Diritto e Disciplina
avrebbero dovuto liberarci
dall’incombenza della sensibilità
La grazia, Paolo Sorrentino
“La domanda è solo una, papà: di chi sono i nostri giorni?”. In questa interrogazione, che ha la forma di una provocazione filiale, ma il peso di una questione pubblica, si condensa il nucleo tematico di La Grazia (2025), undicesimo film di Paolo Sorrentino e settima collaborazione con Toni Servillo.
Al centro del racconto c’è Mariano De Santis, Presidente della Repubblica italiana, figura di rigore assoluto e di apparente inattaccabilità istituzionale, giunto agli ultimi mesi del suo mandato, il c.d. “semestre bianco”. Si tratta di un uomo segnato da un lutto mai davvero elaborato, legato a una visione cattolica dell’esistenza (sebbene riveli più volte di addormentarsi durante la preghiera) e a un’idea del diritto come costruzione razionale e granitica, qualità che gli hanno valso nel tempo l’appellativo di “Cemento armato”. Attorno a lui gravitano due figli che rappresentano traiettorie opposte: Dorotea, giurista come il padre, presenza costante e rassicurante anche nelle attenzioni quotidiane e Riccardo, musicista lontano, che ha scelto una vita e un linguaggio estranei all’orizzonte paterno.
È proprio in questa fase conclusiva del suo incarico che la compattezza di De Santis inizia a incrinarsi. Il Presidente è chiamato, infatti, a pronunciarsi su due richieste di grazia che, pur formalmente distinte, condividono un medesimo sfondo tematico: la morte inflitta per pietà. La prima riguarda una donna che ha ucciso il marito nel sonno dopo anni di violenze e sopraffazioni; la seconda concerne un uomo che ha posto fine alla vita della moglie, affetta da Alzheimer in fase avanzata, assumendosi consapevolmente la responsabilità del gesto. In entrambi i casi, la grazia, in quanto istituto giuridico (di cui all’art. 87, comma 11, Cost.), non interviene sull’accertamento della colpevolezza, ormai definitivo, ma sull’esecuzione della pena, chiamando il Capo dello Stato a valutare se la risposta punitiva dell’ordinamento possa o debba arretrare di fronte a una sofferenza che ha trasformato l’atto criminoso in un gesto percepito come estremo e, per alcuni, compassionevole.
Queste richieste di clemenza non sono, tuttavia, episodi isolati, ma costituiscono il terreno su cui si innesta il dilemma principale. Le grazie, infatti, anticipano e preparano il confronto con una questione più ampia e sistemica, che attraversa l’intero film come una linea sotterranea: il diritto all’eutanasia. Quando De Santis è chiamato a decidere se promulgare la legge appena approvata dal Parlamento, che disciplina la c.d. “dolce morte” in presenza di condizioni rigorosamente determinate, il conflitto non è quindi più circoscritto al singolo caso, ma investe l’ordinamento nel suo complesso. In questo senso, le richieste di grazia funzionano come una sorta di prova generale del problema eutanasico, costringendo il Presidente a misurarsi, prima sul piano individuale e poi su quello normativo, con il medesimo interrogativo: fino a che punto lo Stato può continuare a punire o a proibire condotte che nascono dalla volontà di porre fine a una sofferenza percepita come insopportabile?
È in questo snodo che la pellicola compie un decisivo scarto, trasfigurando il travaglio individuale del Presidente in una riflessione più ampia sull’ordinamento italiano, sul ruolo del legislatore e sui limiti dell’intervento penale nelle scelte di fine vita. Le decisioni presidenziali (pur accompagnata da non poche “licenze giuridiche”, che meritano senz’altro più diffusa trattazione critica) diventano il punto di convergenza tra tutela della vita, autodeterminazione e dignità della persona, richiamando il persistente vuoto normativo e il lungo contenzioso giurisprudenziale che ha supplito all’inerzia parlamentare (si pensi ai casi Welby, Englaro, e in ultimo Cappato/DJ Fabo).
Muovendo da questa prospettiva, La grazia riporta al centro del dibattito (non solo giuridico) l’assenza di una disciplina organica sull’eutanasia, lasciata sospesa tra tutela della vita, autodeterminazione individuale e responsabilità penale. Nel linguaggio giuridico e biomedico contemporaneo, infatti, l’eutanasia non designa una generica “morte dolce” (dal greco εὖ (“bene”) e θάνατος (“morte”), inteso come “buona” o “dolce morte”), bensì una “condotta attiva finalizzata a provocare direttamente la morte del paziente su sua richiesta” (Comitato Nazionale per la Bioetica, 2016). Ed è proprio l’attribuzione a un terzo (di regola afferente al personale medico/sanitario) del potere di causare l’evento letale a distinguere l’eutanasia da altre pratiche di fine vita, quali il rifiuto dei trattamenti sanitari o il suicidio medicalmente assistito, che, a carte condizioni, risulterebbe comunque ammesso (si v. Corte cost., n. 242/2019).
La decisione finale sulla legge, allora, non appare come un atto isolato, ma come l’esito coerente di un percorso che ha già messo in crisi la tenuta morale del diritto penale di fronte al tema della morte per compassione. Il legislatore italiano, infatti, in materia di fine vita, si è fino ad oggi mosso lungo la direttrice di un cosiddetto diritto mite senza tuttavia sciogliere i nodi più problematici che si collocano nel fragile confine tra il legittimo rifiuto dei trattamenti sanitari e le condotte di matrice eutanasica penalmente rilevanti. Le disposizioni vigenti (si v. in particolare la l. n. 219/2017 sulle D.A.T e Consenso informato) lasciano infatti irrisolta la linea di demarcazione tra l’esercizio dell’autodeterminazione terapeutica e fattispecie tuttora presidiate dal diritto penale, quali l’omicidio del consenziente (art. 579 c.p.) e l’istigazione o l’aiuto al suicidio (art. 580 c.p.), rispetto alle quali il legislatore ha scelto di mantenere intatta la risposta sanzionatoria, limitandosi a configurare una causa di non punibilità per il medico che dia esecuzione alle disposizioni anticipate di trattamento, circoscritta ai soli atti riconducibili alla sfera di disponibilità decisionale del paziente.
