Nei giorni seguiti alla morte di Pippo Baudo abbiamo assistito alla messa in scena di un copione ormai rodato quando si parla della scomparsa di un protagonista della cultura di massa. Tra i bilanci degli studiosi, le analisi dei critici e i ricordi aneddotici di amici e colleghi, i commenti hanno spesso faticato a emanciparsi dalla propria personale esperienza di vita, e dalla più generale tendenza a portare acqua ai propri mulini: si parla dunque di Pippo Baudo per parlare di altro, come spesso si parla di televisione per parlare di politica, di società, di sé stessi. Baudo viene inteso come rappresentante di una stagione politica passata (positiva o negativa), forzando un po’ la chiave di lettura della “relazione fatale” tra tv e politica italiana, che vede la prima come emanazione quasi esclusiva della seconda. Oppure, con l’insistenza sul Baudo nazionalpopolare riemerge la figura retorica della tv “specchio della società”, anche questo un luogo comune comodo e spesso equivocato, che rende il conduttore il modello di un paese da rimpiangere o addirittura da condannare. Se le agiografie al massimo risultano stucchevoli, le sopravvalutazioni in negativo del baudismo, invece, sembrano paradossalmente rafforzarne il monumento, attribuendo all’individuo e alla sua tv un potere e un’influenza eccezionale che supera le fantasie degli apologeti. Dopotutto, come ricorda in The Young Pope il Cardinale Angelo Voiello (Silvio Orlando), i libri scritti contro di te dai tuoi più acerrimi critici “sono i migliori: da famoso ti fanno diventare leggenda”.

Spesso però ci si dimentica che la tv è un medium “mediato”, che è parte del paese, lo riflette in parte e lo influenza in parte; e soprattutto, ci si scorda che non tutti gli spettatori sono per forza o apocalittici o integrati. Anzi, forse a molti di Baudo interessava il giusto, e la sua tv si guardava anche sonnecchiando, cenando, o tanto per stare in compagnia. La forza del piccolo schermo stava (sta) nell’essere un medium banale, quotidiano e domestico, il cui principio di autorità, dalla fine degli anni settanta, è sempre più relativo. Si può provare più o meno trasporto per Sanremo, si può seguire Fantastico per svariati motivi che dipendono dai contesti e dagli individui: la noia, la lotteria, l’amore per la musica popolare, la presenza di un comico amato, le gambe di Lorella Cuccarini, la volontà di sentirsi inclusi nelle chiacchiere della pausa pranzo, l’assenza di un’offerta culturale migliore. Si guardava Baudo anche senza il timore di andare a letto comunisti e svegliarsi democristiani, senza l’ansia di ritrovarsi baudisti per il solo fatto di aver visto Luna park: si può sempre cambiare canale, alzare e abbassare il volume, spegnere la tv.

Forse Baudo garantiva tutto questo, e in questo “esserci” stava la sua vera forza. Non è questione di minimizzare gli aspetti deteriori delle ideologie di cui era espressione, o negare gli effetti negativi della sua presenza saturante sugli schermi (e nel backstage). Piuttosto, si tratta di comprendere Baudo in relazione alla tv e lo spettacolo televisivo, dei quali è stato spesso descritto come sineddoche. Egli incarnava i tratti della celebrità televisiva, normale, discreta e quotidiana, il conduttore che tiene il filo ma che si deve anche ridimensionare per fare spazio a tutti gli altri ospiti. Per comprenderlo meglio, infatti, possiamo prendere come esempio il rapporto di Baudo con uno dei linguaggi cruciali dell’intrattenimento, la comicità, e i suoi artefici, i comici, con i quali egli ha giocato molte volte, ridimensionando costantemente sé stesso.

