Se la serialità televisiva si regge al fondo sulla dinamica “differenza-ripetizione” (ma non è poi così per ogni narrazione di genere?) Task ne propone una declinazione che vale la pena approfondire. La critica lo ha evidenziato. Lucy Mangan, ad esempio, sul “The Guardian” sottolinea il suo lato “ripetitivo”, quando scrive: «But if formulaic yet weighty stuff is your bag, if gestures towards bigger issues rather than actual interrogations of them are all you’re up to at the moment, then a relatively enjoyable Task lies before you» (Mangan 2025). 

Se per certi versi Mangan ha pure ragione nel sottolineare uno sviluppo narrativo che, anche se con i ritmi “lenti” alla HBO, non fa mancare allo spettatore sparatorie sanguinose, tradimenti, rivelazioni e tutto un corredo di situazioni e soluzioni “generiche”, tuttavia qualcosa sembra resistere a questo, e colpire. Un tono, un sentimento, un’atmosfera, che è quella del noir. Ed è nel protagonista Tom Bradies, che questo sentimento sembra incarnarsi. Nel corpo appesantito, affaticato del suo interprete Mark Ruffalo (che per certi versi ricorda lo sceriffo sovrappeso della città di poliziotti interpretato da Stallone in Cop Land di Mangold), un attore la cui fisicità è quasi ormai sinonimo di questo “sentimento”: da In the Cut della Campion a Zodiac di Fincher passando per Collateral di Mann. È attraverso il protagonista che passa quella che è la vera anima noir della miniserie HBO ideata da Brad Ingelsby, già autore di Omicidio a Easttown, che si muoveva in “ambienti” simili (qui, come nell’altra serie, al centro del racconto, lo vedremo, ci sono piccole comunità della Pennsylvania e nuclei familiari).

La definizione di noir (genere o stile?) è questione ancora aperta e dibattuta. Con vari sostenitori dell’una e dell’altra parte che testimoniano, anche da questo punto di vista, la centralità del suo immaginario e la sua capacità di raccontare un tempo difficile da decifrare. Se l’ambiguità è sempre stato un suo tratto caratteristico (dei suoi personaggi, delle sue trame) questo allora forse riguarda anche la sua natura sempre al confine tra riconoscibilità e sperimentazione, rassicurazione e turbamento, ordine e caos. Il noir può essere il luogo in cui ritrovare strutture e personaggi codificati, riconoscibili e quindi “confortanti” (è il caso soprattutto della sua declinazione whodunit e quindi più legata alla centralità dell’intreccio e di codici riconoscibili del genere). Che il noir infatti occupi un ruolo centrale nella produzione audiovisiva contemporanea è un dato difficilmente contestabile che la produzione seriale televisiva ha fatto emergere in maniera evidente, tanto da farne un suo cardine produttivo.

Non c’è altro genere che ha colonizzato l’immaginario televisivo contemporaneo quanto il noir. E se questo è vero accade perché il noir è «strutturalmente connesso al formato seriale e alla dialettica tra ripetizione e variazione» (Coviello 2022, p. 117). Non solo, come ha evidenziato Mittell, la televisione complessa della contemporaneità ha dato vita a una sorta di atteggiamento investigativo dello spettatore stesso (fandom investigativo) capace di smontare e rimontare il giocattolo narrativo grazie anche al “possesso fisico” del testo, come un vero e proprio detective.

Però il noir può anche utilizzare la detection come puro pretesto per il racconto delle derive esistenziali dei personaggi, dove l’azione si indebolisce e il noir diventa appunto un sentimento, un’atmosfera, che può andare oltre il genere stesso. È la linea schraderiana del seminale Notes on Film Noir, secondo il quale: «Film noir is not a genre. It is not defined, as are the western and gangster genres, by conventions of setting and conflict, but rather by the more subtle qualities of tone and mood» (Schrader 1972, p. 8). Ora, se pure Task, come anticipavamo, mantiene certo una struttura di genere, l’aspetto che forse più la distingue è apparentabile a questa seconda declinazione, costruita attorno al suo protagonista. Ed è proprio al personaggio di Tom che bisogna tornare

Quando la storia prende avvio Tom Brandis è un agente operativo dell’FBI messo in “pausa”, la serie ce lo presenta dietro una scrivania, con davanti opuscoli e cioccolatini, mentre lavora nel reclutamento di giovani studenti interessati a intraprendere una carriera nell’agenzia governativa americana. La sua vita personale ha subito un tragico arresto, uno dei due figli adottivi, Ethan, ha ucciso sua moglie. Ora lui è in carcere e Tom non riesce a perdonarlo e perdonarsi. Tom si sta preparando per l’imminente udienza di condanna del figlio adottivo, che si è dichiarato colpevole di omicidio di terzo grado. Beve molto ogni sera, un fatto che non sfugge alla figlia adolescente, Emily, sorella di Ethan. Nel frattempo, Robbie Prendergrast vive nella casa del fratello defunto con i suoi due figli piccoli. È in disaccordo con la nipote, Maeve, che si è presa cura di loro da quando la moglie di Robbie se n’è andata mesi fa. Lui e il suo amico Cliff Broward usano il loro lavoro come netturbini per individuare le “case di spaccio” come potenziali obiettivi per rapine. Robbie, Cliff e l’amico Peaches effettuano un’irruzione in casa e rubano denaro da una di queste case.

