C’è un cartello, tra i tanti, che durante le manifestazioni per la Palestina, dopo la fine della missione della Flotilla, sembra aver colto nel segno più di altri: “Volevamo liberare la Palestina invece la Palestina ha liberato noi”.

Forse la portata mitico-rituale della Flotilla, su cui su queste pagine si è scritto, si è manifestata adesso nella sua forma più evidente: è stato un rituale liberatorio tale missione.

La Flotilla, arrivando dal mare, per aiutare chi è sotto il giogo di una occupazione militare, ha riattivato il mito della Liberazione (insieme a quello resistenziale).

Questa volta vissuta dagli italiani non più come destinatari ma come parte attiva di tale processo. Non più attraverso esercito e forza militare, ma con il gesto gentile del portare cibo e cure.

Nel profondo della portata mitica dell’evento Flotilla, l’unica che in fondo può spiegare la grande mobilitazione che c’è stata in Italia (con questa intensità unico caso al mondo), gli italiani si sono rivisti, in forma empatica, nei palestinesi, e si sono immaginati e raccontati anche come liberatori.

Le immagini dell’abbordaggio delle barche e quelle dei pescatori di Gaza costituiscono la polarità iconica che abita il cuore profondo di tale analogia. Quella con la Liberazione del Secondo dopoguerra, e con il sentimento di energie liberate che lo ha contrassegnato. Di nuovo, la riattivazione di un racconto mitico, vissuta nella prassi collettiva e nel suo portato simbolico (ben più potente della perenne e automatica riattivazione dell’ideologia resistenziale).

In tutto questo è in gioco, dunque, la profondità di un processo rituale, in cui il soggetto, singolare o plurale, diventa allo stesso tempo parte passiva e attiva del processo. Colui che trasforma e che ne esce trasformato. Gli italiani sono allo stesso tempo i palestinesi e la Flotilla, i liberatori e i liberati.

Qual è il notevole, e al fondo imprevedibile, risultato di un tale processo di liberazione? Liberare la vita. Dare maggior consistenza alla realtà presente. Sentirla più nostra, liberare energie che erano sotto scacco, contenute e modellate da un potere preoccupato solo di contenerle. E fare tutto questo attraverso una grande esperienza collettiva.

Per questo, si è detto, e a ragione, questa massa di persone scesa in piazza non può essere acquisita politicamente, tantomeno partiticamente. Ma la liberazione di energie, la restituzione  della realtà in forma più consistente, il sentimento di essere nel mondo, è la precondizione per una reinvenzione politica nuova.

Tags     Gaza, Liberazione, Palestina
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