La lettura dell’eccellente introduzione che Gabriele Frasca dedica a questo atteso Meridiano Beckett (Romanzi, teatro e televisione, Mondadori 2023) mi ha riportato alla mente un episodio legato all’amicizia dello scrittore con James Joyce, avvenuto durante gli anni parigini. Nella sua biografia di Joyce, Richard Ellmann racconta di come mentre Samuel Beckett era preso dalla trascrizione sotto dettatura del Work in Progress, qualcuno avesse bussato alla porta e Joyce gli avesse detto, naturalmente, di entrare. Beckett riportò diligente lo scambio e Joyce, forse colpito dal valore epifanico della coincidenza, decise di lasciarlo nell’opera.

La storia è spesso ricordata dagli studiosi di Joyce, in parte come segnale della bulimia narrativa e descrittiva dell’autore, sempre incline all’accumulo, una tendenza che con Finnegans Wake raggiunge un territorio marginale e remoto, altrimenti mai esplorato. L’aneddoto però si può leggere anche alla luce della propensione di Beckett a riflettere sugli aspetti meccanici della riproduzione, a interrogarsi sulla compulsione umana a registrare e registrarsi, della voglia di rappresentare l’incongruo e i meccanismi della scrittura.

Gabriele Frasca ha dedicato gran parte della vita e della sua attività ermeneutica a figure come McLuhan, Gadda, lo stesso Joyce, e da decenni traduce e rielabora Beckett, sempre con imprescindibile attenzione agli elementi tecnologici, all’interesse che Beckett avverte sempre più forte verso media come la televisione, mezzi che si impongono alla sua attenzione e alla sua pratica artistica soprattutto sul finale della vita e che forse ne confermano alcuni degli assunti estetici. Sembra quasi naturale che Beckett arrivi a un testo, quello televisivo, che sgretola l’idea stessa di testo, di originale, di sceneggiatura. Lo ribadisce con una certa finezza Frasca, quando ci parla di Quad, il «videodramma», o meglio la «folle invenzione per la TV», nelle parole del suo autore, messa a punto da Beckett per la televisione tedesca, «non solo priva d’effusione verbale, ma decisamente estranea anche all’accezione più lata di letteratura» (2023, p. LXXV), e ci viene fatto notare che il «testo» al quale come lettori dovremmo fare riferimento non è quello del Meridiano, ma quello televisivo, che ci è facile ritrovare su Youtube: 

Così com’è Quad non ha bisogno di essere tradotta, ma di essere rimessa in funzione, il che trasforma inopinatamente persino il libro che avete fra le mani: perché se il vero testo della pièce in questione è quello che ciascuno può trovare in rete, e la sceneggiatura qui ospitata è solo un invito alla visione, allora questo volume rischia di essere suo malgrado ‘arricchito’ o ‘accresciuto’ o ‘aumentato’, rimandando a un contenuto multimediale che amplia l’esperienza della sua lettura. (ivi, p. LXXVIII) 

Quad, opera non tra le più note di Beckett, è però anche per questo il punto ideale di partenza per sottolineare uno degli aspetti più evidenti del volume: in maniera forse intimamente contraria alla collana che lo ospita, questo Meridiano non monumentalizza l’autore irlandese o la sua opera, ma la rilancia, si pone come punto di partenza, non come punto di arrivo. D’altronde, con Beckett, non si può far altro che finire ancora. Il territorio da esplorare è quello della «Galassia Beckett» che dà anche il titolo all’introduzione, della quale Frasca presenta con disinvoltura e senza pedanteria le stelle fisse e i pianeti minori: editori, accademici, attori, registi, collaboratori di passaggio e presenze costanti – spesso giovani, si sottolinea – arricchiscono il ritratto dello scrittore e non solo ricevono un adeguato riconoscimento, ma anche contribuiscono a confermare nel lettore la consapevolezza che la letteratura, non meno delle altre arti, è attività collettiva, fatta di intrecci e dosi certe di casualità. E ciò è particolarmente vero per il Beckett che esplora i mezzi d’espressione letteraria e non: nella televisione, così come in tentativi come Film, Beckett si prefigge «sul serio di perseguire un’autorialità diffusa per le opere audiovisive supportate dai media elettrici» (ivi, p. LXXVII) e Frasca è molto attento a nominare e tratteggiare i protagonisti di questa funzione autoriale.

