Volendo rivendicare il valore di autori e autrici considerati “minori” o addirittura esclusi dal canone letterario, si tenta sovente di riscattarli dalle accuse di epigonismo, valorizzandone piuttosto gli elementi di discontinuità rispetto alla tradizione che li ha partoriti. La categoria dei figli d’arte costituisce in tal senso un caso estremo: per questi ultimi, infatti, l’influenza dei modelli è al tempo stesso culturale e biologica. Tentare di estirpare Idolina Landolfi (1958-2008) dal legame umano e letterario che la lega al padre Tommaso sarebbe tuttavia, ancor prima che vano, ingiusto e contrario alle intenzioni dell’autrice stessa. È stata proprio lei, infatti, ad averlo rinsaldato tramite una fervente divulgazione della figura paterna, tra impegno editoriale e organizzazione di convegni.
Sulla scorta di un preciso intervento di Andrea Cortellessa (1999), bisogna allora inquadrare la sua vicenda intellettuale nel segno di una volontaria presa in carico dell’eredità del padre, disposta a «bloccare la propria vita nel perenne, insoddisfatto accostamento al modello irraggiungibile». Nonostante gli imbarazzi teorico-critici che un biografismo tanto scoperto può comportare, pare insomma ineludibile accostarsi tramite questa lente alla produzione letteraria di Idolina – che già constava di quattro libri in prosa e ora si arricchisce di un quinto, sempre nel formato del racconto, prediletto da lei e dal padre: Racconti delle notti, postumo ma già predisposto dall’autrice per la pubblicazione.
Se il titolo è zona-soglia liminare per l’ingresso in un testo, tanto più lo è in una raccolta di racconti, della quale deve suggerire l’unità d’impianto. Racconti delle notti, dunque: come scrive nella postfazione Ernestina Pellegrini, «una sorta di cartello che avverte il visitatore all’entrata del cimitero» (Landolfi 2025, p. 186). Il plurale del titolo mette in evidenza anzitutto una temporalità iterativa dove le “notti” sono sinonimo di “episodi”, eventi slegati tra loro ma uniti dall’essere tutti narrazioni che, come chiosa ancora Pellegrini, «potrebbero essere lette a voce alta durante la veglia accanto al fuoco nelle fredde notti invernali» (ivi, p. 181). Notti, in secondo luogo, richiama inevitabilmente l’immaginario della notte al singolare, che è qui foriera, più che di veri e propri terrori, di una de-realizzazione progressiva che si stende come un velo sul mondo ordinario delle cose diurne: per citare una delle sentenze poetiche che punteggiano la raccolta, «esiste il meraviglioso in ogni cosa» (Notte dell’anno, p. 79).
In questa tonalità fantastica si sarà già riconosciuto il timbro di certe prose landolfiane appartenenti in particolare alla prima fase della produzione dell’autore picano, prima della svolta autobiografica. I suoi congegni narrativi fondano il loro quoziente perturbante proprio sull’atmosfera, molto più che sulle svolte di un’ipotetica trama che per Tommaso è impossibile e per Idolina, pur spesso compiuta, resta sempre in secondo piano. Fra gli elementi di contatto che li legano, uno dei più evidenti è il dispositivo della casa come organismo vivente e perturbante, già perno di testi landolfiani come il Racconto d’autunno (1947). Si legga, per comprovare la consonanza con Idolina, questo passaggio dei Racconti delle notti tratto da La vendetta: «Il palazzo le pareva un immenso animale addormentato, ma risoluto a ghermirla, ad inghiottirla nel suo ventre di tenebra» (p. 90).
Altro elemento che emerge con evidenza è che tutti i narratori omodiegetici della raccolta sono maschi: fatto che, confermando come la scrittura di Idolina sia un camuffamento continuo, ricorda al tempo stesso certi narratori di Tommaso. Oltre al sesso maschile, essi condividono infatti altre peculiarità: dalla pulsione ossessiva sfociante in una derisoria sopraffazione erotica (il racconto Gulliver, che narra di un episodio di pedofilia, fa in questo senso da controcanto al delittuoso Maria Giuseppa), all’aristocratica riservatezza che li spinge a vivere in solitudine, come i narratori della Sconosciuta della Senna e di Vox aevi.
