To shoot while being shot at: scattare sotto gli spari, anche quando colpiscono i nostri stessi corpi. Questa espressione della studiosa Donatella Della Ratta, capitalizzando sull’ambiguità del termine inglese to shoot (al tempo stesso “scattare” e “sparare”) descrive alcune pratiche visive diffuse a partire dalla guerra in Siria in cui i civili, con l’intento di testimoniare e denunciare il conflitto in prima persona, lo filmano con i propri smartphone anche a costo di documentare la loro stessa morte. Questo modo di raccontare i conflitti “in prima persona”, sfruttando il potenziale dei cosiddetti self media per rappresentare conflitti globali, è uno dei tanti casi in cui produrre immagini di guerra sfiora modalità “estreme” della visione e i conflitti di oggi ci impongono, urgentemente, di interrogarci su di esse.
A fare il punto su questo complesso ambito della visualità contemporanea è il volume Re-immaginare la guerra, a cura di Samuel Antichi, Lorenzo Donghi e Giuseppe Previtali, edito da Luigi Pellegrini. Nato come raccolta di atti di un convegno svoltosi all’Università di Pavia nel maggio 2024, il volume rappresenta l’esito di una lunga attività scientifica che riunisce da tempo il gruppo di studiosi che vi hanno lavorato. Da qualsiasi punto la si osservi, la visualità bellica appare come un campo – problematicamente, e tristemente – in rapida evoluzione, in cui le immagini non soltanto rappresentano i conflitti, ma sempre più vi «prendono posizione» (Didi-Huberman 2018) per diventarne parte attiva. Costruendo sulla letteratura che già ha messo in evidenza il legame ormai consolidato tra guerra e immagini (Mirzoeff 2004, Mitchell 2011, Virilio 2018), il saggio nel suo complesso delinea un quadro in cui queste divengono sempre più luoghi di pulsione: un terreno di scontro tra logistiche – della guerra, della percezione – e corporeità – dei testimoni, dei soldati – capace di dare vita a quelle che i curatori definiscono «nuove ontologie» della visione (Antichi, Donghi, Previtali 2015, p.7).
Il ventaglio di voci e di autori che compongono il volume delinea un mosaico di grande completezza, tanto in termini di dispositivi analizzati quanto di piattaforme di diffusione e circolazione. Centrale è il ruolo del cinema narrativo, inteso come uno strumento cruciale per raccontare la grande storia e, come è accaduto nel caso del conflitto in Ucraina – cui il libro dedica tutta la prima sezione – per anticipare il lavoro dell’attualità cronachistica. Lo ricorda il saggio di Lorenzo Rossi, dedicato alle rappresentazioni cinematografiche della guerra russo-ucraina, che nella sua analisi si sofferma in particolare sul film Donbass di Sergei Loznitsa. Anche la riflessione sul cinema documentario trova ampio spazio nel volume, per abbracciare sia la versione filmata – ad esempio con il saggio di Laura Cesaro, incentrato su Citizenfour (Poitras, 2014) o quello di Simone Evangelista dedicato a Voices of Iraq (Kunert, 2004) e a Standard Operating Procedure (Morris, 2014) – sia la sua versione animata, come nel saggio di Martina Vita, che ridiscute casi come La strada dei Samouni (Savona, 2018), Ancora un giorno (de la Fuente e Nenow, 2018) o Flee (Rasmussen, 2021). Questo ampio spettro di possibilità narrative ed espressive non trascura la serialità, come dimostra il saggio di Laura Ysabella Hernández García, dedicato alle riprese aeree nella serie Masters of the air (Spielberg, 2024) e alla loro tensione tra cartografia e spettacolo.
Uno dei temi centrali è anche il passaggio da un cosiddetto paradigma “ottico” a uno “post-ottico”, e al rapporto tra logiche operative e specifiche configurazioni fenomenologiche tra corpi e immagini, secondo una traiettoria teorica già messa in evidenza con lungimiranza da Harun Farocki. Se in effetti è vero che le guerre contemporanee sono sempre più spesso non solo raccontate, ma anche combattute tramite immagini computazionali piuttosto che fotocinematografiche, è anche vero che tali simulazioni impongono di ridiscutere le forme documentarie e le tecniche del corpo ad esse associate.
