La nostra città

di ARIANNA FRATTALI

Tebe al tempo della febbre gialla dell’Odin Teatret.

L’Odin Teatret di Eugenio Barba ha presentato al Teatro Vascello di Roma, in prima nazionale, il suo nuovo spettacolo Tebe al tempo della febbre gialla, dopo l’attesa première avvenuta lo scorso 12 settembre 2022 ad Hostelbro, nella sua “casa” teatrale dal 1966 fino ad oggi. Ora si prepara l’abbandono della residenza danese e lo scioglimento del gruppo (almeno nella forma in cui lo conosciamo) e Tebe è stata annunciata come l’ultima fatica artistica della formazione ormai “storica” nell’ambito del Terzo Teatro. Ci aspettiamo dunque di assistere ad un commiato, in cui la cittadina della Danimarca si trasforma in Tebe e Barba in un nuovo Edipo espulso dalle mura della città, mentre il cerchio – evocato visivamente dalla disposizione degli attori all’inizio e alla fine della performance – si chiude sulla sua condizione di “sterrato”.

Tuttavia, la possibilità di un nuovo inizio, seppure in situazioni adesso ignote, è già intuibile da alcuni indizi disseminati nella messinscena: a livello cromatico, innanzitutto, individuiamo una prima parte dominata dal bianco e dal rosso nei teli insanguinati, distesi e spostati sulla scena, mentre la seconda si svolge all’insegna del “giallo” onnipresente nelle tele di Klimt, Van Gogh, Klee, Gauguin, Mirò, Munch, Matisse, anch’esse stese a terra, oppure issate su sostegni come gonfaloni, all’interno dello spazio scenico. Giallo è il colore dell’oro e del grano maturo e l’idea-guida da cui scaturisce la creazione non è crepuscolare (come le circostanze potrebbero suggerire): Barba ha infatti dichiarato – in alcune interviste e nel libretto di sala – di voler proporre al pubblico “una storia impossibile”, la storia di un innamoramento.

Si tratta di un amore a lieto fine (almeno nelle intenzioni) e si svolge nella città di Tebe, quando tutto è già successo: il regno di Edipo, il suo auto-accecamento, la guerra di Eteocle e Polinice, il suicidio di Antigone dopo la condanna di Creonte. La città è distrutta da peste, delitti e guerre fratricide, ma s’intuisce una spasmodica attesa di un’età dell’oro, un’ansia di primavera e di rinascita. Le annuncia il livello connotativo del titolo – al tempo della febbre gialla – alludendo a quell’euforia che invase i pittori impressionisti nel 1850, quando la produzione industriale dei primi tubetti di colore portò alla ribalta il giallo nella gamma cromatica delle loro opere. Eugenio Barba e i suoi cinque storici attori (Kai Bredholt, Roberta Carreri, Donald Kitt, Iben Nagel Rasmussen e Julia Varley) sfidano le leggi fisiche e la percezione psichica dello scorrere del tempo, facendo intravedere la possibilità di innamorarsi ancora in un paesaggio di morte e distruzione. Quale sia oggettivamente questa possibilità è difficile dirlo; inizialmente il regista pensava ad un amore per le lingue morte che una donna raccoglieva meticolosamente fra i relitti del tempo; nella messinscena attuale, di tale suggestione creativa è rimasto ben poco, solo uno stato mentale d’attesa e un’ansia di futuro che s’insinua nelle azioni dei personaggi.

Come già in passato, il regista attinge al dispositivo mitico, ben consapevole che gli antichi ne fruivano come inesauribile «serbatoio di fiction» (Maurizio Bettini), ovvero di vicende in cui riconoscersi. La scelta ricade sul mito che, dagli esordi, ha accompagnato la sua vita teatrale, quello di Edipo e dei Labdacidi; già da esordiente, nel 1961, Œdipus tyrannus fu infatti il suo progetto di regia presentato per il saggio di fine anno presso la scuola di Teatro di Varsavia e le vicende di Edipo e di Antigone sono state riprese anche in seguito nel Romancero di Edipo (1983), Vangelo di Oxyrhincus (1986) e Mythos (1998), andando a costituire una ricorrenza quasi fatale nella storia dell’Odin.

Sulla scena di Tebe, il re cieco è ormai ridotto a un fantasma che si aggira inascoltato insieme a Tiresia, Creonte, la Sfinge e Aglaia (una madre folle che si crede Antigone) nel rettangolo centrale di uno spazio mai neutro, ma pregno di energia e di relazione fra gli attori. Le sezioni di testo recitate in greco antico costituiscono, insieme a canti, versi animali e brevi didascalie in italiano, la materia fonica dominante del testo spettacolare. Affiorano qua e là, parole note (Èdipo, Thanatos, Sphínx, Antigòne, anthrōpophagía) e i versi pronunciati e cantati, talora con ironia, sono accompagnati da intermezzi di fisarmonica suonata dal vivo, come songs brechtiane che incorniciano relitti semantici di una lingua ormai morta. A livello drammaturgico, i personaggi mitici prendono vita attraverso un’«accumulazione di azioni» (Nicola Savarese) che non si limita ai movimenti dei performer, ma include tutti gli aspetti della messinscena: suoni, luci, cambiamenti di spazio, costumi stratificati ed eterogenei, oggetti residuali di molti viaggi, questi ultimi usati in funzione simbolica o allusiva.

Lo spettacolo è concepito come parte di un processo culturale che si propone di trasformare la realtà attraverso azioni teatrali e solo così, nel legame che si stabilisce tra regista, attori e spettatori, la centralità del mito diviene essenziale e attuale. La saga tebana richiama inevitabilmente il tempo nostro e la nostra città, un’epoca di epidemie, contese e divisioni, mentre la presenza energetica degli attori rimane comunque al centro della percezione, catalizzando l’attenzione del pubblico. La simultaneità domina come cifra stilistica che caratterizza il testo performativo e propone allo spettatore molteplici punti di vista sulle azioni, ma esiste comunque una sinossi chiara delle scene: il libretto di sala ne enuncia dodici, la cui κλῖμαξ è raggiunta quando Antigone “diventa un mito” e la tela espressionista che la rappresenta è issata e sovrapposta alla riproduzione dello Yellow Christ di Gauguin.

Da questo momento, si attua un’inversione di segno, poiché la prima scena mostra i riti di purificazione di una città distrutta e la dodicesima dichiara la resurrezione della città dalle sue  stesse ceneri. Nella parte discendente del climax: scoppia la febbre gialla, Edipo risolve di nuovo l’enigma della Sfinge, Tebe risorge dalla sue ceneri, Barba entra nello spazio centrale e bacia sulla fronte il fantasma di Edipo, i lumi si spengono, gli attori escono nell’oscurità e non rientrano per gli applausi finali. Senza reale rottura della finzione scenica, solo la testa mozzata di un bue deposta sull’altare di teli bianchi (eretto al posto dello Yellow Christ) si espone allo sguardo del pubblico che esce dalla sala. Forse è affidato alla condizione di “animalità” il giudizio (muto) sugli eventi, mentre si fa strada una domanda impronunciabile: quante vittime innocenti esigerà ancora la rifondazione di Tebe?

Tebe al tempo della febbre gialla. Testo e regia: Eugenio Barba; attori: Kai Bredholt, Roberta Carreri, Donald Kitt, Iben Nagel Rassmussen, Julia Varley; disegno luci: Fausto Pro; costumi e oggetti: Lenza Bjerregård, Antonella Diana e Odin Teatret; consigliere arte visuale: Francesca Tesoniero; direzione musicale: Elena Floris; dramaturg: Thomas Bredsdorff; anno: 2022.

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