Gli ultimi anni della nostra storia di esseri umani hanno conosciuto l’identificazione del bosone di Higgs, l’avanzamento dell’immunoterapia contro i tumori, il progresso dell’intelligenza artificiale, la creazione del primo cromosoma sintetico e la (altrettanto degna di attenzione) tendenza a usare casualmente parole o espressioni prese da lingue straniere che non padroneggiamo affatto perché, si dice, “il termine in italiano non mi viene”.
La psicoanalisi, su questo, ha molto da insegnarci. Ma non perché conosca le misteriose ragioni che animano una simile, apparentemente gratuita tendenza. Piuttosto, perché i primi ad avere fatto ricorso a questo bieco meccanismo, forse (potrebbe non essere vero, ma pazienza), sono stati proprio gli psicoanalisti americani: molti di loro non masticavano per nulla il tedesco, eppure, per incorniciare il fine dell’analisi, declamavano (e alcuni declamano tuttora) con tono solenne, quasi da podcast, che Wo Es war soll Ich werden: che là dove era l’Es deve subentrare l’Io. Che l’Io, principio di sintesi, di ragione, di misura, deve piantare il proprio vessillo là dove regna il caos degli istinti, l’anarchia delle pulsioni, l’eccesso degli appetiti. Come se, ribaltando gli originari propositi freudiani, la psicoanalisi non servisse a dare la parola all’inconscio, quanto piuttosto a imporre a quest’ultimo il vocabolario ristretto della coscienza.
Occorre dire che Freud in questa sorta di metafora da conquistadores ci ha messo del suo. Perché quando ci presenta la nota formula lo fa probabilmente con il più fraintendibile degli esempi: paragona l’analisi dell’inconscio al prosciugamento dello Zuidersee (pardon, il termine in italiano non mi viene), l’insenatura olandese liberata dalle acque del mare del Nord nel 1932 e successivamente destinata allo sviluppo agricolo.
Da quel momento in avanti, la voce della coscienza civile, retta e responsabile, prevarica bruscamente su quella presuntamente barbarica dell’inconscio. La ligia e docile ragione diventa il modello della rettitudine morale da opporre alla trasgressione connaturata dell’Es, la nostra alterità selvaggia, rozza, che non lavora e non rende ma al massimo, diceva qualcuno, “caga e fotte” tutto il tempo. Una palude rozza e putrida, che se riconvertita alle leggi del progresso e della civilizzazione potrebbe tramutarsi in un terreno fertile, un prezioso alleato, una risorsa compiacente.
Lacan di questa formula ci fornirà una parafrasi del tutto differente, che invertirà il rapporto tra le parti facendo dell’Io l’inquilino abusivo della psiche, e dell’inconscio il depositario che non sloggia e non lesina concessioni. Se qualcuno deve sloggiare, o quanto meno adattarsi senza possibilità di mediazione, quel qualcuno è proprio l’Io, e non certo l’inconscio. È l’Es, nella lettura di Lacan, ad attirare a sé la coscienza. E man mano che si immerge nel pantano dell’Es, l’Io si imputridisce. La palude non si lascia bonificare e non ci risponde. Al massimo, una volta che ci ha attirati nelle sue acque, ci interpella: Che vuoi?
Ma perché attendere Lacan quando in realtà la stessa cultura di massa statunitense si era già attrezzata per rifilare una – quantomeno involontaria – stoccata al buon senso psicoanalitico? Nello stesso periodo in cui certi missionari americani si premuravano di bonificare l’inconscio di milioni di persone per ammansirlo alle edificanti logiche del capitalismo, usciva nelle sale americane Il mostro della laguna nera (1954), un film di Jack Arnold che di lì a poco sarebbe diventato opera di culto dell’orrore e della fantascienza, e che forse proprio a causa di questa sua doppiezza avrebbe finito per rimanere nel limbo dei classici conosciuti ma dimenticati. Una di quelle opere d’archivio di cui tutti sarebbero in grado di parlare, ma che la maggior parte di noi probabilmente non ha mai visto.
