Il nostro Pasolini

di MASSIMO RAFFAELI

Sulla saggistica di Pier Paolo Pasolini.

Il nostro PasoliniOh ragazzi sfortunati,
che avete visto a portata di mano
una meravigliosa vittoria che non esisteva.
P.P. Pasolini, La poesia della tradizione

 

Credo che chiunque abbia la mia età ricordi con precisione dov’era e che cosa stava facendo nell’atto di apprendere la notizia della morte di Pier Paolo Pasolini. Non faccio eccezione, ho la stessa età di Pelosi, il suo assassino, e d’altronde quel 2 novembre del ’75 il nome del poeta mi era noto da anni. Da ginnasiale, nel corso di una lunga malattia, degente in casa, non so come mi era capitata tra le mani la piccola auto-antologia, dei tascabili Garzanti, delle Poesie (1975) con la celebre prefazione “Al lettore nuovo”: ero uno di costoro, totalmente impreparato pure se proclive, in una qualche misura che ora non saprei definire, alla poesia. È il nome di Gramsci, nel titolo del poemetto, che deve avere fatto da detonatore perché io ho avuto interessi politici sempre prevalenti e anzi primari essendo stato educato in una famiglia (nonni e zii paterni) di militanti comunisti. Non dovevo essere tuttavia così ligio alla linea perché ricordo che in casa il nome di Pasolini veniva più che altro associato a film che tutti allora, anche a sinistra, ritenevano scandalosi o comunque inopportuni e poco idonei, per stare al mio caso, alla formazione di un buon comunista. E invece, benché severamente vietato ai minori, riuscii a vedere al cinema già il Decameron (1971) e ne amai d’acchito alcune sequenze, specie la novella di Andreuccio da Perugia in cui Ninetto Davoli, spensierato e volitante negli ipogei napoletani, agisce in un suo piccolo romanzo di formazione in cui rivivono a momenti, quasi per miracolo, la levità e la grazia di Charlie Chaplin.

Ma Pasolini lo conoscevo meglio sotto un altro aspetto che non è quello del cinema o della stessa letteratura, anche perché allora ero uno studente di gusti classicisti abbastanza esclusivi e la mia conoscenza degli autori moderni era pari a una vasta desolata brughiera dove resistevano, appena, certi romanzi russi o francesi dell’Ottocento e senz’altro Dostoevskij, che un giorno avrei associato all’anima esulcerata di Pasolini medesimo. Va aggiunto che ero un figlio della Guerra fredda ma anche del welfare, così ogni pomeriggio potevo approfittare della sala di lettura nel C.R.A.L. (detto allora “dopolavoro”, alla maniera fascista) della Manifattura Tabacchi in cui lavorava mio padre e qui mi era concesso di leggere una quantità impensabile di giornali. Il nome di Pier Paolo Pasolini capeggiava in prima pagina sul “Corriere della sera” e sempre lo seguivo fino a contrarre un’abitudine, tant’è che alla fine lo aspettavo cominciando a riconoscerne la fisionomia linguistica e stilistica. Si trattava ovviamente degli articoli che sarebbero confluiti nei volumi degli Scritti corsari (Garzanti 1975) e delle lettere Lettere luterane (Einaudi 1976), usciti postumi di pochi giorni e che posseggo nella princeps rispettiva, sdruciti e ingialliti, due libri che mi avrebbero accompagnato negli anni alla maniera di livres de chevet pure se, in retrospettiva, mi accorgo del fatto che in realtà di Pasolini ho scritto pochissimo.

Quegli articoli mostravano una semiotica che sarebbe diventata di senso comune con le immagini dei capelli lunghi, delle lucciole e del processo da intentare ai notabili della Democrazia Cristiana: quest’ultimo ai giovani comunisti andava a genio, molto meno ai quadri e ai vertici di un partito, il PCI, allora impegnato a edificare non il socialismo bensì il cosiddetto “compromesso storico” proprio con i democristiani, in attesa di associarsi con costoro – e virtualmente suicidarsi – di lì a poco nei famigerati governi di salute pubblica sorti a cavallo dell’assassinio di Aldo Moro e di una crisi politica e istituzionale senza precedenti. Ma a Pasolini non interessava certo la politique politicienne, il suo credito andava alla base del partito o a una idea per certi versi addirittura mitologica del PCI, la cui immagine neanche la brutale espulsione del ’49, in Friuli, aveva potuto sfuocare. Solo qualche anno prima, nel ’68, nei giorni di Valle Giulia, affermando provocatoriamente di stare dalla parte dei poliziotti, aveva pubblicato su “L’Espresso” un articolo in versi (un poemetto in prosa deliberatamente atona) sul cui titolo non si può certo equivocare, Il Pci ai giovani!!. Vi accusava i figli contestatori dei padri borghesi di essere in realtà ancora più borghesi e cioè di esserlo deliberatamente, à la page, non più da arcaici bigotti ma da laici e da individui felicemente cinici, spietati. In tutto, pertanto, peggiori dei padri.

