“È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, scriveva Mark Fisher delineando l’imperante Realismo capitalista (2009) di inizio millennio. Ma adesso che non c’è neanche più bisogno di immaginarla, la fine del mondo, dal momento che sembra di avere costantemente davanti agli occhi i suoi segnali e avvisaglie, che cosa fare del nesso tra lavoro e comunicazione che ha così profondamente caratterizzato il capitalismo tardo? Se, come notava Paolo Virno (2001) all’inizio degli anni duemila, il lavoro linguistico contemporaneo ha preso in prestito ed esteso su vasta scala ciò che era proprio dell’industria culturale – in primis la coincidenza tra la struttura del lavoro salariato e quella dell’azione politica, cioè il virtuosismo dell’azione senza opera –, che cosa rimane da fare del nesso tra estetica e politica nell’innegabile crisi attuale? In primo luogo cercare di comprendere cosa è accaduto per poi, una volta preso atto della transizione dal mondo della scrittura all’ecosistema ipermediale contemporaneo, provare a costruire collettivamente «un nuovo alfabeto» (Martino 2025, p. 19).
È questa la coraggiosa proposta di Nicolas Martino che nel volume Sul presente dell’arte. Breve atlante estetico-politico (Gli Ori 2025) riprende le analisi stenograficamente qui richiamate e anzi le aggiorna e le rilancia, costruendo un’ontologia del presente che da un lato si basa su una genealogia storica preziosa, un vero e proprio atlante estetico-politico – come recita il sottotitolo – capace di individuare i punti salienti del percorso che, snodandosi lungo gli ultimi decenni, ci ha condotto fino a qui, e dall’altro lavora su alcune coppie di assi concettuali (autore/creatività; lavoro/formazione; intellettuale/postcritica) mettendone in luce la produttività rispetto al panorama che si squaderna a partire da questo primo quarto di XXI secolo.
Punto d’innesco della ricostruzione di Martino è il sessantotto, individuato come momento in cui «la creatività diffusa […] rompe i confini tra l’estetico e il politico» (ivi, p. 21). La crisi della divisione tra i saperi, ben rappresentata dalla mobilitazione di studenti e operai, dà luogo a tentativi di riappropriazione collettiva della forza che colpiscono l’immaginario ma esitano e non riescono a dar luogo a nuove istituzioni, alternative a quelle ereditate dalla modernità. Successivamente, riallacciandosi alle avanguardie storiche, il movimento del settantasette sfocia in una “avanguardia di massa” e libera in tal modo energie creative che nel decennio successivo – i famigerati anni Ottanta – verranno messe a valore ma attraverso un cambiamento di segno politico. È in questo modo che la «liberazione dal lavoro come destino» si rovescia in «precarietà diffusa e quindi in governo delle vite dei lavoratori attraverso il ricatto continuo» (ivi, p. 33).
La vitalità delle radio libere degli anni settanta si normalizza e si diffonde nella forma capovolta delle televisioni private, quintessenza dello spirito scanzonato e disperato della civiltà del consumo. Individualismo e competizione sfrenata, scomparsa di ogni prospettiva futura – rintuzzata in un eterno presente –, recupero del passato in un ricordo deliberatamente deformante, dilagare della nostalgia (contraltare di una soggiacente paura) come Stimmung fondamentale di un’epoca: sotto queste insegne si afferma il Postmoderno, «nato dal fallimento del settantasette», del quale però mantiene «intatte alcune […] peculiarità meno direttamente politiche» (ivi, p. 39). Martino distingue tra un Postmoderno debole, come quello incarnato dal pensiero di Vattimo, e un Postmoderno forte, rappresentato da artisti, intellettuali e filosofi come ad esempio Franco Matarrese, Nanni Balestrini, Toni Negri, Virno. Resta il fatto che questa è l’epoca di un narcisismo individualista che si traduce in una nuova centralità della categoria di autore.
