Per Bi Gan la resurrezione dello sguardo, del modo di osservare gli eventi passati e di riesumarli dall’oltretomba della Storia transita esclusivamente dal cinema. Al dispositivo-ottico per antonomasia del Novecento viene infatti assegnato, nel terzo lungometraggio del regista cinese, un ruolo sì scopico ma soprattutto archivistico, funzionale ad immagazzinare nelle onde del tempo i grandi avvenimenti del Secolo breve, mutati in parallelo alle evoluzioni di cui è stato oggetto il linguaggio filmico nel corso dei suoi primi 100 anni di vita. E in virtù di una simile sinergia, ecco che la settima arte si rivela agli occhi del filmmaker di Resurrection come un generatore di sogni: alla stregua di uno strumento onirico di cui l’uomo, l’artista o il semplice spettatore si serve per reinterpretare i miti passati (dello schermo e non) rinsaldando nel contempo la capacità dell’individuo di partorire delle visioni storicizzate di sé stesso, di ciò che collettivamente si è stati come società, partendo dalle soglie dell’immaginazione. Una premessa che secerne indubbiamente il fascino del racconto, ma anche le (innumerevoli) contraddizioni che attraversano questo processo di musealizzazione delle immagini messo in atto dal cineasta lungo tutto il corso del film.

Sin dal suo ambizioso incipit, infatti, Resurrection cerca di sovrapporre la decadenza di un mondo solo in apparenza utopico al decentramento progressivo del cinema nelle vite degli uomini. Come raccontato dal prologo, l’umanità ha finalmente scoperto la via per giungere all’immortalità, conseguita non appena gli individui hanno smesso collettivamente di sognare. Ma non tutti hanno accettato di buon grado un simile sacrificio, e quei pochi “reietti” che continuano ad abbeverarsi delle illusioni della mente (chiamati qui Deliranti) sono destinati ad inabissarsi in un lento e brutale processo di consunzione, specchio della subalternità sociale a cui i consumatori seriali di immagini illusorie (e quindi gli appassionati di cinema) sono costretti ormai a soggiacere. Proprio uno degli ultimi sopravvissuti di questa specie in estinzione – un mostro dalle fattezze simili a quelle di Nosferatu – si nasconde tra le pellicole del passato, l’unico luogo che possa ospitare i respiri finali di un relitto che ha deciso di spirare nella sola dimensione che gli permette di continuare a sognare. Ma poco prima che l’essere si dissolva del tutto, un’innominata donna (Shu Qi) rinviene magicamente nel corpo della creatura un proiettore, che utilizzerà per visualizzare sullo schermo le esistenze passate di questo moribondo cinefilo, al fine di dare una spiegazione alla sua compulsione autodistruttiva.

A questo punto il film si rivela allo spettatore attraverso un quartetto di sogni, che uniti al prologo e all’epilogo, richiamano i sei sensi ravvisabili nel pensiero buddhista (āyatana). In ogni segmento, dedicato rispettivamente alla vista, all’olfatto, all’odore, al gusto, al tatto e alla mente, Bi Gan ripercorre le varie vite dell’uomo (interpretato dalla superstar sinica Jackson Yee) passando in rassegna i codici e gli stilemi che hanno caratterizzato il cinema novecentesco tout court, qui riletti alla luce di alcuni degli snodi più significativi della Storia della Cina del Secolo scorso. Partendo infatti dalla Rivoluzione Xinhai (la rivolta che ha dato vita alla Repubblica cinese nel 1912) e dalle successive tensioni tra Kuomintang e comunisti, per poi chiudere il racconto con il rapido passaggio del paese dall’economia socialista a quella di mercato, il regista lega le trasformazioni (sociali, politiche) della sua nazione alle evoluzioni linguistiche che hanno attraversato parallelamente il dispositivo filmico: la cui vita secolare, e le immagini che ha prodotto, risultano intrinsecamente legate alla capacità degli uomini di creare miti, storie e (auto)narrazioni. Sia personali che collettivamente condivise. Ecco allora che le tappe storiche del paese estremo-orientale prendono di volta in volta forma secondo i codici del cinema muto, del noir pre-bellico o del melodramma di ispirazione wongkarwaiana. Come se Resurrection, attivando il potere immaginifico – e in parte anche mitopoietico – del mezzo filmico, sovrapponesse senza riserve le traiettorie evolutive dell’audiovisivo con i cambiamenti della Storia, trovando in questa dicotomia la potenziale immortalità dell’arte cinematografica.