La sinossi ripercorre pressoché alla lettera il motto freudiano: un gruppo di scienziati si inoltra nella foresta amazzonica a caccia di fossili preistorici, finché non si imbatte in una creatura anfibia ignota, il Gill-man, un essere mezzo uomo e mezzo pesce sopravvissuto intatto per millenni nella laguna nera. I nostri catturano il mostro e si fanno mille programmi su come tramutarlo in un’attrazione di massa. Quando tuttavia il piano si complica e l’unica soluzione plausibile che rimane loro è di darsela a gambe dalla palude, si accorgono che il mostro li ha silenziosamente intrappolati nel suo habitat. Poco importa se alla fine i nostri riescano a uscire dalla situazione con il metodo a loro più congeniale (i fucili, ovviamente). Il messaggio di fondo della trama rimane lì per chi ha occhi per vedere: il tentativo umano di civilizzare l’eccesso che lo circonda, di rendere ragionevole l’inumano, è una forma di violenza che chiama a sé soltanto altra violenza. E vergogna, se va bene.
E se la soluzione del film di Arnold vi dovesse sembrare ancora troppo di compromesso, sappiate che, a settant’anni di distanza, il mostro è tornato, e lo ha fatto senza sfigurare affatto: Saldapress ha da poco aggiunto alla sua collana di graphic novel Universal Monsters il volume pluriautoriale Il mostro della laguna nera. Una versione che omaggia certamente il classico, che è sempre di stampo statunitense ma che si dimostra interessante proprio per questo. Opera alla mano, sembra infatti che Watters & co. si siano fatti carico – volutamente oppure no – di quei resti ideologici e storicamente datati che ingarbugliavano l’opera di Arnold per attutirne il carattere ambiguo, se non addirittura obsoleto per i nostri tempi. Un revisionismo lecito e rispettoso, che non stravolge e non sa di bieco moralismo. E che con (doverosa) umiltà cerca di elaborare quanto il capolavoro cinematografico aveva lasciato in sospeso.
Stesso setting, diverso intreccio: a decenni di distanza dai fatti originali, la giornalista Kate Madsen si mette sulle tracce del serial killer che l’ha quasi uccisa, il terribile Collier, nel frattempo rifugiatosi nel grembo dell’Amazzonia per reinventarsi mercenario. Laddove il film inscenava la lotta impari tra l’uomo e la natura, tra l’espansionismo suicida e l’ignoto che non si lascia scrutare, qui il corpo a corpo si gioca tutto nel teatro hobbesiano delle vicende umane, con la palude che fa da vera e propria ragione inconscia, entità viva che rigetta su chi la attraversa il fardello del proprio rimosso. L’ultimo Lacan ci ricordava che chi si sottopone ad analisi con il proposito di conquistare l’inconscio ne viene fuori una canaglia. E vedendo Collier autoproclamarsi il nuovo mostro della laguna e tramutare la palude in una sorta di franchise del crimine, i conti tornano. Come preda di un delirio di onnipotenza, l’uomo indottrina i malviventi della landa, cerca di trasformare il suo terreno palustre in un’impresa di guerrafondai.
Difficile non leggere nella sua figura un omaggio al colonnello Kurtz di Apocalypse Now, seppur filtrato da un manicheismo di fondo che ci ricorda continuamente quale sia il confine netto tra il bene e il male, l’eroina e lo scellerato. Collier è infatti talmente preso dal suo desiderio di tramutarsi in mostro che quasi si dimentica di Kate, perché oltre a giustificare i propri mezzi, il diavolo ha la memoria corta. Così corta da perdere di vista l’esistenza di ciò che lo sovrasta: un mostro vero, che non blatera e non improvvisa, ma osserva in silenzio e si prepara ad attaccare. Dopo una discesa nelle acque che la riporta a tu per tu con i propri fantasmi inconsci, Kate scova finalmente Collier. Peccato che sottostimi la situazione, e che il killer prevarichi fin troppo facilmente su di lei, lasciando tutti gli onori del lieto fine all’intervento del Gill-man.
Un finale non da capogiro, che però ci fornisce il giusto risvolto etico della formula di fine analisi: il fatto che la vendetta non sia né appagante né catartica, ma un puro mezzo di compromesso per ovviare al confronto più scomodo per eccellenza. Tu che ti sei trascinato fin qui come una “creatura triste”, tu che credevi di andare a caccia di mostri per appagare la tua voglia di rivalsa, tu che non sei disposto ad ascoltare ma solo a uccidere, che vuoi veramente? Alla fine, ha ragione Ram, uno degli autori del graphic novel, quando nota nella Postfazione che la “Storia del Mostro” è ed è sempre stata “la storia della paura di noi stessi”.
D. Watters, Ram V e M. Roberts, Il mostro della laguna nera, Saldapress, Reggio Emilia 2025.