Per quanto riguarda da ultimo la questione della lingua, Pellegrini definisce quella di Idolina «antica, austera, tramata di falsetti landolfiani» (Landolfi 2025, p. 161). Su questo sfondo comune, una differenza va tuttavia riconosciuta nel venir meno del tipico balbettamento parentetico e dubitativo di Tommaso (Zublena 2013), strumento principe di un’intrusione metaletteraria che abbatte con la sua sfiducia il castello faticosamente imbastito dalla prosa. I periodi di Idolina, invece, sono spesso costruiti con grazia e con elegante scorrevolezza, facendo della sua prosa un ordigno del tutto autosufficiente dal punto di vista estetico.
Disseminato nelle radici stesse della scrittura di Idolina, il rapporto col padre affiora per momenti anche in maniera esplicita. Al di là delle altre sue opere, ben censite dal ritratto conclusivo di Ernestina Pellegrini, nei Racconti delle notti due sono i casi più lampanti. In La notte di Natale vengono descritti i quotidiani contatti che una donna viva intrattiene nel sonno con un uomo, morto e solitario come l’immagine di Tommaso richiede – contatti ambientati nel luogo, «smemorato e vaporoso», dove «i vivi e i morti si incontrano» (p. 100). Nel racconto La vendetta a delinearsi è, dalla prospettiva antagonista della madre, la figura di una figlia che, cocciutamente, non si rassegna alla morte del padre: il fatto è, come segnala un inciso in corsivo, che «per lei non era morto, questo il punto. Per lei era più vivo di ogni altro vivo che la circondasse» (ivi, p. 92).
L’ostinato attaccamento alla figura paterna non ha certo, per Idolina, i caratteri di una diminutio, bensì della consapevole assunzione su di sé di un compito impossibile, una «zavorra» o «croce» (ivi, p. 71) come quella del protagonista di [L’insperabile], il racconto più fantascientifico della raccolta. Il rimuginio del personaggio, costretto a custodire indefinitamente il simulacro di una donna che si è ibernata per amor suo, sembra mimare quello di Idolina. Oscillante fra euforia e disforia, esso si abitua al dialogo con l’assenza fino ad assuefarsene, a ritenerlo come l’unico possibile: «In fondo il loro rapporto non era forte, esclusivo anche così? […] Non era così un legame inaudito, che valicava i secoli e le ere?» (ivi, p. 74). L’interesse di tale letteratura in bilico tra l’assenza e la presenza (o sulla “presenza dell’assenza”, per dirla con un Levinas blanchotiano) risiede proprio nel gioco di specchi con cui Idolina, già messa in scena come la Minor nei diari di Tommaso, mette a sua volta in scena il padre nei propri testi creativi: un dialogo letterario impossibile, poiché nutrito di un’assenza immedicabile, eppure quantomai fitto, tangibile, costantemente riattualizzabile accostando le loro pagine.
Quanto fin qui detto rischia forse di schiacciare eccessivamente i Racconti delle notti sulla loro coincidenza rispetto alla vita dell’autrice. Va quindi sottolineato come l’origine soggettiva, pur centrale, vi sia interamente declinata attraverso maschere, tracce, e rifugga da qualsiasi sentimentalismo testimoniale, punto su cui insiste Pellegrini nella postfazione (ivi, p. 180). Che non di autobiografia tout-court si tratti è auto-evidente, visto il carattere fantastico e finzionale di tutti i testi; nemmeno di romanzo (racconto) autobiografico si può parlare, salvo in rari casi (La notte di Natale, la cui protagonista Maria può essere considerata l’alter-ego dell’autrice).
Sempre Pellegrini propone allora, per Idolina, la formula «autobiografia profonda», a indicare forme in cui il soggetto si differisce e rifrange in un ventaglio di personaggi e di figure che non gli corrispondono dal punto di vista biografico, documentario, ma intessono con il suo nucleo una rete di sotterranee corrispondenze. Il fine di una simile chiave interpretativa non è di ricondurre a forza tutto, ivi compresa l’invenzione finzionale, al territorio di un ego ombelicale e autoriferito; bensì quello di mostrare come l’io stesso si fletta, si incarni, si espanda in verità immaginarie.
Riferimenti bibliografici
A. Cortellessa, La parola, unica sentinella della memoria, in “L’Unità”, 4 gennaio 1999.
T. Landolfi, Dialogo dei massimi sistemi, Adelphi, Milano 1996.
P. Zublena, La lingua-pelle di Tommaso Landolfi, Le Lettere, Firenze 2013.
Idolina Landolfi, Racconti delle notti, postfazione di Ernestina Pellegrini, Arcidosso, Effigi, 2025.