Come scrive Ludwig Wittgenstein in una nota lettera all’editore von Ficker, accanto all’opera realizzata – il libro scritto – esiste, in modi difficilmente determinabili, un’ombra di potenzialità irrealizzata e irrealizzabile all’interno dell’opera stessa: tutto ciò che nel libro non è scritto, e forse non è scrivibile. Se ciò vale per il libro, possiamo immaginare che altrettanto valga per il film: non a caso il cinema è stato così spesso ossessionato dal film da fare, sul punto di essere girato, eppure non realizzato, incapace di uscire da uno stato di virtualità.

Nel 1974 Liliana Cavani e Italo Moscati pubblicano per Einaudi la sceneggiatura di un film su Simone Weil. Film mai realizzato: il progetto rimarrà solamente sulla pagina, e a nulla varranno gli sforzi e i tentativi della regista per tradurre in immagini l’idea di questo racconto biografico dedicato alla filosofa francese. Il testo viene ora ripubblicato da Mimesis insieme a un’intervista concessa da Cavani a Fabio Francione e Roberto Revello, e a una postfazione del curatore in cui vengono ripercorse le circostanze che portarono prima all’elaborazione e poi alla mancata realizzazione del progetto.

All’epoca Cavani ha già girato il suo primo film su Francesco d’Assisi (1966), seguito da Galileo (1968), I cannibali (1970) e L’ospite (1972). L’impossibilità di realizzare il film su Weil porta Cavani a dedicarsi prima a Il portiere di notte (1974) e poi a un altro film, su suggerimento di Elsa Morante: esce così il ritratto cinematografico del poeta e maestro buddista Milarepa (1974). Soggetto non più semplice o popolare rispetto a quello weiliano. Anche tentativi successivi, negli anni ottanta, rimarranno infruttuosi. 

Ci si può dunque chiedere: che cosa, al di là delle avversità contingenti, ha determinato l’impossibilità di portare sullo schermo il film su Simone Weil? Come sempre accade, ci sono momenti più o meno propizi per determinati progetti, questioni legate a difficoltà finanziare e produttive, ma colpisce che proprio questo film – giudicato particolarmente importante dalla stessa regista – rimanga irrealizzato. Che cosa dunque in quella sceneggiatura – ma più profondamente in quella vita – non è rappresentabile in immagini? Volendo scorgere nel caso della mancata realizzazione la necessità di un ostacolo, che cosa nella vicenda di Simone Weil resiste alla traduzione?

Accostarsi alla lettura della sceneggiatura di Cavani con questa domanda in mente significa setacciare il testo alla ricerca di indizi che consentano di individuare il punto di intraducibilità tra parola e immagine. Intraducibilità di cui pure si deve essere accorta la regista, se nella sceneggiatura tanto frequentemente fa ricorso alle testimonianze dei personaggi, convocati come in un documentario a raccontare le loro impressioni ed esperienze circa il passaggio di Simone nella loro vita. 

Lo scolaro Alain, allievo del liceo di Puy dove Weil fu insegnante di filosofia; l’operaia Mimì, incontrata durante il periodo di lavoro – deliberatamente autoinflitto – nelle Officine Lecourbe; Marcel (ma in realtà Gustave) Thibon, filosofo e proprietario dell’azienda agricola in cui Simone lavorò come bracciante; Dustin, amico newyorkese incontrato dalla filosofa nel periodo americano, quando già era determinata a unirsi alla resistenza francese in Gran Bretagna; Mrs Francis, la proprietaria di casa presso cui soggiornò a Londra; Carmen, l’infermiera spagnola che la curò nell’ultimo periodo al sanatorio di Ashford, dove morì di tubercolosi nel 1943.