Baudo si è fatto spesso complice e bersaglio consenziente del genere comico. All’inizio del 1972, sfoggiando un raro paio di baffi, è ospite nel varietà Sai che ti dico? condotto da Vianello, Mondaini, Zanicchi e Minoprio. Nel finale della sesta puntata Vianello lo invita malignamente a presentare lo show come se si trattasse di un suo spettacolo. Dopo averlo fatto, Baudo si becca una bella torta in faccia: la gag bonaria riflette il disagio di Vianello e di molti altri nei confronti delle buone maniere e delle frivolezze del varietà tradizionale, le cui logiche iniziano a stare un po’ strette. Alla fine dell’anno, infatti, la Canzonissima condotta dal nostro assieme all’esordiente Loretta Goggi riceve moltissime critiche, nonostante il successo di pubblico. Complice il clima di austerità, nel 1973 Canzonissima viene retrocessa alla domenica pomeriggio, sempre con Baudo alla conduzione.

Arriviamo poi nel pieno della riforma della Rai, quando la comicità della Rete 2, alternativa “competitiva” a trazione socialista, intraprende una strategia della distinzione nei confronti della prima rete, più popolare e a trazione democristiana. Il 9 ottobre 1977 va in onda a L’altra domenica un servizio sulla Festa dell’amicizia, organizzata dalla Dc a Palmanova. La troupe del programma cattura con sguardo ironico le attività dei militanti, compreso un Pippo Baudo “superstar” (come lo chiama ironicamente il conduttore Renzo Arbore) che apre lo spettacolo serale in maniera un po’ impacciata, chiedendo il tifo dal pubblico – “Pipp-oh, Pipp-oh” – spiegando di essersi vestito di bianco in omaggio al colore del partito, e promettendo ai sostenitori dello scudo crociato uno spettacolo ricchissimo con “donne bellissime”. I volti storici della Rete 1 non si lasciano però intimorire dall’irriverenza della seconda rete, che dissacra le loro star e i loro formati. Proprio Baudo sarà in prima linea nel rimpinguare le scuderie comiche dell’ex Programma nazionale con nuovi volti scovati nel cabaret e di cui si circonderà negli epigoni pomeridiani di Canzonissima, e poi nelle varie edizioni di Fantastico, Domenica in e Sanremo, fino ad arrivare ai game show e agli spettacoli degli anni novanta e negli anni dieci del nuovo millennio.

Intraprendere, come ha fatto Baudo, la strada del popolare e del generalismo non significa necessariamente giocare al ribasso sul comico, anzi. Il Fantastico della fine del 1986 è un caso di studio emblematico: la line-up comica procura a Baudo diverse grane, che facilitano il suo breve passaggio a Fininvest l’anno successivo. Inizia Beppe Grillo, che nel suo monologo del 15 novembre dà dei ladri ai socialisti, e anche se Baudo si dissocia le polemiche non si fermano. Nella puntata successiva, invece, il presentatore partecipa con il trio Solenghi- Lopez-Marchesini a uno sketch sullo scandalo Iran-Contras che fa infuriare la diplomazia iraniana, con i tre che interpretano rispettivamente Ronald Reagan, Khomeini e “Sora Khomeines”. Nel dibattito Fantastico entra infine anche il presidente della Rai Enrico Manca, che accusa il presentatore di fare una tv “nazionalpopolare” (in senso negativo). Baudo risponde, nella puntata del 6 gennaio, con uno humor secco: “Vorrà dire che d’ora in poi mi sforzerò a fare solo programmi regionali e impopolari”. Egli, dunque, per quanto everyman televisivo, medio e neutrale, al pari dei più anziani Corrado e Mike Bongiorno non esita ad alzare i toni contro i vertici della Rai e della politica: quando lo ritiene necessario si toglie i sassolini dalla scarpa e se ne va sbattendo la porta, perché nessuno deve mettere becco nel suo spettacolo.