In ogni caso, gli articoli di Pasolini presentavano un lessico politico nuovo e di forte pregnanza dicendo di Omologazione, di Mutazione Antropologica, di Genocidio delle culture popolari, infine di Universo orrendo: egli non stava parlando di una sovrastruttura o di un apparato politico ma constatava la dinamica di un modello produttivo ormai onnipervasivo e per lui, alla lettera, totalitario. Distinguendo nettamente tra “sviluppo” e “progresso” Pasolini per via indiretta denudava anche l’impotenza teorica del PCI a cogliere la natura del neocapitalismo italiano quando a Frattocchie, nella scuola di partito, ancora si insegnava che il problema dei problemi, e cioè la questione meridionale, stava tutto nella “arretratezza” produttiva del Sud rispetto al Nord. Come aveva intuito una dozzina di anni avanti Raniero Panzieri, del neocapitalismo il PCI non intendeva nulla se non per eccezione o per tardive isolate resipiscenze, come nel discorso all’Eliseo del 15 gennaio del ’77 quando Enrico Berlinguer avrebbe parlato della “austerità” nei termini di un valore operaio da opporre all’edonismo consumista della borghesia: soprattutto a sinistra la tesi sarebbe stata fraintesa e dileggiata quale aperta concessione alle più grette politiche confindustriali di contenimento salariale.

Il nostro Pasolini

In realtà Pasolini non diceva nulla di nuovo circa la natura del neocapitalismo e delle società affluenti che non avessero già detto la Scuola di Francoforte e certi libri immediatamente divenuti di culto presso le élites studentesche dei contestatori, per esempio i Minima Moralia (1951) di Theodor W. Adorno e L’uomo a una dimensione (1964) di Herbert Marcuse. Ma Pasolini vi apportava la vibrante vividezza del suo lessico, la forza delle immagini (le lucciole, appunto) nonché l’oltranza tridimensionale della propria esperienza corporea: ciò gli conferiva ogni volta la forza travolgente, incontestabile, della profezia ovvero l’evidenza di una autentica e scandalosa parresìa.

Negli ultimi tempi e quasi in punto di morte, quando si trovò a polemizzare sui giornali con gli amici più cari a proposito del massacro del Circeo, a non pochi di noi le obiezioni di Italo Calvino e Alberto Moravia parvero di un illuminismo astratto e attardato, quelle dell’“Unità” stanchi rilievi di prammatica. A Pasolini non bastava il dirsi antifascisti ma per lui occorreva essere anticapitalisti e avversare nel concreto questo modello di capitalismo, la cui produzione non è soltanto di merci a mezzo di merci, come insegna Piero Sraffa, ma anche, e oggi più che mai, produzione di rapporti umani. Perciò quando Pasolini chiedeva al suo amico Gianni Scalia di “tradurlo”, in effetti gli chiedeva di farlo nel linguaggio della economia politica. Del Nuovo Fascismo propagato dalla società delle merci e dei consumi, tratta nel testo che apre Lettere luterane eloquentemente intitolato I giovani infelici:

L’unificazione è avvenuta sotto il segno e per volontà della civiltà dei consumi: dello “sviluppo”. Non si può dire che gli antifascisti in genere, e in particolare i comunisti, si siano veramente opposti a una simile unificazione, il cui carattere è totalitario – per la prima volta veramente totalitario – anche se la sua regressività non è arcaicamente poliziesca (e se mai ricorre a una falsa permissività). […] // Perché c’è – ed eccoci al punto – un’idea conduttrice sinceramente o insinceramente comune a tutti: l’idea cioè che il male peggiore del mondo sia la povertà e che quindi la cultura delle classi povere deve essere sostituita con la cultura della classe dominante. // In altre parole la nostra colpa di padri consisterebbe in questo: nel credere che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese.

Quei suoi articoli, dunque, parlavano a noi e di noi, la generazione del principio della fine, la prima ad essere perfettamente omologata nonostante il proclamato sinistrismo ma nello stesso tempo l’ultima a vedere come è fatto in carne ed ossa un contadino o un operaio, a poterlo ascoltare e parlargli. Più avanti avremmo scoperto che, assecondando il suo prodigioso plurilinguismo, Pasolini aveva intramato di un’identica materia non solo i grandi palinsesti di Salò (1975) e Petrolio (1992) ma anche l’ultimo bellissimo libro di poesie in italiano, Trasumanar e organizzar, del 1971, tuttora il suo più negletto, il cui nucleo profondo, La poesia della tradizione, è un viatico espressamente dedicato ai giovani di allora. I quali, per non dire altro, lo hanno largamente disatteso o rinnegato presto dismettendo gli abiti della contestazione per recitare la palinodìa e divenire trionfalmente (iuxta la intuizione del poeta) una classe dirigente opportunista e sfacciatamente trasformista, una neo-borghesia per più di un motivo impresentabile e però sempre sorridente, fautrice del consumo per il consumo: quanto a questo, ci si è esonerati troppo volentieri delle immagini di Salò per cui capitalismo e cannibalismo sono perfetti sinonimi.

Personalmente, poco mi consola il ricordo di avere pubblicato il primo articolo della mia vita su un giornaletto del Liceo di Ancona per onorare Pasolini (Morte di un eretico mi pare fosse il titolo) all’indomani del suo assassinio, perché resta il fatto che la mia generazione è stata la prima a ritenere il capitalismo, questo capitalismo, come un fenomeno di natura in sé invalicabile e immutabile o addirittura come l’ultima frontiera della civiltà: tant’è (lo ha ricordato di recente Mark Fisher in Realismo capitalista, 2018), si riesce oggi a immaginare fin troppo bene la fine del mondo provocata dal capitalismo ma non è affatto immaginabile la fine del capitalismo stesso. Davvero la scomparsa di Pier Paolo Pasolini era il nero suggello all’età dell’innocenza.

Il nostro Pasolini

Riferimenti bibliografici
M. Fisher, Realismo capitalista, Produzioni nero, Roma 2018.
P.P. Pasolini, Le poesie, Garzanti, Milano 1975.
Id., Trasumanar e organizzar, Garzanti, Milano 1975.
Id., Lettere luterane, Einaudi, Torino 1976.

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