C’è una cosa che colpisce nel notevole spettacolo Re Chicchirinella di Emma Dante. Qualcosa che può passare inosservato, nascosto dalla eccentricità grottesca della storia, che vede un re trovarsi con una gallina nel corpo. Il pennuto, creduto morto, viene usato dal re per nettarsi il culo in mancanza di altro. La gallina invece è viva e si inserirà sempre più profondamente nel corpo del re. La storia, che è tratta dal racconto “La papera” de Lo cunto de li cunti di Basile, se ne distacca per molti aspetti.
Oltre alla storia, dicevamo, c’è qualcosa che colpisce. Sul nero della scena vengono a proiettarsi con continuità forme circolari. Circolare è la gonna che indossa il re, circolare il movimento delle damigelle che intorno a lui danzano, circolare è il movimento che re moglie e figlia compiono inseguendosi al centro della scena. Di forma sferica allungata, ellissoidale, sono le uova d’oro che la gallina genera dal corpo del re, che per questo ha l’attenzione di tutti, altrimenti disprezzato dai suoi stessi familiari.
Tale circolarità – restituita con grande talento coreografico da Emma Dante – definisce un vortice in cui il re è precipitato e dal quale non riesce ad uscire. In tale vortice, in cui la regalità è lontana da ogni solarità, il re è solo, il suo corpo procede incerto, abitato dalla gallina, il suo stomaco si gonfia (magistrale l’interpretazione di Carmine Maringola).
Questa situazione che sembrerebbe predisporsi a un letterale abbassamento comico-grottesco dell’alto della regalità, con l’uso del dialetto napoletano e il dominio del “basso materiale-corporeo” – secondo le grandi idee di Michail Bachtin sul grottesco –, nella messa in scena di Emma Dante prende una direttrice tragica. La circolarità che trascina i personaggi non è mai girotondo carnevalesco (come nel finale di 8 e ½ di Fellini), ma vortice all’interno del quale il soggetto non può che collocarsi perché nel limite di tale vortice si sente comunque protetto, nel momento in cui la scena del mondo per lui che è re si è ormai definitivamente dissolta.
Ciò che accade dunque è un divenire minoritario del soggetto (da Bachtin si passa a Deleuze), un divenire animale nel quale viene a compimento il processo di minorazione. Il re morirà e rinascerà gallina. Ma tale trasformazione non è un mito di morte-rinascita (porterebbe con sé elementi vitalistici), piuttosto si avvicina ad un processo di metamorfosi con risonanze kafkiane (confermate dalla essenzialità delle luci di Zucaro su corpi e perimetro circolare dell’azione scenica), trasfigurate solo dall’uso della musica pop con Franco Battiato.
L’indistinguibilità dei corpi, dell’uomo e dell’animale, del re e della gallina, che prende forma nella mimesi dei movimenti, nel finale ci mette di fronte al solo corpo animale, quello della gallina, che durante tutto lo spettacolo non vediamo, e che vediamo solo alla morte del re.
Tale morte sospende la circolarità della forma e avviene in un rettangolo, composto da sedie, con una croce luminosa blu, e con i personaggi (uomini e donne, e uomini che interpretano donne), tutti vestiti di nero, che attendono al funerale del re.
La forma rettangolare e compiuta della morte dà fine al vortice circolare della vita. È questo il destino dell’umano, anche – o forse soprattutto – quando tocca quella che dovrebbe essere la nobiltà del potere. E da tutto questo ne esce una gallina.
Emma Dante cambia nel profondo il racconto di Basile, non solo narrativamente ma proprio dal punto di vista del significato. Il racconto si chiude con una morale (“Che ogni impedimento è spesso giovamento”) e con i matrimoni delle due sorelle proprietarie della papera: «E pigliatasi [il re] Lolla per mogliera con in dote la papera che cacava cento tesori, diede un altro marito ricco a Lilla» (Basile 2001, p. 530).
Lo spettacolo si chiude con un funerale e con coloro che restano che giocano con le uova d’oro. Ma l’uovo più che simbolo di ricchezza (la papera di Basile caca monete, gli “scudi ricci”, non uova) è simbolo alchemico della vita, e ci conferma che lo spettacolo diventa una riflessione tragicomica sull’umano e sul suo spirito, scisso e composto dall’“altezza” del re e dalla “bassezza” della gallina.
Riferimenti bibliografici
M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Einaudi, Torino 2001.
G. Basile, Il racconto dei racconti, Adelphi, Milano 2010.
G. Deleuze, F. Guattari, Kafka. Per una letteratura minore, Quodlibet, Macerata 2021.
Re Chicchinella. Libero adattamento da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile; regia e sceneggiatura: Emma Dante; elementi scenici e costumi: Emma Dante; luci: Cristian Zucaro; interpreti: Angelica Bifano, Viola Carinci, Davide Celona, Roberto Galbo, Enrico Lodovisi, Yannick Lomboto, Carmine Maringola, Davide Mazzella, Simone Mazzella, Annamaria Palomba, Samuel Salamone, Stephanie Taillandier, Marta Zollet; produzione: Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, Carnezzeria, Célestins Théâtre de Lyon, Châteauvallon-Liberté Scène Nationale, Cité du Théâtre – Domaine d’O – Montpellier / Printemps des Comédiens; durata: 60′; anno: 2025.