Il titolo del film Queen at Sea racchiude l’immagine di una regina spaesata, che si muove in uno spazio sconfinato: non ha bussole, non ha ancore da gettare, non riconosce porti. Essere e sentirsi perduti e soli in una vertiginosa immensità è una condizione che appartiene alle persone malate di demenza e a chi è loro accanto: da qui nasce il film del regista indipendente americano Lance Hammer, che ha saputo affrontare il tema della demenza senile attraverso una pluralità di sguardi e tonalità emotive. Hammer ha dato vita a una meditazione sulla perdita delle facoltà cognitive in una donna colpita da demenza senile, sulle implicazioni della progressiva e inesorabile rarefazione della capacità di stare al mondo e percepire la realtà, sulle conseguenze dell’erosione della memoria e dell’identità che riguardano la persona malata ma anche i suoi familiari. L’idea del film Orso d’Argento alla 76ª Berlinale è nata da esperienze e letture del regista, cui sono seguiti confronti con medici, neurologi, psichiatri geriatrici e professionisti che lavorano a vario titolo con persone affette da demenza senile e con i loro familiari.
In Queen at Sea, Leslie (Anna Calder-Marshall), un’anziana donna affetta da demenza, è accudita amorevolmente dal suo secondo marito, Martin (Tom Courtenay). Di lei si prende cura anche la figlia Amanda (Juliette Binoche), docente universitaria che ha chiesto un anno sabbatico per stare accanto alla madre. Un giorno Amanda viene scossa da una situazione per lei inimmaginabile: entrando con la figlia adolescente Sara (Florence Hunt) in casa di Leslie e Martin, sorprende i due a fare l’amore. Tra Amanda e il marito della madre nasce una discussione animata che sfocia nell’arrivo della polizia, giunta dopo che Amanda aveva denunciato Martin per violenza sessuale, per aver abusato di una donna incapace di intendere e di volere. Attraverso Amanda e Martin, che non viene condannato, vengono messi a confronto due diversi modi di misurarsi con una persona amata affetta da demenza.
Nei momenti in cui il confronto tra Amanda e Martin è più ravvicinato, Binoche e Courtenay passano dall’essere onde che si scontrano a onde che si uniscono, infine onde che si alzano e abbassano solitarie. L’inquieto ondeggiare dei loro stati d’animo e delle decisioni da prendere, anzitutto mediche e logistiche, trova un’ancora nell’amore profondo per una madre e per una moglie amatissima, reso in modo magistrale da Binoche e da Courtenay. La forza dell’amore, meglio, la forza che l’amore darebbe per affrontare malattie molto gravi e piene di incognite come la demenza viene messa però in discussione nell’epilogo del film, con un evento tragico che ha per protagonisti Martin e Leslie.
In Queen at Sea più che la malattia di Leslie è centrale il rapporto tra l’anziana donna e il marito, la figlia, la nipote. Il lessico con cui Lance Hammer ha raccontato il legame di Leslie con Martin, Amanda e Sara è quello della sottrazione, dei gesti minimi e intensi, delle esitazioni del corpo, che riflettono le attenzioni dei familiari per la fragilità di Leslie, le paure e le responsabilità enormi, che fanno sentire Amanda e Martin inadeguati. Il lessico di questi affetti familiari risuona in un piano della casa che si raggiunge salendo alte e ripide scale, in una stanza che sembra fuori dal mondo dove, sul letto, Leslie e Martin fanno l’amore e dove, su una sedia accanto al letto, Amanda osserva silenziosa la madre dormire; e si ritrova nella ripetizione quotidiana e paziente di parole e di azioni, ma anche nella disperazione e nella fatica di restare vicino a chi si allontana giorno dopo giorno nel mare dell’oblio, dove il ricordare è confuso, la vita dimenticata e i volti amati non si riconoscono più.
La condizione di isolamento di Leslie prende progressivamente il sopravvento nel film e questo è narrato bene anche dagli spazi in cui si svolge la storia. Alla casa di Leslie e Martin, a quella precaria condivisa da Amanda con la figlia, alla casa di cura dove Leslie trascorre qualche giorno, agli scorci della città, Lance Hammer, architetto prima che regista, ha affidato il compito di essere architetture emotive. Hammer ha dato un valore particolare alle scale, che caratterizzano molti degli spazi citati e svolgono funzioni particolarmente importanti nella casa di Leslie e Martin. Qui la scala è da un lato l’elemento strutturale che, per la sua pericolosità, contribuisce in modo determinante al trasferimento di Leslie in una residenza per persone non autosufficienti, dall’altro suggerisce una verticalità problematica: la fatica del salire e dello scendere che rispecchia le difficoltà e disarticolazioni motorie e cognitive di Leslie. Le scale sono anche metafora delle salite e discese emotive di Martin e Amanda; indicano passaggi e transizioni da un luogo all’altro della casa, quindi da una situazione all’altra, compresa quella irreparabile dell’epilogo; contribuiscono in modo decisivo a costruire quell’atmosfera di vulnerabilità e precarietà diffusa che è una delle cifre proprie di Queen at Sea.
Riferimenti bibliografici
G. Bruno, Atlante delle emozioni: in viaggio tra arte, architettura e cinema, Johan & Levi editore, Monza 2015.
Queen at Sea. Regia: Lance Hammer; sceneggiatura: Lance Hammer; fotografia: Adolpho Veloso; montaggio: Lance Hammer; musica: Kent Sparling; interpreti: Juliette Binoche, Tom Courtenay, Anna Calder-Marshall, Florence Hunt; produzione: The Bureau, Alluvial Film Company, MIAO Productions; origine: Regno Unito, Stati Uniti; durata: 121′; anno: 2026.