La seconda parte del volume lavora su coppie concettuali proprio a partire dalla nozione di autore, indagata insieme a quella di creazione. A partire dall’autorialità diffusa che, precocemente intuita da Walter Benjamin negli anni trenta, sarebbe poi giunta a piena maturazione nel capitalismo delle piattaforme e dei social media, Martino elabora una critica contro la mitologia dell’autore geniale e solitario, proponendo di considerare l’attività creativa piuttosto come ricombinazione e montaggio di elementi pre-esistenti. L’autore diviene allora compositore, montatore o arrangiatore, e la sua opera perde il preteso carattere individuale per aprirsi a una dimensione «strutturalmente collettiva» (ivi, p. 54). Artista compositore (come Gianfranco Baruchello, ancora Balestrini, o più recentemente Claire Fontaine) o artista imprenditore (l’esempio proposto è Gian Maria Tosatti) trasformano radicalmente l’idea di autore facendolo diventare un «produttore» che «non rifornisce il sistema stesso senza provare a cambiarlo» (ivi, p. 57).
Insieme alla figura dell’autore, cambia l’idea del lavoro, soprattutto in un’epoca come quella attuale in cui esso «si è trasformato in una molteplicità di attività più o meno retribuite che tutti svolgiamo in continuazione senza che ci sia una qualche soluzione di continuità tra lavoro e non lavoro» (ivi, p. 63). Una volta che tutti i lavoratori sono divenuti simili ad artisti (impegnati in una continua autopromozione, imprenditori di sé stessi, ingaggiati in prestazioni sempre più puntiformi), si tratta dunque di sostituire all’idea tradizionale di lavoro come fatica (ponos) quella di lavoro come azione e opera (ergon), «perno di un’attività libera, ma fuori dal modello del lavoro artistico sussunto dentro la forma di vita iper-capitalista che già conosciamo» (ivi, p. 66). In questa direzione va quel superamento della divisione tra lavoro e sapere, tra mano e intelletto, che trova un luogo d’espressione esemplare nelle Accademie, oggi ministerialmente Politecnici delle Arti, in cui «si costruisce il sensibile contemporaneo e si ridefinisce in generale il rapporto tra il sapere e il lavoro (come azione e opera)» (ivi, p. 71).
Nell’epoca degli influencer e del capitalismo digitale, infine, cambia il ruolo dell’intellettuale, che non è più «quello che dice la verità, tanto meno colui che parla al posto di qualcun altro, ma è quello che capace di vedere, criticare e resistere al potere ovunque questo si riproduca» (ivi, p. 78). Se la critica diviene dunque un forma di attrito nei confronti del reale e un esercizio di resistenza contro il potere, come già nel caso dell’autore anche il critico diventa un compositore, un montatore, e la sua attività (che si presenta ora come postcritica) smette di essere confinata alla parola scritta per presentarsi come «forma di vita, performance e soprattutto stile» (ivi, p. 83), non più svelamento di una verità oracolare ma tentativo di costruzione in cui «aumentare la ricchezza del vivente» (ivi, p. 84).
Nell’Epilogo Martino torna sulla proposta anticipata nel Prologo e illustra quella che definisce «una linea politica dell’arte italiana»: molti i nomi – da Tosatti a Romeo Castellucci, da Elena Bellantoni a Marta Roberti, fino a Numero Cromatico –, a testimonianza di una dimensione collettiva, posta sotto il segno della relazionalità, senza la quale sarà impossibile elaborare un nuovo alfabeto che permetta di decifrare il presente e, in questo modo, di «rendere migliori le nostre forme di vita» (ivi, p. 91).
Perché, fin da Aristotele, sempre di questo triangolo si tratta: linguaggio-città-felicità, ovvero parola, azione politica e vita buona. Nel suo libro Martino rielabora questa triade in ambito artistico e ci propone l’obiettivo di una creazione collettiva di un nuovo alfabeto per leggere il presente e ‘scrivere’ il futuro, non scrivendo ma agendo, e prendendo posizione rispetto al potere con il quale non possiamo evitare di confrontarci, rivolti ancora una volta dopo decenni di lotte a una felicità che qui si fa presente in absentia come «sostanza di cose sperate».
Riferimenti bibliografici
M. Fisher, Realismo capitalista, Nero, Roma 2018.
P. Virno, Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee, DeriveApprodi, Roma 2023.
Nicolas Martino, Sul presente dell’arte. Breve atlante estetico-politico, Gli Ori, Pistoia 2025.