Ogni personaggio racconta un aspetto peculiare della biografia, enormemente sfaccettata, di Simone, che fu filosofa e attivista sindacale, operaia e combattente di parte repubblicana nella guerra civile spagnola, mistica e membro della resistenza francese. Figura radicale e complessa, al limite della contraddizione, Weil sfidò sé stessa nel coniugare l’impegno intellettuale con la conoscenza di prima mano della realtà: proprio questo aspetto, la volontà di andare incontro al mondo, consente a Cavani di indicare una prossimità tra Weil e la vita, da lei ripetutamente indagata, di Francesco d’Assisi.

Ho letto vari suoi libri [di Weil], mi interessava la sua visione politica, il socialismo ideale che in qualche modo ha la radice nella Fraternitas francescana. Non a caso nel progetto della Rivoluzione francese: Fraternité. Ho realizzato tre film su Francesco d’Assisi. Simone Weil andò ad Assisi… penso si sia riconosciuta a buon diritto come sorella. Lei ha vissuto in modo non troppo diverso da Francesco. La Fraternitas per loro è un fatto non solo serio: è la convinzione che sia la chiave di lettura del Creato… e soltanto in questa visione potremo salvarci da una visione politica tanto immatura come quella del nostro contemporaneo (Cavani 2025, p. 156).

E ancora prima, in apertura del volume:

[Simone Weil] ha una dote speciale: vuole partecipare. Non risponde a una religione. Un personaggio rarissimo. Per semplificare, lei fa dono di sé alla gente, alla società. Nessuno gliel’ha imposto. Come Francesco, vuole partecipare a come vive e soffre un umano in difficoltà. Il cristianesimo dovrebbe essere questa cosa qua; ma non è frequente. Per dire “voglio partecipare della vita delle persone” devi essere intelligente: sono persone molto intelligenti (ivi, p. 12).

La volontà di partecipare alla vita del mondo e delle persone implica per Weil una rinuncia a ogni egocentrismo, a ogni affermazione di sé che, nel linguaggio dell’autrice, prende il nome di decreazione. Decrearsi significa contrarre sé stessi, farsi da parte per fare spazio ad altri, per accogliere la realtà così come essa è, per comprenderla e abbracciarla. In questo movimento, tipicamente mistico, Simone incontra Francesco. E perde sé stessa: per questo è così difficile raccontarne la vita e altri – coloro che l’hanno incontrata – vengono chiamati a comparire in veste di testimoni.

Di Weil non rimane che una voce: quella che ci raggiunge attraverso la lettura dei suoi testi e quella “voce mentale”, come indica la sceneggiatura di Cavani, cui è assegnato il vero ruolo di protagonista. Nel film mai realizzato, Simone agisce molto meno di quanto non parli attraverso la propria voce mentale, cui sono consegnate le meditazioni che innervano l’intera vicenda messa in scena. Meditazioni su di sé, sul lavoro, sulla tecnica, meditazioni filosofiche, sull’amore, sulla vita degli umani, animali ostinatamente pensanti. Attraverso il film mai realizzato risuona la voce, quanto vi è di più impalpabile e meno sostanziale, sebbene inconfondibilmente personale. Possiamo così immaginare che la difficoltà di realizzazione del film non sia riducibile alle contingenze del momento, sfavorevoli al progetto di Cavani, ma rimandi a una più essenziale impossibilità di rappresentare – di dire – una voce nell’atto stesso di ritrarsi per fare spazio ad altri. Quella di Simone Weil sarebbe in questo senso una non-biografia, il resoconto di un movimento di destituzione della soggettività stessa della filosofa.

Ogni vita che non voglia coincidere con sé stessa, che non voglia cioè ridursi alla maschera psicologica o sociale che inevitabilmente viene indossata per comparire davanti agli altri, finisce per lasciare dietro di sé una voce indicibile che  – fallendo sul piano della traduzione in immagini – la sceneggiatura di Cavani riesce a evocare e a lasciar risuonare.

Liliana Cavani, Simone Weil. Lettere dall’interno. Una sceneggiatura, a cura di Fabio Francione, Mimesis, Milano 2025.

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