L’enigma del materno

di ROBERTO DE GAETANO

Saint-Omer di Alice Diop.


Saint-Omer

Tre forme di vita, tre antropologie, tre fasi della civiltà umana a rappresentare un inconcepibile: la maternità. Medea e la tragedia greca, la stregoneria e le società etnologiche, un processo e la modernità occidentale. A quest’ultimo è affidato il compito − in Saint-Omer di Alice Diop − non tanto di giudicare quanto di provare a dire una verità su ciò che è accaduto. Cioè sul fatto che una giovane donna senegalese, Laurence Coly, ha ucciso sua figlia di quindici mesi abbandonandola sulla riva del mare, riconsegnandola alle acque che l’hanno generata. Una battuta di Laurence ad inizio processo chiarisce tutto questo. Rispondendo ad una domanda del giudice sul perché lo abbia fatto, Laurence dice che si aspetta che sia il processo a rivelarglielo. Il magma sommerso ed inquieto dell’animo di una giovane emigrata benestante e studentessa di filosofia necessita di essere portato alla luce da un dibattimento. Che è il cuore del film, a cui assiste la giovane scrittrice Rama, che sta lavorando a una riscrittura contemporanea del mito di Medea. Partecipare alle sedute del processo segnerà, anche emotivamente,  la sua esperienza di ragazza incinta.

Ciò che colpisce per forza espressiva è la messa in scena del processo. Il completo silenzio che circonda gli interventi dei partecipanti (giudici, pubblici ministeri, avvocati) insieme alla fissità delle posture (soprattutto di Laurence) fa di ogni atto di parola un enunciato in merito alla verità dell’orrore accaduto. Mai chi parla e chi ascolta sono nello stesso campo visivo. La potenza della parola che scolpisce ritualmente lo svolgersi del processo dà forma a un tentativo di comprensione che possa andare oltre la “stregoneria” ma anche oltre la pulsione di rivalità di Medea.

Si tratta dell’egoismo di una giovane madre che vuole tornare ad immaginare una sua vita indipendente? O  della reazione ad una situazione di solitudine e difficoltà che aveva caratterizzato tutto l’ultimo periodo della vita di Laurence, che dopo aver rotto con il padre era costretta a vivere con un uomo più anziano di lei che di fatto la trascurava e la nascondeva alla sua precedente famiglia? O abbiamo a che fare con un maleficio come atto di stregoneria con cui si giustifica Laurence? O invece è più semplicemente l’enigma della maternità che vincola il “due” in “uno” attraverso un travaso di cellule chimera – come dice l’avvocato – dalla madre alla figlia e viceversa? Ed è questo essere-chimera, cioè mostro (donna madre), ad iscrivere l’esperienza della maternità nella mitologia e a portare con sé la possibilità di precipitare nell’atto disperato di Medea.

E sono proprio alcune scene della Medea di Pasolini che Rama vede nel suo albergo, sempre più provata da ciò a cui sta assistendo al processo. Che riguarda intimamente lei come donna e non solo come scrittrice. Lei come ragazza incinta che si accarezza il ventre gravido e attiva processi di prossimità e identificazione con l’imputata ma anche con la madre. Vediamo alcuni filmini familiari di Rama bambina insieme a sua madre. E poi c’è una battuta di Rama che manifesta tutta la sua ambivalenza, determinando una sorta di indecidibilità del sentimento: “Ho paura di essere come lei”. “Lei chi?” Le chiede il ragazzo. “Mia madre” gli risponde Rama.

In questa genealogia del femminile materno, nei processi identificativi multipli, nei legami simbiotici indissolubili, sembra esserci solo la definitezza rituale della parola pubblica del dibattimento che prova a definirli, come emerge nell’arringa finale della difesa. Ma questa definizione non può toccare la vita nel suo profondo. La vita senza parola. La vita che si fa respiro. Quello di Rama che sentiamo nel finale, seduta sul divano con la madre, e che continua anche quando lo schermo si è fatto nero.

Saint-Omer. Regia: Alice Diop; sceneggiatura: Alice Diop, Amrita David, Marie NDiaye; fotografia: Claire Mathon; montaggio: Faruk Yusuf Akayran, Amrita David; interpreti:  Kayije Kagame, Guslagie Malanga, Fatih Sahin, Berkay Akinci, Salih Sigirci, Atillahan Karagedik, Ege Güner; produzione: Srab Films; origine: Francia; durata: 122′; anno: 2022.

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