In Viaggio a Hanoi Susan Sontag si presenta come «una scrittrice testardamente non specializzata»; l’avverbio e la negazione rendono incisiva l’auto-definizione, che richiama alla mente una categoria, l’eclettismo, spesso usata in chiave negativa, come sinonimo di un sapere superficiale e indiscriminato, mentre va rivalutata in quanto segno di libertà critica. Non è un caso che questa auto-definizione provenga da un resoconto di viaggi, genere ibrido fra letteratura e giornalismo, pubblicato in una data simbolica come il 1968, nel pieno di una guerra contro cui Sontag si è scagliata nettamente: nato con l’illuminismo, l’eclettismo, come ha sostenuto Remo Ceserani, designa un viaggio intellettuale poliedrico e tendenzialmente infinito, che va in cerca di piste non battute, e si contrappone a ogni violenza fondamentalista.
Sontag è stata una figura eclettica da vari punti di vista: innanzitutto perché divisa fra attività critica e scrittura creativa; in secondo luogo perché anche all’interno di questi due campi ha svolto ruoli diversi: da un lato saggista, teorica delle arti, filosofa, critica letteraria, teatrale e cinematografica (adorava Ophüls, Ozu, Bresson, Resnais); e dall’altro romanziera, drammaturga, regista teatrale e cinematografica (celebre la sua messinscena di Aspettando Godot a Sarajevo nel pieno della guerra). Questa attività frenetica deriva dalla curiosità intellettuale e dalla voracità estetica, ma resta sempre dentro un pensiero profondo. L’insoddisfazione cronica e il senso di inadeguatezza sono tratti caratteriali capaci di trasformarsi in strumenti conoscitivi. Se a questo si aggiunge la profonda tensione etica di Sontag, si capisce la sua complessità.
La sua personalità sfaccettata non è certo esente da contraddizioni: anzi le esibisce e le discute, perché consapevole di quanto siano da evitare le identità monolitiche. Da questo punto di vista Sontag può considerarsi una figura queer, non tanto per la sua bisessualità, peraltro abbastanza tormentata, quanto per il suo smontaggio della soggettività.
C’è comunque una cifra dominante, che accomuna queste svariate esperienze, ed è la malinconia, che si lega al senso di vulnerabilità che l’ha sempre caratterizzata, e all’aspirazione a una totalità inattingibile: il grande libro che non è mai riuscita a scrivere. Ma è soprattutto il tratto che caratterizza una figura da lei molto amata, Walter Benjamin, non a caso specialista di un’arte elegiaca e crepuscolare come la fotografia, al centro dell’interesse di Sontag. Nel saggio a lui dedicato, ci offre una definizione seducente del suo stile, che è anche un autoritratto: «Una sorta di Barocco congelato in fermo immagine. […] Era come se ogni frase dovesse dire tutto, prima che lo sguardo interiore della concentrazione totale dissolvesse l’oggetto davanti ai suoi occhi».
Nel saggio su Benjamin Sontag scrive: «Non si può utilizzare la vita per interpretare l’opera. Ma si può usare l’opera per interpretare la vita»; rifiuta dunque l’idea ottocentesca di una filiazione organica fra i due piani, che rovescia provocatoriamente, essendo comunque ben consapevole come fra biografia e scrittura ci siano sempre spiazzamenti. Eppure, proprio perché è stata una intellettuale molto influente, la sua vita ha suscitato un grande interesse, come se fosse la sua opera migliore: dalla biografia non autorizzata Susan Sontag: The Making of an Icon di Carl Rollyson e Lisa Paddock (2000) a quelle più documentate di Sigrid Nunez (2011) e Benjamin Moser (2019). Più che ripercorrere sistematicamente la vita di Sontag, è interessante soffermarsi sui luoghi che l’hanno scandita: innanzitutto New York, dove è nata e morta. Parigi è l’altro grande centro di gravità: là iniziarono le amicizie con grandi icone come Jean-Paul Sartre e Allen Ginsberg e la passione divorante per il cinema, che la portava a vedere anche più film al giorno. Nel 1959 si trasferì definitivamente con il figlio David a New York, assumendo prima incarichi universitari, e riuscendo poi a vivere come scrittrice freelance. Diventa così pian piano una delle figure più famose della cultura newyorchese, consacrata da Andy Warhol, che la inserisce nei suoi Screen Tests.
