Diario di un contatore di carte

di ALESSANDRO CANADÈ

The Card Counter di Paul Schrader.

Ogni film costruisce un mondo. È elaborazione di architetture ritmiche, visive, narrative. Paul Schrader è tra i cineasti contemporanei uno dei più “ossessivi” nella riproposizione di personaggi, tematiche, strutture di racconto. E il mondo costruito dai suoi film possiede tratti sempre ben riconoscibili: dalla messa in opera di un mythos tragico nascosto dietro la cornice del genere a soluzioni narrative quale l’utilizzo della voce fuori campo del protagonista (via d’accesso privilegiata ai suoi pensieri e alla sua anima), spesso inquadrato seduto davanti a una scrivania intento a scrivere un diario.

Eppure, questa riconoscibilità non è mai sinonimo di sterile e stanca ripetizione di modelli già sperimentati ma la riflessione coerente di un autore che, di film in film, avverte l’urgenza di tornare su questioni, immagini, situazioni depositate nel profondo e dalle quali non ci si riesce a liberare (o non ci si vuole liberare). E questo ultimo The Card Counter (“Il contatore di carte” e non “Il collezionista di carte” come traduce in maniera fuorviante il titolo italiano) non fa eccezione. Anche perché in questo caso è l’idea stessa di ripetizione a essere tematizzata (“Mi piace la routine”, dice la voce off del protagonista in uno dei suoi primi interventi). Non solo, il film ripropone immagini e situazioni che appartengono al mondo visivo schraderiano e scorsesiano (qui Scorsese è produttore esecutivo): dall’inquadratura in plongée del protagonista steso sul letto come in American Gigolò e Lo spacciatore ai vagabondaggi notturni in macchina, illuminato dalle luci delle vetrine della città, sul modello di Taxi Driver.

Ma più profondamente The Card Counter costituisce un’ulteriore variazione di quella “serie” che lo stesso Schrader in altre occasioni ha definito “A man and his room”, il ritratto di un uomo solitario, ed isolato nella camera in cui vive, alle prese con i suoi dilemmi morali ed esistenziali. Una serie dostoevskiana-bressoniana che parte da Taxi Driver e prosegue con American Gigolò, Lo spacciatore, The Walker. Dove il titolo del film identifica la professione del protagonista (dal tassista al contatore di carte, come era d’altra parte per il borsaiolo di Pickpocket di Bresson) e dove questa diventa metafora del problema esistenziale del soggetto, così come la stanza si fa oggettivazione della sua anima in tormento.

In The Card Counter l’uomo in questione è un ex militare, William Tell, e la stanza è la camera del motel dove vive isolato, evitando il contatto con tutti, movendosi come un fantasma da un casinò all’altro. La sua routine quotidiana prevede infatti sempre uno stesso rituale: ricoprire tutti i mobili della stanza con dei teli bianchi. Proprio l’immagine di questa asettica camera di motel con i mobili imballati (in una sorta di opera d’arte à la Christo) è una delle più potenti del film, destinata a far parte dell’immaginario visivo schraderiano. Una cella monastica, espressione del tentativo di William di tenere in ordine il proprio mondo interiore, controllando quello esterno. Perché William ha un orribile passato alle spalle: è stato un carceriere ad Abu Ghraib, dove si è reso colpevole di maltrattamenti ai prigionieri. Nonostante abbia pagato il suo debito con la giustizia (ha scontato otto anni di detenzione ottenuti in seguito alla condanna in tribunale per i suoi crimini) fatica a convivere con i suoi demoni. Non è in grado di darsi pace, né tantomeno di ricominciare a vivere. L’ordine e la pulizia della camera fanno da contraltare al suo disordine interiore (sono un tentativo di allontanare il ricordo del rumore e dell’odore nauseante di Abu Graib, come confessa a Cirk) così come le immagini sempre controllate del presente (la macchina da presa è spesso frontale rispetto alla scena) contrastano con quelle delle torture, sgranate e dalle prospettive distorte.

La sua “professione” si rivela quindi un punto nodale della vicenda. Il contatore di carte è colui che nei casinò, soprattutto nel gioco del blackjack (come fa William nel film), è in grado di memorizzare le carte uscite e quindi puntare con maggiore sicurezza di vittoria. Da qui la centralità della questione della memoria e del ricordo (questione che era al centro già di Adam Resurrected in cui il protagonista era in quel caso vittima di un aguzzino di un campo di concentramento, costretto da questi – sempre interpretato da Willem Dafoe – a essere, letteralmente, il suo cane) e della loro connessione con quello che è il tema per eccellenza del suo cinema, cioè quello della colpa. In questo senso, il “dono” di William, la sua capacità di memorizzare le carte, è nello stesso tempo la sua condanna: è l’impossibilità di dimenticare e di perdonarsi.