I passi indietro, infatti, si fanno solo alle proprie condizioni: per i comici Baudo si fa anche comprimario, diventa spalla, facilitando piccoli momenti di satira che diventano storia della tv. L’intervista con Massimo Troisi a Domenica in del 1990 è tutta giocata sulla satira politica, col democristiano Baudo spalla di un Troisi che vorrebbe avere Andreotti come padre perché “è ingenuo […] sta da quarant’anni in Italia, son successi delitti, mafia, servizi segreti deviati e non si è mai accorto di niente”.  Se poi il Baudo del 1980 esprimeva qualche dubbio sulla mite presa in giro di Benigni nei confronti del papa, negli anni successivi aprirà più volte le porte dei suoi programmi al comico toscano, subendone le gag corporali e incoraggiandone la satira. Nel 1994, a Numero uno, egli stesso consiglia a Benigni di fare un pezzo sul neopresidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che per il comico si può battere solo con “Wojtyla segretario del Pds”, Camillo Ruini alla presidenza del partito e Joseph Ratzinger al posto di Nilde Jotti.

Incorporando la lezione dell’amico-rivale Arbore, Baudo affianca i comici nella parte del padrone di casa un po’ preoccupato, dell’istituzione Rai prudente, fintamente bacchettona e censoria. Quando arrivano i comici si muove dal centro ai lati, è il conduttore per eccellenza, che segnala la sua presenza e dirige il traffico con mano ferma, come un vigile, perché il suo compito è far transitare un po’ tutto e tutti, in un flusso ordinato e controllato. Talvolta qualcosa sfugge di mano, come Beppe Grillo, che elegge il suo “scopritore” a uno dei suoi bersagli prediletti, incalzato dall’autore Antonio Ricci, che nel libretto Striscia la tivù traccia un impietoso profilo di Baudo, permaloso e vendicativo, che certo si fa prendere in giro, ma solo sotto il suo occhio vigile. In effetti, nel suo stare (quasi sempre) al gioco, facendosi degradare intellettualmente e fisicamente mentre rimane a fianco dei comici, Baudo segnala implicitamente il proprio potere, e la propria magnanimità, nei confronti di performer che tiene sotto tutela. Incoraggia infatti le amichevoli frecciate del Trio, che da Fantastico a I promessi sposi lo coinvolgono in sketch meta-riflessivi che enfatizzano la centralità nella cultura televisiva di colui che “decise di illuminare il sabato sera, e dove c’era il buio portò la luce e dove c’era miseria portò la Parisi. E vide che ciò era Fantastico. Il settimo giorno, invece che riposare, egli creò Domenica in”.  

Eppure, la comicità ha sempre un’ambivalenza, ancor più quando traffica con i volti più celebri del piccolo schermo. Baudo diventa un tormentone, è ricorrente e ubiquo, è quotidiano e banale, e dunque sarebbe impensabile per il pubblico temerlo o prenderlo troppo sul serio: viene messo sul piedistallo ma al contempo tratto giù (ed egli stesso si tira giù) a livello dello spettatore; viene minato, anche se solo simbolicamente, nel suo ruolo di guida e mediatore. Oppure, si ritira volontariamente in secondo piano, lascia momentaneamente spazio all’ospite, e si fa più rigido e monotono per aumentare la giustapposizione comica con la controparte, valorizzandola: “un vestito che cammina”, scrive Ricci; ma a volte un abito è tutto quello che basta.

Riferimenti bibliografici
Quel che resta del nazionalpopolare, n. monografico di “Link – Idee per la televisione”, 16, 2014.
L. Barra, P. Brembilla, V. Innocenti, La televisione italiana. Storie, generi e linguaggi, Pearson, Milano 2024.
P. Baudo, La mia tv. Quarant’anni di televisione italiana, La Stampa, Torino 1996.
M. Marinello, Ridimensionare il paese nel piccolo schermo. La comicità nella storia della televisione italiana, in “Imago. Studi di cinema e media. Nuova serie”, 29, 2024, pp. 265-277, https://doi.org/10.13134/2038-5536/1-2025/19.
A. Ricci, Striscia la tivù, Einaudi, Torino 1998.

Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo, detto Pippo, Militello in Val di Catania, 7 giugno 1936 – Roma, 16 agosto 2025.

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