Tom allora viene richiamato in servizio e incaricato di guidare una task force composta dall’agente di polizia Lizzie Stover e dai detective Aleah Clinton e Anthony Grasso; devono indagare sulle rapine alle case utilizzate dai Dark Hearts, una banda di motociclisti fuorilegge. Robbie, Cliff e Peaches rapinano un’altra casa di proprietà di Deric, membro dei Dark Hearts. La rapina finisce male quando un altro motociclista si presenta inaspettatamente alla casa. Ne segue una sparatoria, in cui muoiono i tre motociclisti e Peaches. Robbie e Cliff scoprono il figlioletto di Deric, Sam, in casa e lo rapiscono.

È questo l’avvio della serie che incrocia (Crossroards è il titolo del primo episodio) i percorsi esistenziali di due personaggi (Tom e Robbie) che si intersecano a loro volta con le vicende di vari gruppi comunitari (le loro due famiglie, la comunità dei Dark Hearts e i componenti della task force guidata da Tom), secondo una tendenza che, a partire dagli anni Duemila, caratterizza la serialità televisiva, e che ha fatto delle «forme della collettività e [de]i processi di costruzione e disgregazione che le caratterizzano» il centro dei suoi meccanismi narrativi, capaci di costruire  «racconti sulle forme di vita comunitarie» (Coviello 2022, p. 11).

Comunità disgregate che si sfaldano e/o che cercano di ricostituirsi, comunità segnate da perdite. Perché in fondo tutti i personaggi devono fare i conti con una perdita, con il senso di colpa e con il perdono. E questo ci riporta in primo luogo a Tom e alla sua centralità ed esemplarità. C’è un momento all’inizio del secondo episodio in cui attraverso uno scambio di battute tra Tom ed Anthony Grasso, uno dei componenti della task force, veniamo a conoscenza della “formazione” di Tom: laurea in filosofia e otto anni da prete in collaborazione con l’FBI nei casi di gestione di eventi traumatici, come, per esempio, la strage di Colombine.

«Cosa fa un prete in caso di incidente con molte vittime?», gli chiede Grasso. «Dà conforto. La gente vuole sapere perché Dio permetta che accadano certe tragedie», è la risposta di Tom. Ora, qui non sembra essere tanto in gioco una questione narrativa di fatal flaw che determina l’azione del protagonista nel presente della storia quanto piuttosto un’esplicitazione di quella tensione verso il sacro che appartiene nel profondo al noir, che è il luogo in cui il sacro trova manifestazione con il suo portare ad emersione quelle pulsioni ed energie oscure dell’inconscio (è la linea scorsesiana/schraderiana dei noir e del primo Ferrara). 

Ecco allora che quello che Task attraverso l’anima nera del suo protagonista lascia alla fine emergere è proprio questo sentimento di aspirazione dell’essere umano a qualcosa di inviolabile che la degradazione, la disperazione non consumano fino in fondo. Un percorso dove l’uomo trova il rispetto di se stesso e il potere di rialzarsi incessantemente. 

Riferimenti bibliografici
M. Coviello, Comunità seriali. Mondi narrati ed esperienze mediali nelle serie televisive, Meltemi, Milano 2022.
L. Mangan, Task review. Mark Ruffalo’s druggy kidnap drama is so bleak it’s downright manipulative, in “The Guardian”, 8 settembre 2025.
P. Schrader, Notes on Film Noir, in “Film Comment”, n. 8, 1972.

Task. Ideatore: Brad Ingelsby; regia: Jeremiah Zagar, Salli Richardson-Whitfield; sceneggiatura: Brad Ingelsby; fotografia: Alex Disenhof, Elie Smolkin; montaggio: Keiko Deguchi, Amy E. Duddleston; musiche: Dan Deacon; interpreti: Mark Ruffalo, Tom Pelphrey, Emilia Jones, Jamie McShane, Sam Keeley, Thuso Mbedu, Fabien Frankel, Alison Oliver, Raúl Castillo, Silvia Dionicio, Phoebe Fox e Martha Plimpton; produzione: Low Dweller Productions, Public Record, wiip; distribuzione: HBO, SKY Atlantic; origine: Stati Uniti; anno: 2025.

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