Ecco che anche The Card Counter rivela al fondo la ripresa ancora di un archetipico modello narrativo tragico. Dietro una storia che fa proprio un mood noir (lo sappiamo dallo stesso Schrader, autore di un fondamentale saggio sul genere, come il noir non sia propriamente un genere definito da rigide convenzioni narrative ma uno stile, definibile da caratteristiche più sottili come appunto il tono e l’umore, quindi quello che meglio si adatta al racconto delle derive esistenziali dei suoi personaggi) si nasconde un percorso di redenzione attraverso la violenza, nel tentativo di liberarsi proprio da quel senso di colpa originario. La ricerca di una qualche forma di redenzione che passa attraverso un percorso che ha due tappe determinanti nei due incontri che scandiscono il cammino di William. Il primo è con il giovane Cirk, figlio di un suo ex commilitone che, tornato negli Usa, è diventato violento e tossicodipendente, distruggendo la vita alla sua famiglia. L’altro è invece con l’affascinante La Linda, che gestisce un gruppo di giocatori di poker.

Cirk è sulle tracce del maggiore John Gordo, ex superiore di William e di suo padre, per vendicarsi. Il ragazzo sa che William nasconde un passato simile a quello del padre e lo avvicina nella speranza di trovare un alleato per il suo piano. William, a sua volta, vede nel ragazzo una possibilità di riscatto e, sperando di distoglierlo dai suoi propositi di vendetta, lo porta con sé per proseguire insieme l’avventura sui tavoli da poker professionali, con l’intento di partecipare alle World Series di Poker di Las Vegas. Se l’incontro con Cirk si configura come un possibile percorso di redenzione attraverso la vendetta, quello con La Linda diventa invece quello della redenzione attraverso l’amore.

E infatti qualcosa accade. Qualcosa di inaspettato, che ribalta quello che sembrava essere il naturale esito di una storia che stava procedendo secondo le convenzioni dei film sul poker (come Cincinnati Kid, citato esplicitamente nel film). Nella sua definizione di «stile trascendentale», nell’idea cioè che il cinema sia in grado di rappresentare il sacro e che questo si sviluppi in tre distinte fasi (quotidianità, scissione, stasi), Schrader chiama «evento decisivo» (the decisive action) quel momento finale della fase della scissione in cui saltano le leggi della verosimiglianza e le regole dei generi e lo spettatore è costretto a un confronto con il Completamente Altro: «L’evento decisivo è un avvenimento incredibile all’interno di un sistema chiuso» (Schrader 2018, p. 105). È un “miracolo”, che conduce a una trasformazione, che è il luogo di manifestazione del sacro.

In The Card Counter questo evento è ancora una volta restituito attraverso una ripetizione: l’immagine delle due mani che si toccano divise dal vetro della prigione. Secondo un modello sempre bressoniano in cui la chiusura dello spazio diventa apertura di una nuova vita (“Oh Jeanne, quale strano cammino ho percorso per giungere fino a te”). Il raggiungimento della Grazia, là dove non ci si sarebbe mai aspettato di trovarla. Perché il cinema di Paul Schrader, ed è questa la sua grandezza, a dispetto di ogni ricorsività narrativa, non va mai là dove ci si aspetti che vada. Perché la Grazia “soffia dove vuole”.

Riferimenti bibliografici
P. Schrader, Transcendental Style in Film. Ozu, Bresson, Dreyer. With a New Introduction: “Rethinking Transcendental Style”, University of California Press, Oakland 2018.

The Card Counter. Regia e sceneggiatura: Paul Schrader; fotografia: Alexander Dynan; montaggio: Benjamin Rodriguez Jr.; scenografia: Ashley Fenton; costumi: Lisa Madonna; musica: Giancarlo Vulcano, Robert Levon Been; interpreti: Oscar Isaac, Tiffany Haddish, Tye Sheridan, Willem Dafoe; produzione: Braxton Pope, Astrakan Film (Lauren Mann), David Wulf, Saturn Streaming, Redline Entertainment in associazione con LB Entertainment, Enriched, Media Group, Grandave Capital, One Two Twenty Entertainment; origine: Usa, Regno Unito, Cina; durata: 112’; anno: 2021.

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