Sono proprio questi temi che vengono trattati nei saggi dedicati alle forme di cinematografia cosiddetta “espansa”, come la realtà virtuale e i suoi effetti di embodiment utilizzati a scopo narrativo nei documentari immersivi sul conflitto in Ucraina, come trattato nel saggio di Anja Boato. Questa innervazione di corpi e tecnologie è ribadita da Federico Selvini, nel suo saggio dedicato al documentario del 2014 del regista Jamie Roberts, Enemy in the Woods. Qui, l’autore discute delle immagini prodotte dalle helmet cameras installate sugli elmi dei soldati ucraini, che sembrano addirittura strutturare fenomenologicamente lo spazio sulla base del first person shot di chi le opera. Estremizzando la soggettiva cinematografica, lo spazio viene ristrutturato a partire dall’esperienza della trincea che, pur collocandosi nel cuore di una guerra contemporanea, riattiva la memoria della Prima guerra mondiale.
Se da una parte assistiamo al coinvolgimento fino all’incorporazione totale del corpo dell’utente nelle rappresentazioni dei conflitti, queste stesse simulazioni sembrano tuttavia simultaneamente escluderne la sensibilità. A questo proposito, una delle – invero moltissime – traiettorie esplorative del saggio traccia una linea genealogica delle rappresentazioni operative delle scene di battaglia dalla tradizione del disegno bellico e panoramico (nel contributo di Matteo Citrini) fino alle contemporanee ricostruzioni virtuali di Forensic Architecture (è questo il caso di Christian Vittorio Maria Garavello). In queste ultime, lo spazio è ricostruito come se fosse un “nido” di rondine – la metafora è, ancora una volta, di Harun Farocki – utilizzando frammenti di immagini testimoniali ottenute in presa diretta e innestate su modellazioni tridimensionali. Nonostante i numerosi riferimenti ai saperi situati e alle teorie della testimonianza presenti nella letteratura prodotta dal gruppo di ricerca guidato da Eyal Weizman, Forensic Architecture, e lungamente discussa nel saggio, il risultato di queste complesse operazioni di montaggio restituisce un punto di vista “totale”, spesso lontano dalle possibilità percettive e sensoriali di chi si fosse trovato sul campo.
Tra queste due polarità, ovvero quella dell’immersione totale e della virtualizzazione dello sguardo bellico, un importante spazio interstiziale è rappresentato dalla fotografia e in particolare dall’opera di Richard Mosse (protagonista del saggio di Jennifer Malvezzi), votata a raccontare un conflitto imperniato sull’estrazione di minerali preziosi, come quello in Congo, e tralasciato dai media internazionali. La particolarità dell’operazione di Mosse risiede nella riattivazione di una tecnologia militare usata “contro se stessa”, attraverso il recupero di pellicole infrarosse Kodak ormai dismesse, sensibili alla luce visibile ma anche a parti dello spettro non visibile, con cui viene documentato il conflitto.
Di fronte a questo prisma di visualità conflittuali, “re-immaginare” la guerra, nel senso proposto dal volume, significa riflettere sui processi attraverso cui la guerra viene messa in immagine, e su come tali processi si rinnovino e si espandano. È una chiamata a interrogare non solo le forme attraverso cui il conflitto prende corpo nel visibile, ma anche gli immaginari – cinematografici, fotografici, mediali – che da queste pratiche scaturiscono e si sedimentano nella nostra percezione. Analizzare le modalità di rappresentazione della guerra diventa esso stesso un atto di attivismo teorico, un tentativo di ricucire – come già indica Nicholas Mirzoeff in To See in the dark e sulla sua scorta i curatori del volume, nell’introduzione – quella frattura profonda tra il visibile e il dicibile che contrassegna i conflitti contemporanei, dei quali tutto appare evidente ma, ancora molto rimane da sistematizzare e comprendere.
Riferimenti bibliografici
D. Della Ratta, Shooting a revolution. Visual media and warfare in Syria, United States. Institute of Peace, Washington 2014.
G. Didi-Huberman, Quando le immagini prendono posizione. L’occhio della storia I, Mimesis, Milano 2018.
N. Mirzoeff, Guardare la Guerra. Immagini del potere globale, Meltemi, Milano 2004.
Id., To see in the dark. Palestine and visual activism since October 7, Pluto Press, London-Las Vegas 2025.
P. Virilio, Guerra e cinema. Logistica della percezione, Lindau, Torino 2018.
S. Antichi, L. Donghi, G. Previtali, a cura di, Re-immaginare la guerra. Rimediazioni audiovisive dei conflitti contemporanei, Pellegrini Editore, Cosenza 2025.