Maradona, il sorriso-bambino

di DANIELE DOTTORINI

In ricordo di Diego Armando Maradona.

In città è notte fonda, le luci delle case sono spente, nessuno sulla strada. Una figura furtivamente si aggira di palazzo in palazzo suonando i campanelli e scappando via. L’uomo è rapido e di notte riusciamo ad intravedere solo il suo sorriso e i suoi occhi che brillano. Brillano, come quelli di un bambino. Piano piano le luci di tanti appartamenti si accendono. Si sentono voci, si vedono persone alla finestra: l’uomo guarda in alto e il suo sorriso è ora enorme, gli occhi lucidi per l’emozione, ridenti anch’essi. Si siede sul marciapiede, soddisfatto, guardando in alto; una voce (la sua voce) recita il claim: “Svegliati Argentina, gioca la nazionale!”.

La piccola storia è quella che si vede in uno spot della televisione via satellite argentina, realizzato in occasione dei mondiali di Giappone e Corea del 2002 (che, per via del fuso orario, costringeva gli argentini a svegliarsi all’alba o a notte inoltrata per vedere le partite). Quel volto sorridente, dagli occhi pieni di vita, era il volto di Diego Armando Maradona, stupendo testimonial di quell’evento, che lì, in quello spot, recitava il suo più grande personaggio, quello che ancora lo incarna agli occhi di tutta una nazione.

Maradona il puer aeternus, il folletto ridente che solo può permettersi di giocare con un intero paese, di irridere i suoi governanti e i potenti del mondo. Maradona il folle, il pazzo, l’impertinente, Maradona che sorride senza malizia, che si diverte e ci diverte.

Maradona è uno dei pochi (eufemismo: è l’unico) veri corpi del calcio moderno, anello di passaggio, ponte umano tra l’epoca degli eroi e l’epoca delle starlettes miliardarie. Maradona è simbolo e corpo insieme, non macchina organica fragilissima, costruita e mantenuta al massimo della sua potenza da team di esperti e tecnici come i campioni attuali. Egli paga sulla sua carne e sulla sua pelle ogni scelta, non è figura irreale, non è puro segno nel mercato dei sogni effimeri.

Osvaldo Soriano, meraviglioso e dolente scrittore argentino, inizia la sua carriera come giornalista sportivo: ama il calcio, la musica, scrivere, come Julio Cortázar. Entrambi esuli a Parigi, entrambi innamorati di figure sportive eroiche e tragiche, come Monzón, o Maradona, Soriano e Cortázar amano parlare di sport. Soriano raccontava che alcuni esseri umani, come Borges o Maradona non sono di questo mondo, non giocano nello stesso nostro campionato, hanno qualcosa che li colloca al di là del nostro spazio (e proprio per questo gli perdoniamo così tanto): «Maradona è così: esiste per la gloria di Dio».

Ecco, l’eccesso, il detour, la deviazione, il movimento rapido che fa perdere l’equilibrio all’avversario, a tutta la squadra: questo era il movimento di Maradona, quello che gli consente di segnare i due gol più belli e più importanti della storia del calcio in una sola partita, contro gli inglesi, ai mondiali del 1986, pochi anni dopo una ferita non ancora rimarginata nella coscienza degli argentini: la guerra de las Malvinas.

Ecco allora il puer irridente e gioioso come un jester anglosassone rispondere così a chi gli chiedeva indignato come si fa a segnare un gol di mano: “È la mano di Dio!” rispondeva ridendo. Eppure, a cancellare ogni dubbio bastava il piano sequenza meraviglioso del secondo gol, in cui il pibe de oro dribbla tutti i giocatori avversari, compreso il portiere, quasi a dimostrare – seducente hybris – che appunto Soriano aveva ragione.

Maradona sorride, spesso e volentieri. Un sorriso che è al tempo stesso antico e giovanissimo; il sorriso di una miseria arcaica, di una sofferenza antica; il sorriso-bambino di chi schiva le avversità con i movimenti ipnotici di un genio del calcio. Maradona ride mentre racconta a Kusturica dei sei gol rifilati alla Juventus quando giocava con il Napoli: “Sai cosa significa per una squadra del Sud fare sei gol alla squadra dei padroni della Fiat?”. Maradona by Kusturica: forse l’unico film su Maradona di cui resterà qualche traccia, anche semplicemente per il fatto che il regista bosniaco accetta qui di mettersi in gioco, letteralmente di giocare con il bambino d’oro, non di farne un ritratto o di crearne una rappresentazione.

Maradona è la spiegazione del perché il cinema non riesce se non in alcune rarissime eccezioni a “mostrare” il calcio, a raccontarne l’epos, il ritmo, a farlo diventare immagine. C’è qualcosa di irrimediabilmente complesso nell’immagine di una partita di calcio, in cui totale e dettaglio coincidono (per questo occorre stare in alto e non a bordo campo per vedere una partita), e questo di per sé provoca uno squilibrio, di ritmo, di découpage, che spesso il cinema non riesce a cogliere (e filma quindi il bordocampo).

Eppure Maradona è puro cinema, in molti sensi: perché crea gesti e movimenti, non li ripete, non li esegue; perché inventa il gioco, non lo ripropone. Perché in un solo piccolo e in fondo fragile corpo incarna tanti personaggi, tante narrazioni: è ribelle, anarchico, rivoluzionario, genio, artista, bambino, giullare, eroe popolare, figura tragica e comica. Come tutte le sfumature del suo sorriso.

Diego Armando Maradona, Lanús 1960 – Tigre 2020.

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