C’è una domanda che attraversa Ritorno al Tratturo e che è difficile evitare: come si scardina la logica per cui, in certi luoghi, «ognuno si salva da solo»? Il film di Francesco Cordio non parte da una risposta, ma da uno spostamento dello sguardo. Ci porta dentro un’Italia raccontata come vuota, marginale, lontana (Tantillo 2023). E invece, passo dopo passo, mostra che quel vuoto non è mai davvero vuoto.

I tratturi – le grandi vie erbose della transumanza – non erano semplici sentieri. Erano infrastrutture vive: collegavano territori, economie, stagioni. Prima ancora che paesaggio, erano un modo di organizzare il mondo. Il film riparte da qui: non da una nostalgica visione, ma da una linea concreta che attraversa il presente e ricuce ciò che oggi appare frammentato. È proprio la voce narrante di Elio Germano a riportare il tratturo alla sua dimensione concreta. Non come immagine lontana, ma come infrastruttura viva: una rete che per millenni ha messo in comunicazione territori e comunità, un corridoio verde capace di attraversare l’Appennino e collegare regioni, economie, stagioni:

Il tratturo […] Era l’arteria principale della transumanza, il movimento stagionale delle greggi che i pastori compivano due volte l’anno, spostandosi a piedi tra le zone montane e quelle più temperate. Il tratturo non era soltanto una via per gli animali, ma il cuore pulsante della civiltà pastorale del sud Europa. Su questi percorsi si muovevano anche uomini, idee e conoscenze: un flusso continuo di notizie, merci e saperi che raggiungeva persino i villaggi più isolati. Oggi, però, molti tratturi sono abbandonati, privatizzati o interrotti; nel migliore dei casi, sono stati riconquistati dalla vegetazione spontanea, non più attraversata dalle greggi.

Dentro questa descrizione c’è già tutto: abbandono, memoria, possibilità. Guardando il film, viene un dubbio semplice: e se il problema non fosse la mancanza, ma il modo in cui guardiamo questi territori? Spesso li osserviamo attraverso categorie prefabbricate – numeri, etichette, indicatori – costruite da chi (forse) non li ha nemmeno mai attraversati. I dati arrivano prima dell’esperienza e finiscono per definirla. Il documentario tiene insieme due piani: da una parte le storie, i corpi, i gesti; dall’altra le politiche, le statistiche, le narrazioni istituzionali. Non li concilia: li affianca, lasciando che si disturbino. È in questa frizione che emerge qualcosa di essenziale. Non un difetto, ma la condizione stessa di questi luoghi: vivere e, insieme, dover continuamente giustificare il proprio diritto a esistere (Teti 2022). 

A un certo punto compare un’altra immagine del Molise, quella istituzionale: pulita, ordinata, promozionale – fatta di borghi restaurati, paesaggi incontaminati e narrazioni turistiche levigate. Non è falsa, ma è incompleta, perché lascia fuori le fratture, lo spopolamento e le forme di marginalità che il documentario invece porta in primo piano.

Avete sentito ogni tanto un’altra voce, un’altra immagine: pulita, luminosa, ordinata. È Il prodotto Molise, quello che si racconta dalla vetrina. Perfetto, felice, in vendita. Ma non è un errore. Non è un guasto. È la fantasia che irrompe nella realtà ed è parte di questa storia.

Il film non la smentisce: la mette accanto alla quotidianità fatta di fatica, carenza di servizi, ostinazione. Non è uno scontro tra vero e falso, ma tra due modi di raccontare lo stesso luogo (De Gaetano et al. 2023). In questo senso, Ritorno al Tratturo evita una trappola molto comune. Non trasforma questi territori in immagini da contemplare o in oggetti di consumo (Barbera et al. 2022). Non li rende belli nel senso facile del termine. Non rallenta lo sguardo per farli diventare poesia. Perché qui la lentezza non è pace. È attesa, è difficoltà, è conflitto. Il film rinuncia agli effetti e lascia parlare la realtà. Anche la presenza di Elio Germano non introduce una distanza, ma accompagna il racconto senza sovrastarlo, restando aderente ai luoghi e alle storie. E forse è proprio questa scelta a rendere il film così diretto.

Ne emerge una rete fragile ma concreta: comunità che si costruiscono, persone che restano o tornano, tentativi di inventare forme di vita condivisa. “Nessuno si salva da solo” non è uno slogan, ma una necessità. Il nodo non è quindi solo economico o demografico. È uno sguardo. È il modo in cui raccontiamo questi luoghi – e quindi decidiamo se esistono oppure no (Cimatti 2025). Il film non costruisce eroi. Incontra vite normali dentro condizioni non normali. Quando a venticinque anni parti perché mancano lavoro e servizi, non è una scelta: è una risposta a una mancanza. Anche il ritorno cambia significato: non è un gesto straordinario, ma un diritto. Il diritto di poter scegliere dove vivere senza che quella scelta sia già compromessa. Un diritto che, in molti casi, viene meno.

In questi territori non esiste quella “vita lenta” che siamo convinti di trovare quando scappiamo dalle città. L’unica cosa lenta nelle aree interne è la burocrazia. Il resto è lavoro continuo, relazioni, tentativi. Eppure, chi ci vive interiorizza spesso l’idea che il meglio sia altrove, che il centro sia sempre fuori. Anni fa qualcuno mi chiese: “Non ho mai capito perché voi del sud venite a lavorare al nord”. Oggi quella frase suona diversa. Presuppone che partire sia una scelta e restare un’opzione. Ma spesso è il contrario. Ritorno al Tratturo lavora su questo scarto: non denuncia in modo diretto, ma rende visibile una condizione. Territori non vuoti, ma resi invisibili perché non rientrano nei criteri con cui misuriamo il valore.

Molte migliaia di anni fa abbiamo voltato le spalle alla foresta per coltivare i campi, oggi lasciamo i campi per andare in città. Questa cosa ci sta rendendo più liberi o più poveri?

Verso la fine, dopo aver attraversato le storie e le voci di chi quei luoghi li vive ogni giorno, è la voce narrante a porre una domanda: «che paese vuoi?». Non è una chiusura, ma un passaggio: nasce da ciò che abbiamo appena ascoltato e finisce per chiamare in causa anche lo spettatore, spostando lo sguardo dal luogo in sé al modo in cui lo guardiamo, lo attraversiamo e lo raccontiamo. Forse il punto non è dimostrare che il Molise esiste. Forse il punto è capire perché continuiamo a non vederlo.

Riferimenti bibliografici
F. Barbera, D. Cersosimo, A. De Rossi (a cura di), Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi, Donzelli Editore, Roma 2022.
F. Cimatti, Nella giornata più calda dell’anno. Attraversando il Sud, Donzelli Editore, Roma 2025.
R. De Gaetano, D. Dottorini, N. Tucci (a cura di), Il paesaggio degli autori. Cinema e immaginario meridiano, Pellegrini Editore, Cosenza 2023.
F. Tantillo, L’Italia vuota. Viaggio nelle aree interne, Laterza, Roma-Bari 2023.
V. Teti, La Restanza, Einaudi, Torino 2022.

Ritorno al tratturo. Regia: Francesco Cordio; sceneggiatura: Gemma Barbieri, Francesco Cordio, Elio Germano, Filippo Tantillo; fotografia: Fabio Paolucci; montaggio: Gemma Barbieri; musiche: Luca Bussoletti, Francesco Arpino; interpreti: Elio Germano, Filippo Tantillo; produzione: Own Air; origine: Italia; durata: 55′; anno: 2026.

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