In tale quadro già di per sé complesso, la pellicola di Sorrentino introduce poi un ulteriore livello di riflessione, offrendo, nell’ottica della querelle “pro-life”/ “pro-choice”, anche il punto di vista della Chiesa e, in particolare, della dottrina cattolica, non già come elemento esterno o meramente simbolico, bensì quale interlocutore attivo del potere pubblico. De Santis, come si è detto, è un cattolico dichiarato, attraversato da un conflitto di coscienza che lo induce a guardare con estrema cautela alla legge sul fine vita e a cercare conforto, non a caso, nel confronto diretto con il Sommo Pontefice. Quest’ultimo, tuttavia, è tratteggiato attraverso una cifra marcatamente sorrentiniana, quasi straniante (non dissimile, in questo senso, da altre figure clericali già viste in Parthenope e The Young Pope): un Papa nero, dai tratti eccentrici, che irrompe nella scena istituzionale con un’estetica volutamente dissonante e un registro discorsivo allusivo, per poi allontanarsi in solitudine, lasciando il Presidente privo di indicazioni realmente dirimenti.
La funzione del Papa, rappresentato come consigliere amicale del Capo dello Stato, trascende così la dimensione personale per assumere un valore eminentemente simbolico, quale portatore di una visione etica coerente e radicata in una concezione della vita umana indisponibile e sottratta a logiche di bilanciamento utilitaristico. Tuttavia, nel dispositivo narrativo del film, tale visione non viene sviluppata in forma argomentativa compiuta, rimanendo confinata in un registro evocativo che ne accentua la distanza rispetto al linguaggio della razionalità giuridica e del dibattito pubblico. La presenza del Papa nel processo decisionale presidenziale non si traduce, infatti, in una indebita ingerenza confessionale, ma si colloca piuttosto sul piano del dialogo tra ordinamenti, evocando quel rapporto storicamente stratificato tra diritto statuale e “magistero morale” che, nel contesto italiano, continua a esercitare un’influenza significativa sulle scelte legislative in materia di bioetica. In questo senso, la Chiesa non viene rappresentata come un soggetto normativo alternativo, bensì come una voce di sottofondo che richiama costantemente il fondamento antropologico della tutela della vita, opponendo alla logica dell’autodeterminazione assoluta una concezione relazionale e trascendente della persona.
È proprio attraverso tale confronto che il film rende evidente la tensione, mai del tutto risolta, circa il peso culturale di una tradizione cattolica che continuerebbe ad orientare il dibattito pubblico sui temi del fine vita in Italia. La dialettica tra il Presidente e il Papa diventa così la cartina tornasole della difficoltà del diritto positivo di governare questioni che toccano il limite estremo dell’esistenza umana, rivelando l’impossibilità di prescindere dal contributo delle visioni etiche e religiose che attraversano la società contemporanea. Arrivando a conclusione, la nuova pellicola di Sorrentino, amplia ulteriormente il proprio orizzonte, mostrando come la decisione sul fine vita non sia soltanto il risultato di un bilanciamento giuridico tra principi costituzionali, ma anche l’esito di un confronto tra diverse concezioni dell’uomo, della sofferenza e della responsabilità, che il diritto, da solo, fatica a ricomporre in un quadro normativo unitario. Ebbene, letto in questi termini, La Grazia non si limita a raccontare il dramma intimo di un uomo di potere, ma apre a una domanda che eccede il perimetro del film stesso: fino a che punto il diritto può e deve disciplinare la sofferenza, e quale spazio resta alla responsabilità individuale quando la legge tace o arriva in ritardo. Il percorso di De Santis diventa così la lente attraverso cui il regista osserva un ordinamento sospeso tra norma e compassione, tra certezza giuridica e coscienza individuale, lasciando allo spettatore (e al giurista) il compito di misurarsi con una questione che resta, ancora oggi, radicalmente aperta.
Riferimenti bibliografici
F. Vigni, La maschera, il potere, la solitudine. Il cinema di Paolo Sorrentino, Aska Edizioni, Montevarchi 2014.
A. Sainati (a cura di), Vero, falso, reale. Il cinema di Paolo Sorrentino, Edizioni ETS, Pisa 2019.
C. Tripodina, Eutanasia (voce), in S. Cassese (a cura di), Dizionario di Diritto pubblico, Giuffré, Milano 2006.
C. B. Ceffa, Obiezione di coscienza e scelte costituzionalmente vincolate nella disciplina sul “fine vita”: indicazioni e suggestioni da una recente giurisprudenza costituzionale, in Nomos. Le attualità del diritto, 1, 2021.
La grazia. Regia: Paolo Sorrentino; sceneggiatura: Paolo Sorrentino; fotografia: Daria D’Antonio; montaggio: Cristiano Travaglioli; interpreti: Toni Servillo, Anna Ferzetti, Orlando Cinque, Massimo Venturiello, Milvia Marigliano, Giuseppe Gaiani, Linda Messerklinger, Vasco Mirandola; produzione: Fremantle, The Apartment, Numero10; origine: Italia; durata: 133’; anno: 2025.