È evidente, però, che la visione proposta da Bi Gan rischi di arenare il cinema in una dimensione fin troppo inerte, incongrua rispetto alla facoltà intrinseca delle immagini di anticipare, in quanto espressione delle evoluzioni tecnologiche della modernità, le vie verso cui si dirige l’iconosfera del domani. In tal senso, sembra che in Resurrection l’esaltazione del mezzo filmico coincida paradossalmente con il suo tramonto: come se il dispositivo-cardine di derivazione novecentesca, nel momento in cui viene legittimato in qualità di suprema macchina-dei-sogni, assumesse la forma di un relitto; di un monolite sì presente nelle coscienze delle persone, ma solo nelle fattezze di mero testamento di un linguaggio che – a vedere il film – pare si sia fermato alle soglie del Nuovo Millennio. Quando in realtà è proprio nelle ultime due decadi, con l’avvento del digitale e delle trasformazioni estetiche che ne stanno progressivamente cambiando le coordinate e i codici identificativi, che il racconto per immagini si sta (ri)scoprendo ogni giorno come se fosse il suo anno zero.

Una questione che diventa ancora più paradossale se si pensa che lo stesso Bi Gan, sia in Kaili Blues (2015) che in Un lungo viaggio nella notte (2018), si è fatto artefice di un modo inedito di fotografare le vite delle popolazioni meridionali della Cina, declinando le loro esistenze in spazi ipnotici e senza-tempo: dove le immagini di uomini in continuo movimento, sospesi tra gli eterei ambienti forestali che ne avvolgono spettralmente i corpi, trasfigurano la percezione del vero in sinestesia, grazie all’uso dei linguaggi (anche 3D) in termini perlopiù sensoriali e meno referenziali. Se le paragoniamo a quelle dei suoi due precedenti film, le inquadrature di Resurrection sembrano invece sormontate da uno spirito funereo, museale, tarato su ciò che è incontrovertibilmente stato e non su quel che verrà o potrà essere.

E proprio le parole “ora sei fuori dallo schermo” che l’ultima vignetta del racconto rivolge direttamente allo spettatore, mentre sullo sfondo vediamo delle anime desolate popolare una sala in fiamme, non contribuiscono di certo ad omaggiare la vitalità/centralità di cui godeva in passato il mezzo filmico: al contrario, finiscono per cristallizzare il cinema e la sua capacità onirica (cioè di visualizzare o creare i sogni) in una crisalide bella da vedere e da ricordare, che però poco o nulla ci racconta delle direzioni verso cui si sta dirigendo quest’arte così fragilmente (im)mortale. Che come la vita, cambia, muta e si risemantizza, senza mai perdere la connessione con il respiro-in-divenire dei tempi correnti.

Resurrection. Regia: Bi Gan; sceneggiatura: Bi Gan, Zhai Xiaohui; fotografia: Dong Jinsong; montaggio: Bi Gan, Bai Xue; musiche: M83; interpreti:Yee Jackson, Shu Qi, Chao Mark, Li Gengxi, Tai Zhaomei, Huang Jue, Mr. Luo, Chen Yongzhong, Zhang Zhijian, Maayan Chloe, Yan Nan, Guo Mucheng; produzione: Shan Zuolong, Charles Gillibert, Yang Lele per Huace Pictures, Dangmaifilms, CG Cinéma; origine: Cina, Francia, USA; durata: 160′; anno: 2025.

Tags     Bi Gan, cinema, memoria, sogni
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