Pur essendo Beckett nato e cresciuto in Irlanda, e avendo studiato al Trinity College di Dublino, è difficile associare lo scrittore alla sola cultura letteraria di quell’isola, nonostante il profondo legame che ad essa lo legherà sempre, e questo anche per la nota questione linguistica. La scelta, mai definitiva, sempre negoziata, della lingua in cui scrivere, lo porterà per una lunga stagione a preferire il francese, a partire dai romanzi e in maniera quasi antagonista verso la respingente scena letteraria anglofona. In questo, a ben vedere, gli inizi di Beckett forse ricordano anche un altro strepitoso romanziere suo conterraneo, Flann O’Brien, la cui carriera fu pure danneggiata dalla Seconda guerra mondiale e che si rifugerà molto spesso nella seconda lingua, nel suo caso, l’irlandese.

Nell’introduzione, Frasca arriva a sottolineare quanto la svolta linguistica di Beckett fosse iniziata già prima della guerra, non solo con la traduzione in francese di Murphy, ma anche con alcune poesie scritte direttamente in quella lingua. È da quegli anni che parte il suo equilinguismo – il termine che impiega il curatore è senz’altro più pregnante di multilinguismo –, il «paradossale sistema beckettiano a doppio originale» (ivi, p. XXII) che si manifesta in prima battuta nell’uso del francese, una lingua scelta senz’altro per un groviglio di motivazioni, dall’ideale dell’assenza di stile, al carattere cosmopolita della lingua di Parigi e perché, come argomenta in modo convincente Frasca, «[e]leggendo per la propria opera il francese a guerra conclusa, Beckett ha scelto in verità di dare seguito alla lingua del suo impegno intellettuale e politico» (ivi, p. XXXV). A partire dal 1941, infatti, la traduzione si era rivelata attività non solo creativa e letteraria, ma politica e partigiana per il Beckett coinvolto nella resistenza francese, traduttore di messaggi riservati, assieme ad Alfred Péron, con il quale era contestualmente occupato a rivedere la versione francese di Murphy. Un va-et-vient tra l’impegno estetico e quello militante che rapisce la fantasia.

Se nei romanzi Beckett dà il via a quel processo di esautorazione della parola grazie al quale «rivoltò l’amato Joyce come un guanto» (ivi, p. XXV), il centro del volume è animato dall’attività teatrale e televisiva. Per la prima, Frasca sottolinea la centralità di Finale di partita e di L’ultimo nastro di Krapp, e presenta traduzioni ardite e convincenti come quella di Not I, che con bella intuizione diventa un colloquiale Mica io. Qualsiasi altro discorso più circostanziato sulle scelte traduttive rischierebbe di essere parziale e limitato. Frasca decide di volta in volta quale versione delle opere usare come testo di partenza, alternando i testi in francese e quelli in inglese, e fornendo sempre nel ricco apparato critico in fondo al volume motivazioni adeguate. La traduzione partecipa alla grande qualità del volume e sembra prediligere gli aspetti più incongrui e opachi del testo, preferendo ad esempio non tradurre, come è norma, e neppure glossare, i nomi più o meno parlanti del teatro beckettiano, forse anche per preservarne i suoni gutturali e aspri, come pure non stravolgere il testo per riprodurre un gioco di parole o un witz

Sono questi anni di grande riscoperta di Beckett, in cui anche la vita dello scrittore ha ispirato pregevoli prove narrative come Le tiers temps di Maylis Besserie. Mi pare anche encomiabile l’attenzione ad aspetti meno noti della sua attività di scrittore, grazie anche ad Adelphi, che sta coraggiosamente presentando i ricchissimi volumi delle lettere, curati da Franca Cavagnoli e nella traduzione prima di Massimo Bocchiola e poi di Leonardo Marcello Pignataro. È una fortuna che al lettore italiano venga offerta, con questo Meridiano, una scelta così unica e attenta, rigorosa ma anche innovativa e destabilizzante delle opere di un autore ancora così sorprendente.

Gli sviluppi e i passaggi della carriera di Beckett sono molto ben delineati nell’introduzione di Frasca, che parte quasi in sordina, informata e chiara, e che nell’andare avanti si complica, si innerva, si avvicina forse alla materia beckettiana anche nello stile, svelando la pregnanza dell’incontro fortunato e febbrile tra l’interprete, il riscrittore e l’autore, suggerendo ulteriormente al lettore, se ve ne fosse bisogno, che da Beckett non si esce indenni.

Samuel Beckett, Romanzi, teatro e televisione, Mondadori, Milano 2023.

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