laccata da video pubblicitario. Il film decolla qui, lasciandoci in questo corto-circuito di mondi altrimenti irreconciliabili. Qui convince e può terminare: laddove immagina un’interruzione della separazione chirurgica tra le piste candide in cui vistosi e sorridenti sciatori scivolano con eterea leggerezza e i cammini impervi e bui dove giovani migranti sfuggono trafelati alla polizia. Interruzione e sovversione quasi carnevalesca di un partage du sensible, all’incombere dei titoli di coda usciamo dai sentieri battuti e ci incamminiamo per nuove vie che ignorano confini e identità prestabilite.

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Riferimenti bibliografici
G. Agamben, Le cinéma de Guy Débord, in Image et mémoire, Hœbeke, Parigi 1998.
D. Dottorini, La passione del reale. Il documentario o la creazione del mondo, Mimesis, Milano-Udine 2018.
J. Rancière, La partizione del sensibile, DeriveApprodi, Roma 2016.
Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve, Einaudi, Torino 2016.

The Wilky Way. Regia: Luigi D’Alife; sceneggiatura: Luigi D’Alife; fotografia: Nicola Zambelli; montaggio: Angelica Gentilini e Luigi D’Alife; interpreti: Angelo Bonnet, Walter Re, Renata Bompard, Silvia Massara, Davide Rostan, Micaillou, Solange Le Folle, Michel Rosseau, Pierre-Yves Dorè, Matheus, Seedy Ceesay, Amadu, Riad; produzione: SMK videofactory; distribuzione: OpenDDB/Distribuzioni dal Basso; origine: Italia; durata: 84’.

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