Il successo si deve soprattutto a un saggio apparso sull’autorevole “Partisan Review” nel 1964: Note sul “camp”, che si articola in 58 brevi paragrafi, che mirano a definire, in una forma rapsodica e attraverso quelle liste così amate da Sontag anche nei suoi Taccuini privati, un oggetto elusivo. Oggi nel linguaggio comune il camp viene spesso confuso con il kitsch, laddove semmai è un suo uso ironico e smaliziato. Sontag delinea piuttosto un gusto, una sensibilità vicina al manierismo, che enfatizza l’artificio e la teatralità, stilizza fino all’eccesso i suoi oggetti, e vive di un rapporto intensissimo con le icone della cultura di massa, tratto quest’ultimo caratteristico delle comunità gay urbane maschili, da cui trae origine. Sontag, che è la prima a teorizzare il fenomeno (se ne parla in un romanzo di Christopher Isherwood del 1951, Il mondo di sera), arriva a sostenere che gli ebrei e gli omosessuali sono le minoranze più creative del momento, toccando quindi obliquamente due caratteristiche del proprio vissuto su cui è stata sempre reticente.Quel che suscitò maggiore scandalo fu l’aver incrinato i confini fra alto e basso, arte sublime e cultura pop, bello e brutto. Sarà comunque una categoria che avrà grande risonanza (basta consultare i due volumi della rivista Riga curati da Fabio Cleto con il titolo PopCamp), e che contribuirà al definirsi di un’estetica postmoderna.
Il lavoro sul camp verrà ripubblicato nel 1966 nella sua prima raccolta di saggi, Contro l’interpretazione; il contributo che dà il titolo (molto da pamphlet) è l’altro suo saggio più famoso, che suscitò quasi altrettanto scalpore. Se con il camp veniva decostruita la dicotomia fra alto e basso, qui viene attaccata quella fra forma e contenuto, in nome di un’ermeneutica meno aggressiva, che non riduca il testo al suo messaggio latente. Sono i grandi modelli filosofici di Marx e di Freud, con i quali ha avuto sempre un rapporto ambivalente, che vengono criticati, perché hanno dato vita entrambi a metodi di lettura allegorici. Ad essi Sontag contrappone un’erotica dell’arte che sappia recuperare la letteralità del testo e soprattutto la seduzione della sua superficie.
Sontag avrebbe voluto essere ricordata soprattutto come romanziera, e giunse addirittura a sminuire i suoi saggi come opere giovanili. La sua produzione saggistica, che spazia fra politica, sessualità, costume, filosofia, e arti varie, resta comunque la parte più riuscita e preziosa della sua opera vasta ed eclettica. Potremmo dire che il suo lascito principale è l’idea che la cultura non sia solo quella letteraria e artistica: sia un fenomeno ampio e variegato, a cui contribuiscono «pittori, scultori, architetti, urbanisti, cineasti, autori televisivi, neurologi, compositori, ingegneri elettronici, ballerini, filosofi e sociologi». È in fondo la lezione a cui arriveranno gli studi culturali, in una chiave però più materialista e marxista. Se il camp è ormai una categoria consolidata, in un’epoca come la nostra in cui la cultura di massa si è sviluppata vertiginosamente, la sua battaglia per un’erotica dell’arte suona oggi particolarmente attuale, dato che troppe volte si giudica l’arte secondo il messaggio, il contenuto ideologico, la morale, dimenticando la sua carica sovversiva e destabilizzante e trascurando le sue strategie espressive (su questi punti i saggi Sullo stile e su Riefensthal ci dicono ancora tanto). Infine, in una fase storica come la nostra, in cui intermedialità e transmedialità caratterizzano la nostra vita reale e virtuale, attraversare la sua opera in modo rapsodico significa anche praticare una comparazione fra arti e media: toccare con mano la vitalità dell’immaginario, la forza dell’ibridazione, e le nuove forme più frammentarie dell’utopia wagneriana di un’opera d’arte totale.
Riferimenti bibliografici
R. Ceserani, Guida allo studio della letteratura, Roma-Bari, Laterza 1999.
F. Cleto, a cura di, PopCamp, 2 voll. (“Riga”, 27), Marcos y Marcos, Milano 2008.
B. Moser, Sontag. Una vita (2019), Rizzoli, Milano 2023.
S. Sontag, Note sul “Camp” (1967), in Contro l’interpretazione e altri saggi, nottetempo, Milano 2022.
Ead., Sotto il segno di Saturno (1978), nottetempo, Milano 2023.
Sontag A-Z, a cura di Massimo Fusillo, Electa, Milano 2025.